— Bisogna solo spiegargliela nel modo giusto. Le dirò che è un investimento per la nostra attività. Di economia non capisce nulla, se la berrà.
Entrai in cucina.
Non fecero nemmeno finta di sussultare. Susanna era seduta al mio tavolo e girava il tè con il mio cucchiaino. Davanti a Riccardo c’era un piatto di pasta del giorno prima.
— Ah, eccoti, — disse mia suocera, squadrandomi dalla testa ai piedi. — Come mai sei così pallida? Di nuovo in giro per medici a buttare via i soldi di Riccardo?
— Sono soldi miei, — risposi, posando la borsa su una sedia.
Riccardo appoggiò la forchetta e intrecciò le dita con l’aria di chi sta per impartire una lezione.
— In un matrimonio non esiste “mio” e “tuo”, Ginevra. Esiste un bilancio familiare. A proposito, io e mamma ne abbiamo parlato.
— Ho sentito.
La cosa non lo mise minimamente a disagio.
— Meglio così, allora risparmiamo tempo. Domani andiamo dal notaio. Quel monolocale sta perdendo valore, l’inflazione se lo mangia pezzo dopo pezzo. Se lo vendiamo adesso, proteggiamo il capitale. Dobbiamo crescere.
— Chi sarebbe questo “dobbiamo”? — domandai, fissandolo negli occhi.
— La famiglia, ovviamente. A me serve un’auto di un certo livello per il lavoro, altrimenti i partner non mi prendono sul serio. Il resto lo investiremo in un appartamento più grande.
Lo guardavo e mi chiedevo come avessi fatto a sopportarlo per cinque anni. Come avevo potuto credere ai suoi fogli Excel, alle sue regole, ai suoi tagli su tutto ciò che riguardava me: assorbenti, visite dal dentista, perfino le piccole spese necessarie per vivere senza vergogna.
— Quel monolocale era di mia nonna, — dissi con voce piatta. — È l’unica via d’uscita che mi resta.
Riccardo sospirò pesantemente e alzò gli occhi al cielo. Era il suo gesto preferito quando voleva farmi sentire stupida.
— Via d’uscita da cosa, Ginevra? Da chi vorresti scappare? Questo è tradire la famiglia. Se stiamo insieme, dobbiamo fidarci l’uno dell’altra. Se ti impunti per quattro muri, significa che non immagini un futuro con me.
— È solo tirchia, — intervenne Susanna. — Si aggrappa alla sua topaia. E che suo marito debba andare in giro con una macchina vecchia, a lei non importa niente.
Per un istante immaginai di tirare fuori l’ecografia. Di mostrare loro quella piccola macchia grigia.
E dopo? Si sarebbero commossi? No. Riccardo avrebbe iniziato a calcolare il costo del parto, del passeggino, dei pannolini. Poi avrebbe stabilito che, proprio per il bambino, vendere il monolocale era diventato indispensabile: serviva più spazio. Susanna avrebbe vigilato perché il nuovo appartamento venisse intestato a lei, naturalmente, perché una donna in maternità non doveva permettersi di decidere. Quel figlio sarebbe diventato la leva perfetta. Mi avrebbero stretta in una morsa dalla quale non sarei più riuscita a uscire.
— Va bene, — dissi.
Riccardo socchiuse gli occhi, sospettoso.
— Cosa vuol dire “va bene”?
— Che accetto, — risposi, spostando la sedia. — Il monolocale è vuoto, in fondo. Domani andremo dal notaio. Ti farò una procura generale.
Il viso di Susanna si distese all’istante. Guardò suo figlio con un’espressione di vittoria.
— Vedi? Quando accendi il cervello, riesci anche a prendere decisioni sensate, — sogghignò Riccardo. — Scaldami la minestra.
Poi tornò a fissare il telefono, come se io avessi appena smesso di esistere.
