“Quando il tuo stesso corpo smette di obbedirti, non basta certo una piega fatta bene per salvare le apparenze” confidò lei, amareggiata, mentre il marito trovava sempre nuove scuse per non tornare a casa

L'ipocrita indifferenza domestica è vergognosa e devastante.
Storie

Ogni sera puntavo la sveglia alle sei e quarantacinque. Appena cominciava a trillare piano, la spegnevo all’istante per non destare mio marito, poi scivolavo fuori dalle coperte con la massima cautela. Raggiungevo il bagno quasi in punta di piedi, evitando con cura le assi del pavimento che conoscevo bene: quelle capaci di lamentarsi al minimo passo.

Mi gettavo sul viso qualche manciata d’acqua fredda, stendevo un velo di fondotinta economico comprato in offerta per cancellare, almeno in apparenza, le ombre bluastre sotto gli occhi, passavo in fretta il pettine tra i capelli. A quel punto potevo recitare la parte della donna riposata, ordinata, pronta ad affrontare la giornata.

La vecchia vestaglia a fiorellini la toglievo subito. La piegavo con attenzione e la facevo sparire in fondo all’armadio, sull’ultimo ripiano. Per la colazione mi presentavo già con pantaloni da casa puliti e una camicetta fresca.

Mia madre, quando ero ragazza, mi aveva piantato in testa una regola semplice: un marito non deve vedere la moglie trascurata, assonnata, spettinata.

Forse per questo, per più di trent’anni, ogni mattina raddrizzavo le spalle, mi sforzavo di avere una voce allegra e non mi lamentavo mai, se non c’era un motivo davvero serio.

Eppure esistono cose davanti alle quali le abitudini non servono più a niente.

Quando il tuo stesso corpo smette di obbedirti, non basta certo una piega fatta bene per salvare le apparenze.

Avevo compiuto cinquantasei anni e di una cosa ero convinta: una donna non può permettersi di diventare a lungo malata, fragile, dipendente dagli altri. Basta finire a letto, e un uomo, poco alla volta, comincia ad allontanarsi.

Magari non se ne va subito. Magari non pronuncia nemmeno la parola separazione.

Semplicemente, trova sempre più spesso una scusa per rientrare tardi.

Prima il garage.

Poi gli amici.

Poi un impegno urgente.

Poi la casa fuori città.

Del resto, chi avrebbe voglia di tornare ogni giorno in un appartamento dove lo aspetta una moglie inerme, da accudire come una bambina?

A chi serve un peso sulle spalle?

Con Alessandro Rinaldi avevamo vissuto insieme trentatré anni.

Non potrei dire che il nostro matrimonio fosse stato eccezionale o pieno di colpi di scena. Era stato piuttosto tranquillo, prevedibile, ordinario nel senso più familiare del termine.

Avevamo un appartamento con tre stanze in un normale quartiere residenziale, una figlia ormai adulta, Francesca Rinaldi, che da tempo era andata a vivere per conto suo in affitto, e una piccola casa in campagna, appena fuori città.

Alessandro Rinaldi lavorava come ingegnere progettista.

Io, per molti anni, avevo insegnato letteratura in un istituto superiore.

Con il passare del tempo ci eravamo abituati l’uno all’altra al punto da somigliare ai pezzi di un vecchio ingranaggio: ciascuno al proprio posto, ciascuno con il proprio movimento, tutto funzionante proprio perché, negli anni, ogni attrito si era consumato.

Le passioni della giovinezza erano rimaste da qualche parte molto lontano.

Al posto delle discussioni infuocate erano arrivate le spese del sabato.

La sera, seduto davanti al televisore, Alessandro Rinaldi brontolava puntualmente contro i conduttori del telegiornale.

Io, la domenica, preparavo le frittelle di ricotta secondo la mia ricetta.

Sapevo alla perfezione quanti cucchiaini di zucchero metteva nel tè.

Lui ricordava che non sopportavo l’odore del coriandolo.

Probabilmente avrei continuato a considerare la nostra vita stabile, solida e priva di sorprese, se tutto non si fosse capovolto in un martedì di novembre, umido e grigio.

Durante la notte aveva gelato. Poi era caduto il primo strato sottile di neve. Sull’asfalto si era formata una crosta di ghiaccio quasi invisibile, e gli addetti comunali non avevano fatto in tempo a spargere sale o sabbia sui marciapiedi.

Stavo tornando dal lavoro con un paio di stivali nuovi. In negozio me li avevano descritti come perfetti per l’inverno, sicuri, robusti; la commessa aveva insistito soprattutto sulla suola scolpita, a suo dire molto affidabile.

Quella suola non mi aiutò affatto.

Il piede scivolò in avanti all’improvviso.

Non ebbi neppure il tempo di allungare le mani per proteggermi.

Sentii un rumore cupo, secco, terribile.

Subito dopo una fitta violentissima mi attraversò l’anca, così acuta che davanti agli occhi mi esplose una luce bianca.

Un istante più tardi ero distesa in mezzo a una poltiglia sporca di neve, acqua e sabbia.

La gente mi passava accanto.

Io vedevo soltanto scarpe.

Stivali scuri.

Scarponcini grigi.

Passi rapidi di qualcuno che tirava dritto.

Alla fine una persona si fermò e chiamò l’ambulanza.

L’attesa fu lunga.

Dentro il mezzo c’era odore di gomma vecchia, medicinali, alcol e benzina. Ogni buca della strada mi arrivava nella gamba come una nuova ondata di dolore.

Poi vennero le luci abbaglianti del pronto soccorso.

Voci sconosciute.

Una barella.

Il suono tagliente degli strumenti metallici.

La radiografia.

Il chirurgo rimase a lungo a fissare la lastra agganciata davanti al pannello luminoso.

Infine parlò con voce asciutta:

— Frattura pluriframmentaria del collo del femore con spostamento. Almeno un mese di rigoroso riposo a letto.

Amore o Soldi