Dentro, però, mi si era aperto un vuoto strano, teso, quasi sonoro. Presi il telefono, ordinai un taxi dalla mia applicazione personale e mi feci portare nel minuscolo appartamento in affitto che avevo alla periferia della città.
Non chiusi occhio per tutta la notte. Non versai una lacrima, non camminai avanti e indietro come un’anima in pena. Rimasi semplicemente seduta in cucina, con una tazza di tè ormai freddo tra le mani, lo sguardo fisso oltre il vetro buio della finestra. Io sapevo una cosa che mio padre ignorava.
Alle sette e mezza precise, il mio cellulare privato, vecchio e con una crepa sullo schermo, cominciò a vibrare sul tavolo.
— Elena Grassi, buongiorno, — disse Umberto Moretti. La voce del nostro capo tecnico aveva un tremito che cercava inutilmente di nascondere. — Qui sta succedendo un disastro… È arrivato Riccardo Neri. Urla, batte i piedi, pretende le specifiche per le spedizioni. Solo che la cassaforte è bloccata. Il codice non funziona più.
— Buongiorno, Umberto. Io ieri mi sono licenziata. Il codice della cassaforte è stato modificato in automatico perché il mio certificato personale di sicurezza è scaduto. Un mese fa avevo avvisato mio padre che il sistema andava aggiornato, ma lui mi ha risposto che erano “capricci da femmine”.
Dall’altra parte arrivò un respiro pesante, quasi un rantolo.
— E adesso che facciamo? I camion sono fermi nel piazzale. Gli autisti stanno perdendo la pazienza, devono partire per un’altra città. Ha chiamato anche Marco De Santis, il nostro fornitore. Dice che senza la tua firma non carica nemmeno una vite. Sostiene che l’accordo lo aveva con te, personalmente.
— Esatto, Umberto. Buona fortuna.
Chiusi la chiamata. Dopo dieci minuti, il telefono ricominciò a squillare. Poi ancora. E ancora. Le notifiche si accumularono come grandine: l’ufficio vendite, la contabilità, clienti furibondi che pretendevano risposte immediate.
Alle undici del mattino qualcuno cominciò a tempestare la mia porta di colpi. In quel modo, al mondo, bussava una sola persona.
Aprii. Mio padre irruppe nell’ingresso con tanta violenza che per poco non mi fece cadere. Non aveva la cravatta, la camicia era sbottonata sul collo e sulla fronte gli luccicava il sudore.
— Tu! — mi puntò addosso l’indice. — Che cosa hai combinato? Perché hai bloccato il database? Per quale motivo hai detto a Marco De Santis di non consegnarci la ferramenta? Il committente dell’albergo ci ha massacrati al telefono, Valentina Fontana è finita in crisi isterica!
— Io non ho bloccato niente, papà. Il database girava su un software mio, che ho pagato con la mia carta negli ultimi tre anni. Tu ti sei sempre rifiutato di stanziare un centesimo per “quei giocattoli informatici”. Ho solo annullato l’abbonamento. Quanto a Marco… semplicemente non vuole lavorare con chi non capisce nulla di legno.
— Adesso vieni subito in ufficio! — ruggì, afferrandomi per il gomito.
