— La signora Costanza calò una mano aperta sulla tovaglia, facendo sobbalzare i bicchieri. — Tu, Marco, sei troppo buono, questo è il problema. E lei, invece, sa bene come farsi bella! Ho visto all’ingresso i tuoi stivali invernali nuovi, Giulia. Pelle vera, suola alta, modello elegante. In un centro commerciale costano quasi quanto mezza paga di una persona normale.
Giulia spinse via il piatto. Ormai il poco appetito che le era rimasto se n’era andato del tutto.
— Su quale collo starei vivendo, esattamente? — chiese, fissando la suocera senza abbassare lo sguardo. — Io lavoro.
— Ah, certo, lo sappiamo tutti che gran lavoro fai! — sbuffò Costanza, arricciando le labbra. — Te ne stai a casa in pigiama davanti al computer, premi due tastini e racimoli quattro spiccioli per i tuoi capricci. Ma il mutuo chi lo porta avanti? Marco. Le bollette chi le paga? Sempre lui.
Zia Adele provò a intervenire, spostando nervosamente forchette e coltelli come se mettere ordine sulla tavola potesse riportare ordine anche nella stanza.
— Costanza, dai, i ragazzi se la vedranno tra loro. Il bilancio di una famiglia è una cosa delicata. Oggi è il compleanno di Orazio, ci siamo riuniti per stare in pace, guarda che carne buona è venuta…
— Adele, non immischiarti! — la bloccò la sorella, secca. — Sono sua madre e ho tutto il diritto di sapere dove finiscono i soldi di casa. Io so bene quanto costa vivere, oggi. E lei? Una volta ordina la spesa a domicilio perché non vuole portare le buste, un’altra corre dal parrucchiere a rifarsi la ricrescita.
La suocera prese fiato, poi intrecciò le dita sul bordo del tavolo con aria da giudice.
— Se spendi il denaro di mio figlio in sciocchezze, allora abbi almeno il coraggio di renderne conto. Una voce alla volta. Dimmi dove fai sparire lo stipendio di tuo marito.
Giulia spostò lentamente gli occhi su Marco.
Lui sedeva con addosso una polo nuova, di marca, fresca di negozio. Continuava a far scorrere il dito sullo schermo, fingendo di leggere notizie importantissime; ogni gesto, ogni espressione, diceva che quella scenata rientrava nella categoria delle isterie femminili, roba dalla quale un uomo serio doveva tenersi alla larga.
— Marco, — disse Giulia, socchiudendo appena gli occhi. — Non hai niente da spiegare a tua madre?
Lui ebbe un piccolo scatto delle spalle, teso.
— Giulia, per favore, non cominciare anche tu. Mamma ha bevuto un po’ di vino, tutto qui. Perché devi peggiorare le cose? Siediti e mangia tranquilla.
— Io non sto peggiorando proprio niente, — rispose lei, appoggiando la schiena alla parete. — È tua madre che pretende un rendiconto economico. Qui, davanti a tutti, adesso. Mi sta accusando di buttare via il tuo stipendio per comprarmi quello che voglio.
— E lo pretendo, sì! — Costanza fece scorrere uno sguardo trionfante sui presenti, ormai ammutoliti. — Perché mio figlio ha la faccia di uno che non dorme più. Tu, invece, sembri una rosa di maggio. Vuol dire che vivi sulle sue spalle e non conosci pensieri.
Giulia infilò con calma una mano nella tasca dei pantaloni da casa.
Ne tirò fuori il telefono. Toccò lo schermo un paio di volte, senza smettere di guardare la suocera.
— Questa discussione finisce qui, — disse Marco, provando ad alzarsi. Il viso gli si era irrigidito, la mascella contratta. — Mamma, vieni, andiamo un attimo sul balcone a prendere aria. Qui fa caldo.
— Seduto! — ordinò Giulia.
La sua voce tagliò la stanza come un colpo secco.
