— Sì, l’ho preso.
— La torta la consegnano all’ora giusta?
— Sì.
— E i tovaglioli? Non avrai messo quelli di carta da quattro soldi, vero?
Aurora lo fissò per un istante. Poi fece un cenno con la testa.
La stanchezza, in quel momento, non le pesava più sulle gambe. Era scesa più in profondità, da qualche parte sotto le costole, come un nodo duro che non riusciva a sciogliersi.
Gli invitati cominciarono ad arrivare verso sera.
Per primi si presentarono i genitori di Edoardo. Sua madre entrò stringendo un sacchetto di cioccolatini, baciò il figlio sulle guance e lanciò subito un’occhiata rapida alla tavola, come se fosse venuta a fare un’ispezione.
— Almeno l’arrosto non l’hai fatto diventare una suola, spero, — disse, senza nemmeno salutare davvero.
Aurora sollevò appena le labbra.
— Lo assaggi, poi mi dirà.
Il suocero si tolse il cappotto in silenzio e, prima ancora di sedersi, chiese dove fosse il cognac.
Dopo di loro arrivarono lo zio e la zia. Poi una coppia di amici di Edoardo.
Giorgia Sorrentino si fece aspettare più di tutti.
Indossava un vestito rosso, i capelli piegati alla perfezione e quell’espressione di chi ha già deciso, prima ancora di guardare, che qualcosa non andrà bene. Entrò in soggiorno, si avvicinò al tavolo e passò in rassegna gli antipasti, la torta, i ravioli, i piatti, i bicchieri.
— Be’… per i vostri standard è quasi dignitoso, — commentò.
Edoardo scoppiò a ridere.
Aurora fece finta di dover controllare il forno.
Da quel momento, praticamente non si sedette più.
— Aurorina, il ghiaccio.
— Aurora, i tovaglioli.
— Si può avere un’altra salsa? Questa pizzica.
— Dove sono le forchette pulite?
— Di’ al fattorino di non portare ancora dentro la torta, non siamo pronti.
Lei continuava a spostarsi tra cucina e soggiorno come se dentro di sé avesse un ingranaggio caricato a molla.
Scaldare.
Servire.
Togliere.
Sorridere.
Servire di nuovo.
Sentiva Edoardo parlare a tavola, con il bicchiere in mano, spiegando quanto fosse difficile “mandare avanti una famiglia”. Lo diceva mentre lei, china sulla tovaglia, tamponava una goccia di salsa caduta vicino a un piatto.
Qualcuno gli diede ragione.
Qualcun altro aggiunse che un uomo vero tiene sempre in piedi la casa.
In quel momento Aurora era davanti al lavello, con l’acqua che le scorreva sui polsi.
Non riuscì a mangiare nemmeno una porzione intera. Assaggiò soltanto un cucchiaio di vellutata di barbabietole per controllare il sale. Mordicchiò un angolo di raviolo mentre li trasferiva sul vassoio. Bevve del tè ormai freddo dalla propria tazza, che poco dopo qualcuno usò per sputarci dentro i semi del limone.
Intorno a mezzanotte gli amici se ne andarono.
La musica venne abbassata.
Nell’appartamento rimasero soltanto i parenti.
Sulla tavola c’era tutto ciò che resta dopo una cena troppo lunga: tovaglioli accartocciati, forchette unte, pezzi di pane abbandonati, bicchieri segnati dal rossetto, piatti in cui insalate e salse si erano mescolate in una poltiglia indistinta.
Aurora si appoggiò allo stipite della cucina.
La schiena le faceva male come se qualcuno gliel’avesse presa tra le mani e la stesse torcendo piano.
Con voce tranquilla disse:
— Adesso mi prendo un piatto pulito. Oggi non ho mangiato quasi niente.
Giorgia inarcò le sopracciglia.
— Pulito?
— Sì.
La suocera guardò gli avanzi sparsi sul tavolo.
