Riccardo si alzò poco dopo e sparì in bagno. Dalla porta arrivò quasi subito il rumore dell’acqua aperta.
Susanna, invece, andò sul balcone con la sua solita sigaretta sottile tra le dita, soddisfatta come se la guerra fosse già stata vinta.
Io entrai in camera da letto.
Sul comodino c’era il tablet da lavoro di Riccardo. Non si era mai preoccupato di proteggerlo davvero: quattro zeri, tutto lì. Era convinto che io fossi troppo sottomessa, troppo impaurita, troppo addomesticata per usarlo contro di lui.
Mi sedetti sul bordo del letto sfatto. Le mani, stranamente, erano ferme.
Aprii l’app della banca.
La schermata principale mostrò il saldo: 14.500 euro.
Il nostro conto “comune”, come lo chiamava lui. In realtà era intestato soltanto a Riccardo. Ma 8.000 euro venivano dalla vendita della mia macchina, tre anni prima. Altri 3.000 erano i premi annuali del mio lavoro, che lui mi aveva obbligata a girargli “per tenerli al sicuro”. Il resto lo aveva messo da parte dal suo stipendio, tagliando però su tutto: cibo, vestiti, perfino le piccole cose necessarie.
Premetti su “bonifico”.
Inserii l’IBAN del mio conto segreto. Quello di cui lui non sapeva nulla. Lo stesso conto sul quale, per due anni, avevo nascosto 30 euro al mese guadagnati con le ripetizioni, solo per potermi comprare un paio di stivali invernali senza dover subire scenate e interrogatori sugli scontrini.
Importo del bonifico: 14.500 euro.
Per un istante l’applicazione rimase sospesa, con il cerchietto del caricamento che girava.
In bagno l’acqua si spense. Riccardo iniziò a fischiettare.
Poi, sullo schermo, comparve una spunta verde.
Bonifico eseguito.
La banca non chiese nessun codice via SMS.
Cancellai l’app dal tablet e lo rimisi esattamente dov’era, sul comodino.
Aprii l’armadio e tirai fuori una borsa da viaggio. Ci infilai tre maglioni, un paio di jeans, la biancheria e la cartellina con i documenti del monolocale. Non mi serviva altro.
Uscii nel corridoio. La mia giacca era appesa all’ingresso.
Sul mobiletto sotto lo specchio c’era il mazzo delle chiavi di quell’appartamento. Dalla tasca presi la ricevuta della clinica: 48 euro. Proprio quella per cui avevamo litigato quella mattina.
Sul retro scrissi con una penna blu:
“Ho preso la mia liquidazione. Buon acquisto della macchina con tua madre.”
Appoggiai le chiavi sopra il foglio. Il metallo tintinnò contro il vetro del mobile.
Aprii la porta senza fare rumore. La serratura scattò piano alle mie spalle. Raggiunsi il pianerottolo e chiamai l’ascensore.
Sapevo che, nel giro di dieci minuti, Riccardo sarebbe uscito dal bagno. Avrebbe visto la ricevuta. Avrebbe acceso il tablet. Avrebbe capito che i risparmi comuni non esistevano più. Sarebbero iniziati gli urli, le telefonate, le minacce di denuncia. Ma dimostrare un furto tra coniugi, senza un accordo patrimoniale chiaro, sarebbe stato quasi impossibile. Erano soldi accumulati durante il matrimonio e tenuti su un unico conto. Io li avevo presi tutti perché lui stava cercando di strapparmi l’unica cosa che mi restava.
Avevo privato il padre di mio figlio del denaro che anche lui aveva messo da parte. Avevo lasciato mio marito senza quei risparmi e me ne stavo andando con tutto, fino all’ultimo centesimo, per salvare me stessa e quella vita che ormai si muoveva dentro di me.
Avrei dovuto, per coscienza, lasciargli almeno la sua metà? Oppure avevo tutto il diritto di prendere ogni cosa, dopo che lui aveva cercato di portarmi via di nascosto il mio appartamento?
