— Mi sta mettendo alla porta?
— Sto soltanto riprendendomi casa mia — rispose Valentina, intrecciando le dita sulle ginocchia. — Domani potrà passare a prendere le chiavi. Oppure dopodomani, se preferisce. Ma non ho più intenzione di sentirmi dire, dentro il mio appartamento, che sono una buona a nulla. La questione finisce qui.
— Matteo! — Renata Rizzo si voltò di scatto verso il figlio. — Tu permetti che tua moglie mi parli in questo modo?
Matteo rimase zitto per qualche secondo. Poi scosse lentamente la testa.
— Mamma, basta. Valentina ha ragione. Non puoi vivere qui e insultarla ogni giorno come se fosse normale. Sono stanco. Ho paura di tornare a casa perché so già che troverò l’ennesima lite. Non ce la faccio più a stare in mezzo a voi due. E, soprattutto, non sopporto più la mia vigliaccheria.
— Quindi scegli lei? Invece di tua madre?
— Scelgo la mia famiglia — disse lui, guardando Valentina. — E scelgo la pace. Voglio rientrare in casa senza chiedermi quando esploderà la prossima discussione.
Renata afferrò i documenti dal tavolo e uscì dalla cucina. La porta della stanza sbatté con tanta violenza che i vetri della credenza tremarono.
La mattina seguente comparve in corridoio con due valigie. Aveva il volto rigido, quasi di pietra, e gli occhi arrossati. Passò accanto a Valentina senza degnarla di uno sguardo, prese dal tavolo il mazzo di chiavi del nuovo appartamento e, già sulla soglia, si girò.
— Mi hai strappato via mio figlio. Questo non te lo perdonerà mai.
— Io gli ho restituito sua moglie — replicò Valentina, senza sollevare gli occhi dal portatile. — E a lei ho dato proprio ciò che pretendeva: l’indipendenza. Adesso potrà trovarsi un lavoro vero, come consigliava sempre a me. Le auguro buona fortuna.
La porta d’ingresso si chiuse con un colpo secco. Subito dopo, il silenzio riempì l’appartamento con un peso diverso, quasi irreale. Valentina sentì dieci mesi di tensione scivolarle piano dalle spalle. Andò alla finestra e la spalancò. L’aria fresca entrò di colpo, spazzando via quell’odore stagnante di presenza estranea.
Matteo la chiamò circa un’ora più tardi.
— È venuta da me al lavoro. Piange, insiste perché io ti convinca a ripensarci.
— E tu cosa le hai detto?
— Che è arrivato il momento che impari a vivere da sola. Che sono esausto di essere tirato da una parte e dall’altra. — Fece una breve pausa. — Le ho detto che hai ragione.
Valentina chiuse gli occhi e lasciò uscire un respiro lungo.
— Grazie.
— No. Sono io che devo ringraziare te per non essertene andata prima. Sono stato codardo, Vale. Per dieci mesi interi.
— Ma adesso non lo sei più. Ed è questo che conta.
Tre settimane dopo, Matteo rientrò in casa con un sorriso che non riusciva a nascondere.
— Mia madre ha trovato lavoro.
— Già? Ha fatto in fretta.
— Nel negozio più vicino al suo palazzo. Fa la commessa. — Si tolse il cappotto, lo lasciò su una sedia e si sedette al tavolo. — Sai cosa mi ha detto? Che è solo una sistemazione provvisoria. Che presto troverà un impiego serio, non “una cosa del genere”.
Valentina inarcò un sopracciglio.
— Un lavoro serio, dove la gente fatica davvero. Erano parole sue.
— Esatto. Però, quando è lei ad alzarsi alle sei del mattino per mettersi dietro una cassa, allora non vale più. — Matteo scosse la testa. — Ancora non ha capito.
— Capirà. Prima o poi si stancherà di voler comandare tutti.
Matteo le passò un braccio intorno alle spalle e appoggiò la fronte sui suoi capelli.
— Il mio capo mi ha detto che la settimana prossima ci sarà una promozione. E anche lo stipendio salirà parecchio.
— Matteo, è una notizia splendida!
— Gli ho risposto che, anche così, continuerò a guadagnare meno di mia moglie. — Si aprì in un sorriso divertito. — E che per me va benissimo.
