Poi la sua espressione cambiò.
— Dici sul serio?
— Sì.
Claudio Mariani scostò la sedia con un gesto secco.
— E io, secondo te, dove dovrei andare?
— Apri gli annunci e scegli. Esattamente come volevi che facessi io.
— Chiara, io vivo qui da sette anni. Ho l’ufficio vicino, le mie abitudini, tutto il resto.
— Allora cerca nei dintorni.
— Ti rendi conto di quanto sia complicato?
— Me ne rendo conto benissimo. Negli ultimi giorni era proprio questa la soluzione che proponevi a me.
Lui si alzò e cominciò a camminare avanti e indietro per la cucina, nervoso.
— E mia madre? Lei si stava già organizzando per liberare il suo appartamento.
— Renata Moretti una casa ce l’ha.
— Io le avevo promesso una stanza.
— Le avevi promesso una stanza che non era tua. Adesso sarai tu a spiegarglielo.
Quella frase spostò il peso di tutto più di qualsiasi discussione avessimo avuto fino a quel momento.
Fino ad allora Claudio si era comportato come se tra me e sua madre ci fosse stato soltanto un piccolo malinteso fastidioso, e come se spettasse a me trovare il modo di sistemarlo senza fare storie.
In quel momento, invece, la responsabilità tornò esattamente dove doveva stare: addosso alla persona che aveva inventato tutto.
Dopo qualche minuto prese il telefono e chiamò Renata Moretti.
— Mamma, per ora non smontare i mobili. E non prendere decisioni sul tuo appartamento.
Non sentii che cosa rispose lei, ma la frase successiva Claudio la pronunciò con voce più alta:
— Perché Chiara resta qui.
Passarono pochi minuti e squillò il mio cellulare.
— Chiara, che significa che resti lì? — domandò Renata Moretti senza nemmeno salutare. — Claudio mi aveva promesso la stanza.
— Allora ne parli con Claudio.
— Io ho già avvisato delle persone che avrei messo in affitto casa mia.
— Vorrà dire che dovrà cambiare programma.
— Ti rendi conto della situazione in cui ci stai mettendo?
— Sì. È la stessa in cui mi avete messa voi qualche giorno fa. Con la differenza che avete anche fatto in tempo a misurare le pareti.
Mia suocera si indignò subito: secondo lei, tra adulti e in famiglia, certe questioni andavano risolte con buon senso e senza irrigidirsi.
— Sono d’accordo — dissi. — Infatti sarebbe stato opportuno cominciare parlando con la proprietaria dell’appartamento.
A quel punto chiuse la chiamata.
Claudio tornò da me con il viso teso.
— Era proprio necessario parlarle in quel modo? Lei si è fidata di me.
— Appunto. Per questo adesso tocca a te darle spiegazioni.
Fece per ribattere, poi serrò le labbra e rimase zitto.
La sera dopo, per la prima volta, aprì davvero gli annunci immobiliari.
All’inizio impostò la ricerca soltanto sul nostro quartiere.
Il primo appartamento lo scartò perché la fermata dei mezzi era troppo lontana. Nel secondo non gli andava bene la cucina. Il terzo era più distante dall’ufficio di quanto fosse disposto ad accettare.
Dopo un po’ mi mise il telefono davanti.
— Guarda questo. Da qui, la mattina, arrivare al lavoro sarebbe scomodissimo.
Diedi appena un’occhiata allo schermo.
— L’importante è non fissarsi su una sola zona.
Claudio riconobbe subito la sua stessa frase.
Riprese il telefono e non aggiunse altro.
Nei giorni successivi andò a vedere diversi appartamenti. A poco a poco il raggio della ricerca si allargò, mentre l’elenco delle condizioni indispensabili diventava sempre più corto.
Una sera rientrò dall’ennesima visita e si tolse la giacca con aria contrariata.
— Trovare una casa decente non è affatto semplice.
