— Hai trovato una badante?
— No.
— Hai fatto male, — disse Giorgio, stavolta con un tono più serio.
Si sentì lo scatto secco di un accendino.
— Ti avevo mandato il contatto di quell’agenzia. Paghi una cifra dignitosa ogni mese e ti togli il pensiero. Ti mandano una persona competente: la lava, la imbocca, la aiuta a girarsi, controlla tutto quello che c’è da controllare. E tu torni al lavoro. Hai mollato il tuo progetto in mano a quei ragazzi. Senza di te, là dentro, chissà che diavolo combinano… Non puoi andare avanti così, Alessandro. La vita è questa. Non la puoi mettere in pausa.
Mi parve che dentro di me calasse all’improvviso un gelo sottile.
Abbassai lo sguardo sulle mie mani, ferme sopra la coperta.
La pelle era diventata secca, quasi trasparente.
Sul dorso delle dita si era disegnata una trama minuta di pieghe, quelle che non si notano finché un giorno non diventano evidenti.
Le unghie, poi, avrebbero avuto bisogno di cure da tempo.
Qualcosa mi strinse il petto con tanta forza che riuscii a prendere solo un respiro breve, spezzato.
Giorgio non stava dicendo assurdità.
Anzi.
Ragionava in modo impeccabile.
Pratico, concreto, da uomo che guarda i fatti.
Perché mai Alessandro avrebbe dovuto rovinarsi la salute accanto a me?
Perché consumare mesi della sua vita dietro a una moglie invecchiata, incapace perfino di alzarsi da sola?
Chiusi gli occhi.
Mi preparai a sentire dalla cucina la sua risposta stanca, il suo consenso rassegnato.
Per un po’ non arrivò nessuna parola.
Si udì soltanto il bollitore che cominciava a scaldarsi. Prima un sibilo appena percettibile, poi un brontolio sempre più forte.
Infine, lo scatto.
— Non ho chiamato nessuna agenzia, — disse finalmente Alessandro.
Qualcosa tintinnò: probabilmente stava sparecchiando.
— E non ho intenzione di farlo.
— Perché? Ti pesa spendere quei soldi? Se è quello il problema, ti do una mano io!
— Ma quali soldi, Giorgio? — sospirò Alessandro, come se quella domanda lo avesse stancato ancora di più.
Sotto di lui lo sgabello mandò un lungo scricchiolio.
— Tu riesci a immaginare cosa succederebbe se una sconosciuta cominciasse a girarla nel letto? A lavarla? Claudia è orgogliosa, lo sai com’è fatta. Morirebbe dalla vergogna se qualcuno la vedesse adesso, in queste condizioni.
— E davanti a te no? Sempre un uomo sei.
— Appunto. Il suo uomo. Suo marito.
Dopo quella frase, Alessandro tacque per qualche istante.
Quando riprese a parlare, la sua voce era più bassa.
Eppure in casa c’era un silenzio tale che ogni parola mi arrivava nitida.
— Quando l’ho vista quella volta al pronto soccorso… Giorgio, mi si è svuotato tutto dentro. In tanti anni mi ero abituato a una cosa semplice: Claudia c’era. La vedevo muoversi per casa, stirare qualcosa, preparare da mangiare, spostare oggetti da una parte all’altra. Sempre indaffarata. Come un armadio, come il tavolo della cucina: una presenza certa, sempre lì, al suo posto.
— Be’…
— Poi, di colpo, ho capito una cosa. Se lei non ci fosse più, per me sarebbe finita. La casa diventerebbe vuota. Non avrei più un posto dove tornare. Io non sto qui a fare l’infermiere, Giorgio. Io la amo. Tutto qui. Dai… versane ancora un goccio. E smettila di tormentarmi.
Dopo quelle parole, la conversazione si spense.
Solo una volta ancora i bicchieri si toccarono piano.
Io girai il viso verso la parete e lo affondai nella federa ruvida del cuscino.
Le lacrime scivolavano da sole lungo il naso e sparivano nel tessuto.
Non piangevo a voce alta.
Non singhiozzavo.
Respiravo soltanto a scatti, mentre le dita stringevano convulsamente il bordo del copripiumino.
E proprio in quel momento mi arrivò addosso, semplice e limpida, una verità che non avevo mai saputo concedermi.
Forse non era necessario alzarsi ogni mattina alle sei e quarantacinque.
Forse non bisognava per forza coprire subito con il fondotinta le ombre sotto gli occhi.
Forse non era obbligatorio passare un’intera vita a essere comode, ordinate, efficienti, sempre al proprio posto, solo per paura che un giorno qualcuno decidesse di andarsene.
Una mezz’ora più tardi, nell’ingresso, la porta di casa sbatté.
La serratura fece clic.
Poi, lungo il corridoio, riconobbi quei passi pesanti e familiari.
Alessandro entrò in camera.
Si avvicinò al letto e vide subito le mie guance bagnate.
Si fermò, spaventato.
— Che succede? — domandò, chinandosi immediatamente su di me. — Ti fa male la gamba? Si è addormentata?
Scossi piano la testa e allungai una mano verso di lui.
Per un istante parve non capire. Poi si sedette accanto a me.
Il materasso, sotto il suo peso, scricchiolò di nuovo.
Alessandro posò con cautela la sua mano sulla mia.
Le sue dita erano ruvide, calde.
Con il polpastrello del pollice sfiorai la vecchia cicatrice in rilievo che aveva su un dito, quella che si era fatto ai tempi dell’università.
— Va tutto bene, Alessandro, — riuscii a dire a fatica. — Sistemami solo il cuscino, per favore.
Lui non fece domande.
Annuì soltanto, mi passò con delicatezza un braccio dietro le spalle e mi sollevò piano.
Io nascosi il viso nella sua vecchia camicia di flanella.
Aveva un odore conosciuto.
Non di tabacco.
Non di medicinali.
Non di ospedale.
Sapeva di casa.
Della nostra casa.
