“Quando il tuo stesso corpo smette di obbedirti, non basta certo una piega fatta bene per salvare le apparenze” confidò lei, amareggiata, mentre il marito trovava sempre nuove scuse per non tornare a casa

L'ipocrita indifferenza domestica è vergognosa e devastante.
Storie

Poi sarebbero venuti il deambulatore, le stampelle. Sempre ammesso che la guarigione procedesse senza complicazioni.

Lo guardai senza riuscire, sulle prime, ad afferrare davvero il senso di quelle parole.

Un mese?

A letto?

Per una come me, che aveva passato la vita a correre da una parte all’altra, a cucinare, correggere compiti degli studenti, pulire casa, fare la spesa e considerare la debolezza quasi una vergogna, quella diagnosi suonò come una condanna.

Mi riportarono a casa soltanto due settimane più tardi.

Nel nostro palazzo, come se il destino volesse infierire, l’ascensore era di nuovo fuori servizio. Alessandro Rinaldi si era organizzato in anticipo: aveva chiesto aiuto ad alcuni uomini del condominio perché mi trasportassero fino al quarto piano.

Mi sollevarono con una cautela quasi solenne, mi portarono in camera da letto e mi adagiarono sul nostro letto grande.

Alessandro aveva già preparato tutto.

Sopra il materasso normale ne aveva sistemato uno speciale antidecubito, che emetteva un ronzio basso, continuo, monotono.

Io restavo distesa sulla schiena.

Girarmi su un fianco da sola era impossibile.

Bastava un movimento minimo perché nella gamba si accendesse un dolore profondo, pesante, pulsante, come se quella struttura metallica che teneva insieme l’osso volesse ricordarmi a ogni istante la sua presenza.

Avevo sempre la bocca secca.

In gola mi rimaneva un nodo sgradevole, duro, che non riuscivo a mandar giù.

Restavo lì, immobile, ad ascoltare i rumori della casa.

In cucina Alessandro apriva e richiudeva gli sportelli.

Faceva tintinnare le pentole.

Lasciava scorrere l’acqua.

Spostava oggetti da un posto all’altro.

A tratti sospirava, con un peso che mi arrivava fino al petto.

E io, a ogni suo sospiro, davo un significato.

Mi sembrava già irritato.

Stanco.

Pentito che tutto quel carico fosse finito sulle sue spalle.

Aveva cinquantotto anni.

Un lavoro pieno di responsabilità.

Disegni tecnici.

Riunioni.

Scadenze da rispettare.

La vita ordinata di un uomo abituato a uscire la mattina sapendo che, la sera, avrebbe trovato ad aspettarlo una moglie autonoma, efficiente, capace di cavarsela da sola.

E invece adesso, in camera, c’ero io.

Trascurata.

Sudata.

Con i capelli che non si potevano lavare come si deve.

Così inerme che, a volte, non riuscivo nemmeno ad allungare la mano fino al bicchiere d’acqua appoggiato sul comodino.

Quella dipendenza mi spaventava più della frattura stessa.

Sentivo nella nostra stanza l’odore dei medicinali, della canfora, degli unguenti da ospedale, un odore che sembrava essersi attaccato alle tende, alle lenzuola, ai muri. E aspettavo quasi fisicamente il momento in cui Alessandro avrebbe cominciato a evitare quella camera.

Ne ero certa: sarebbe passata una settimana, forse due al massimo, e lui avrebbe trovato una scusa per restare fuori più a lungo.

In ufficio.

Da qualche conoscente.

In garage.

Ovunque.

Purché non rientrare in quella stanza dove, al posto della moglie di prima, lo attendeva una donna inchiodata a un letto.

La prima mattina dopo il ritorno a casa mi svegliò lo scatto secco del bollitore elettrico. Fuori non era ancora davvero giorno: il cielo invernale premeva basso contro i vetri, grigio, torbido. Nel corridoio le vecchie assi del pavimento gemettero sotto un passo pesante. Pochi secondi più tardi la porta della camera si aprì appena, e Alessandro entrò.

Tra le mani reggeva un vecchio vassoio di plastica, con un disegno di fragole ormai quasi cancellato.

Sul vassoio c’era la mia tazza preferita, azzurra, panciuta, piena di caffè solubile. Accanto, su un piattino, un pezzo di pane tagliato storto e, sopra, una fetta di formaggio troppo spessa.

Alessandro appoggiò il vassoio sul comodino con attenzione, dopo aver spostato di lato le scatole degli antidolorifici. Poi si tirò su i pantaloni della tuta, che gli scivolavano sui fianchi, e si sedette pesantemente sul bordo del letto. Il materasso cedette sotto il suo peso.

— Allora, come va? — domandò, scrutandomi in viso. — Forza, Claudia Pellegrini, proviamo ad alzarti un pochino. È ora di fare colazione.

— Tu devi prepararti per andare al lavoro — dissi con voce rauca, voltando il viso verso la parete perché non vedesse i miei occhi rossi e gonfi dopo una notte senza sonno. — Lascia tutto qui. Mangerò da sola più tardi. Vai.

— Ho preso un congedo — rispose lui con calma, allungando una mano per sistemare il copripiumino tutto arricciato.

Le dita di mio marito erano ruvide, screpolate; in alcuni punti la pelle portava ancora, come tatuaggi involontari, le tracce blu della penna a sfera.

— Non retribuito. Il capo, all’inizio, ha fatto un po’ di scenate, certo. Poi però mi ha lasciato andare. Quindi non devo correre da nessuna parte. Di tempo ne ho.

Pensai che stesse solo facendo il forte.

Ero convinta che avrebbe resistito due o tre giorni, poi non ce l’avrebbe fatta più.

Invece i giorni cominciarono a succedersi l’uno all’altro: lunghi, lenti, appiccicosi, come il crepuscolo d’inverno. E in quella lentezza nuova, quasi irreale, prese forma la nostra vita quotidiana.

Amore o Soldi