“Ho paura, Riccardo,” mormorò lei, mentre lui minimizzava i suoi dolori e la rimproverava per aver speso i soldi del fondo comune

È ingiusto, spietato guardare la paura spegnersi.
Storie

E l’uomo che avevo sposato si preoccupava dello sconto sui cereali.

Spensi lo schermo senza rispondere.

Alla fermata c’era una piccola folla compatta. Il vento di novembre infilava dita gelide sotto il colletto della giacca. L’autobus 43 arrivò al marciapiede con un gemito pesante di freni.

Dentro sapeva di lana bagnata, alcol vecchio e fiato chiuso. Mi feci largo fino a metà vettura e afferrai un corrimano appiccicoso. Un istante dopo il mezzo ripartì a strattoni.

Persi l’equilibrio e finii con la spalla contro un uomo enorme, avvolto in una giacca mimetica macchiata.

— Ehi, vacca, guarda dove vai! — abbaiò, spingendomi via con il gomito.

Mi aggrappai al sostegno con tutte le forze. La nausea mi salì alla gola come bile.

— Mi scusi, — mormorai, abbassando lo sguardo.

Lui si voltò di nuovo. Vide il mio viso pallido, lucido di sudore. Vide le mani che tremavano sulla tracolla della borsa. E qualcosa, nella sua espressione irritata, si incrinò.

Afferrò bruscamente per il cappuccio un ragazzino seduto davanti a lui, isolato dalle cuffiette.

— Alzati. Subito.

— Oh, ma che vuoi? — protestò quello.

— Ho detto alzati! — ringhiò l’uomo, chinandosi su di lui.

Il ragazzo schizzò nel corridoio. L’uomo si girò verso di me, indicò con un dito il sedile di plastica appena liberato e borbottò:

— Si sieda, mamma.

Un tempo quella parola mi avrebbe fatto rabbrividire. “Mamma.” A trentun anni mi sarebbe sembrata una condanna, quasi un insulto, qualcosa capace di cancellare in un colpo solo la donna che ero stata.

Invece mi lasciai cadere sul sedile. Dentro di me tutto si contrasse, poi si sciolse di colpo.

— Grazie, — dissi piano.

— Tenga il corrimano. Oggi questo coso sballotta, — grugnì lui, voltandosi dall’altra parte.

Appoggiai una mano sul ventre, sopra la giacca. “Mamma.” Per la prima volta nella mia vita, quella parola non mi respingeva. Non mi offendeva. Suonava come un riconoscimento, come un documento invisibile appena consegnato. Una conferma che a casa non avrei mai ricevuto.

Fu lì, in quell’autobus sporco, che mi sentii madre per la prima volta.

Nel pianerottolo mi raggiunse l’odore della cipolla soffritta. Dunque Susanna era già arrivata.

Mi tolsi gli stivali cercando di non fare rumore e tesi l’orecchio verso la cucina. Non avevano nemmeno chiuso la porta.

— …il suo monolocale sul viale, adesso, lo vendi senza problemi a ventiduemila euro, — stava dicendo mia suocera con tono pratico. Un cucchiaino tintinnò contro una tazza.

— Bisogna solo convincerla a firmare la procura, — rispose Riccardo. Parlava con la bocca piena.

— E dove vuoi che vada? — sbuffò Susanna. — Figli non ne ha. A che le serve tenersi quell’appartamentino? Affittarlo come si deve non siete capaci. Meglio usarli per l’anticipo di un trilocale decente. Naturalmente lo intestiamo a me.

— A te perché, mamma?

— Perché, se un giorno divorziate, quella sterile non si porta via la metà, figliolo. La vita è lunga. Le donne cambiano. Gli immobili, invece, devono restare in famiglia.

Rimasi immobile, la chiave di casa stretta nel pugno. I dentini di metallo mi si conficcarono nel palmo.

Quel monolocale me lo aveva lasciato mia nonna. Era una stanza minuscola, in periferia, ma era l’unica cosa che possedessi davvero prima del matrimonio.

— Sono d’accordo, — disse Riccardo con assoluta calma.

Amore o Soldi