— Ma il cibo c’è ancora. Prendi quello che è rimasto.
Aurora non si mise a discutere.
Aprì lo sportello alto della credenza. Dentro c’erano due piatti ancora puliti. Uno era bianco, con un sottile bordo azzurro.
Allungò la mano per prenderlo.
Proprio allora Edoardo posò il bicchiere sul tavolo.
Non fece un rumore forte. Eppure, dopo quel suono, nella stanza sembrò diffondersi la certezza che stesse per accadere qualcosa di spiacevole.
— Dici sul serio? — domandò lui.
Aurora si voltò.
— Su che cosa?
— Vuoi davvero metterti a fare la vittima davanti a tutti, come se qui ti avessimo lasciata senza mangiare?
— Non sto facendo la vittima. Voglio solo mangiare.
Giorgia lasciò uscire una risatina breve.
— Certe donne vogliono sposarsi, ma poi non capiscono che una famiglia significa doveri.
Aurora guardò Edoardo.
Aspettava lui.
Era l’ultima speranza piccola, minuscola, rimasta in piedi.
Non speranza d’amore, nemmeno quello.
Speranza di decenza.
Edoardo distolse gli occhi. Poi li rialzò, già irritato. Si era sentito a disagio, e il disagio, lui, lo trasformava sempre in aggressione.
— Se non sei nemmeno capace di servire come si deve la mia famiglia, io non capisco proprio perché ti abbia sposata.
Quelle parole non la colpirono subito.
Prima Aurora sentì il rubinetto gocciolare.
Poi vide la suocera abbassare lo sguardo sulla tovaglia.
Poi vide Giorgia sorridere.
La stanza si immobilizzò.
La forchetta rimase sospesa nella mano dello zio.
La zia smise di masticare.
Il padre di Edoardo fissava il televisore spento, come se all’improvviso lì ci fosse qualcosa da guardare.
Un cucchiaio colmo d’insalata scivolò di nuovo dentro la ciotola.
Su un piatto bianco una goccia rossa di vellutata iniziò a scendere lentamente.
Nessuno si mosse.
Aurora stringeva il piatto pulito con tanta forza che le dita cominciarono a farle male.
Avrebbe potuto urlare.
Avrebbe potuto scaraventare quel piatto sul pavimento.
Avrebbe potuto dire a Giorgia tutto ciò che le era rimasto incastrato in gola per quattro anni.
Ma non fece nulla di tutto questo.
Chiese soltanto:
— Edoardo, tu pensi davvero che io debba mangiare gli avanzi lasciati dai tuoi ospiti?
Lui era ormai troppo immerso nella propria rabbia per riuscire a fermarsi.
— E che problema c’è? Mangia quello che è rimasto.
Il silenzio si fece compatto, quasi materiale.
Persino Giorgia tacque per un secondo. Non godeva tanto delle parole in sé, quanto del fatto che fossero state pronunciate davanti a dei testimoni.
Fu allora che Aurora vide il telefono.
Era sul davanzale della finestra, tra il vasetto di basilico e il coperchio di una pentola. Quella mattina aveva impostato il timer mentre cuoceva le barbabietole e, per sbaglio, aveva aperto il registratore vocale.
Poi era stata distratta dalla chiamata del corriere.
Poi dall’impasto.
Poi dal campanello.
E se n’era dimenticata.
Adesso sullo schermo lampeggiava un puntino rosso.
La registrazione era ancora attiva.
Sei ore e diciotto minuti.
Aurora sentì qualcosa, dentro di sé, diventare immobile.
Non freddo.
Chiaro.
Appoggiò il piatto sul tavolo.
Edoardo aggrottò la fronte.
— Che stai facendo?
Lei si sfilò il grembiule e lo piegò con cura, una volta, poi ancora, perfettamente a metà.
Per qualche motivo, quel gesto spaventò la suocera più di quanto avrebbe fatto un urlo.
— Aurora, per favore, niente scenate, — disse in fretta.
