— Aspetta un momento, — la suocera sbatté le palpebre più volte, come se quelle cifre non riuscissero a entrare nella sua testa. — Ma allora Marco con che cosa vive? Dove finisce il suo stipendio, se in casa non porta nulla?
Giulia bloccò il telefono. Anche lo schermo del televisore tornò nero, e la stanza sprofondò di nuovo in una penombra pesante.
— Questo dovreste chiederlo a lui, — disse, facendo scorrere lo sguardo sui presenti. — Domandategli quanto costano i cerchi in lega originali per la sua macchina. Chiedetegli degli smartwatch nuovi che si è comprato la settimana scorsa. Del sonar da pesca che tiene nello sgabuzzino. E delle serate del venerdì al bar con gli amici.
Lo zio Orazio, con un gesto lento, spinse via il piatto. All’improvviso i funghi marinati avevano smesso di interessargli.
— Marco, — domandò piano, quasi con imbarazzo. — E questo televisore enorme? Chi l’ha pagato? Tu avevi detto di averlo comprato tu. Dicevi di averlo preso in contanti, te ne vantavi pure.
Marco fece un movimento secco con la spalla, evitando gli occhi di tutti e fissando la finestra.
— Il finanziamento è intestato a me, — rispose Giulia al posto suo. — La rata viene addebitata ogni mese. Sempre sulla mia carta.
In cucina calò un silenzio denso, appiccicoso, di quelli che sembrano togliere aria. Da dietro la parete arrivava soltanto il rumore sordo di qualcuno che, nell’appartamento accanto, batteva con un martello.
— Adele, forse è meglio andare, — mormorò lo zio Orazio, alzandosi a fatica dalla sedia.
La zia Adele annuì in fretta e cominciò a raccogliere la borsetta, muovendosi con gesti nervosi. Gli ospiti si sollevarono uno dopo l’altro, facendo di tutto per non incrociare lo sguardo di Marco.
Costanza, invece, rimase seduta. Immobile. La sua solita sicurezza, quel tono da generale con cui amava impartire giudizi, si era dissolto. Al suo posto c’era soltanto una donna anziana, confusa e improvvisamente fragile.
— Marco, — disse infine, deglutendo. — È vero? Vivi mantenuto da tua moglie?
Lui scattò in piedi così bruscamente che per poco non rovesciò l’insalatiera.
— Nessuno vive mantenuto da nessuno! Siamo una famiglia, abbiamo un bilancio comune! Anch’io metto soldi! Compro la benzina per portarci in campagna da te, mamma! Cambio l’olio alla macchina!
— Un bilancio comune esiste quando contribuiscono entrambi, — lo fermò Giulia, con voce ferma. — Se uno paga casa, bollette e cibo, mentre l’altro usa il proprio stipendio per giocattoli e svaghi, allora si chiama in un altro modo. E qui, signora Costanza, quella che fa da sponsor sono io.
La suocera si alzò lentamente. Non guardò né la nuora né il figlio.
— Me ne vado, — disse soltanto, afferrando la sua borsetta lucida.
Giulia non accompagnò nessuno alla porta. Rimase in cucina e cominciò a mettere i piatti sporchi nel lavello, uno sopra l’altro, con calma.
Un paio di settimane dopo, Marco se ne andò di casa. Trasportò le sue cose dalla madre in più viaggi, portandosi dietro anche lo smartwatch e il sonar da pesca. Giulia non fece scenate, non pretese scuse e non chiese spiegazioni. Si limitò a cambiare la serratura.
Il bilancio separato, per lui, si rivelò una prova troppo difficile. Quanto al televisore, Giulia continuò a pagarlo da sola: lo schermo era davvero ottimo, soprattutto quando guardava un film nel silenzio più assoluto.
