Diceva che era una fase complicata, una corsa contro il tempo, un’emergenza dietro l’altra.
Io non insistevo. Anche a me capitava di restare in ufficio fino a tardi, quindi pensavo di capirlo.
Poi, un giorno, mi chiese dei soldi.
— Giulia, mi servono cinquecento euro. Subito. Te li restituisco tra un mese.
— Che cosa è successo?
— In breve, con quel progetto siamo andati fuori scadenza. Bisogna pagare una penale a un fornitore e adesso non ho liquidità. Tra un mese mi arriva il premio e ti ridò tutto.
Glieli diedi. Cinquecento euro presi dai miei risparmi.
Passò un mese, ma del premio non ci fu traccia. Ne passarono due, e la situazione rimase identica.
— Tommaso, mi avevi promesso che me li avresti restituiti.
— Giulia, adesso proprio non ce la faccio. Scusami. Ancora un po’ di pazienza e sistemo tutto.
Non sistemò nulla.
Sei mesi più tardi tornò a chiedermi denaro.
— Mille euro. Giulia, te lo giuro, è l’ultima volta. Chiudo un prestito e poi basta, mai più.
— Quale prestito?
Lui esitò, come se si fosse accorto di aver detto troppo.
— Be’… un finanziamento personale. Volevo prendere una macchina. Poi la cosa è andata male. Ora però gli interessi continuano a salire.
— Tommaso, perché hai acceso un finanziamento senza dirmi niente?
— Pensavo di farcela da solo!
Gli diedi anche quei mille euro. Erano praticamente gli ultimi soldi che avevo da parte. Gli misi però una condizione precisa: avrebbe dovuto estinguere quel debito e non avrebbe più contratto prestiti senza parlarne prima con me.
Mi giurò che l’avrebbe fatto.
Il prestito non venne chiuso. I soldi sparirono in qualche altra direzione. Ogni volta che gli facevo domande, rispondeva in modo sfuggente, si innervosiva, mi accusava di non fidarmi di lui.
A quel punto iniziai a controllare. In silenzio, con metodo, nello stesso modo in cui sul lavoro analizzavo i bilanci e le relazioni finanziarie.
Attraverso un avvocato che conoscevo riuscii a farmi un quadro della sua situazione creditizia. Scoprii che Tommaso aveva quattro posizioni aperte: due prestiti personali, un finanziamento per l’auto e una carta di credito utilizzata fino al limite. Il debito complessivo superava gli undicimila euro.
Quella sera rimasi seduta in cucina con i fogli stampati davanti a me, cercando di capire come avesse potuto accumulare una cifra simile senza che io me ne accorgessi.
Quando Tommaso rientrò, non dissi nulla. Gli misi semplicemente le carte davanti.
— Che cos’è questa roba?
— La tua situazione creditizia. Quattro debiti aperti. Undicimila euro da restituire.
Sbiancò.
— Tu… tu sei andata a ficcare il naso nelle mie cose?
— Hai più di undicimila euro di debiti e me l’hai tenuto nascosto. Siamo marito e moglie, Tommaso.
— Ce la faccio!
— Come? Il tuo stipendio è di seicento euro. Le rate ne assorbono quattrocentocinquanta. Ti restano centocinquanta euro per vivere. Non ce la stai facendo da un anno.
Si lasciò cadere su una sedia e abbassò lo sguardo.
— Non volevo farti stare male.
— Non è il debito a farmi male. È la menzogna.
Parlammo fino a notte fonda. Alla fine Tommaso ammise che aveva cominciato a indebitarsi due anni prima, ancora prima del matrimonio. Voleva comprare un’auto, investire nell’attività di un amico, “fare un po’ di soldi”, come disse lui. Nulla era andato come previsto. L’amico lo aveva fregato, la macchina aveva dovuto venderla per coprire una parte dei debiti, e il resto era cresciuto come una valanga.
— Perché non me l’hai detto subito?
— Mi vergognavo. Tu sei così… precisa. Hai tutto sotto controllo, tutto calcolato. Io invece ho combinato un disastro.
Sospirai.
— Tommaso, affrontiamola insieme. Ti aiuto a preparare un piano di rientro, chiediamo una ristrutturazione dei debiti, troviamo una soluzione.
Mi abbracciò, mi ringraziò, promise che sarebbe cambiato.
Passai due settimane a mettere ordine nei suoi conti. Parlai con le banche, ottenni la ristrutturazione di tre prestiti, preparai un calendario dei pagamenti. Ridussi anche le nostre spese comuni, in modo che una parte maggiore delle entrate finisse a coprire i debiti.
Tommaso assicurò che avrebbe rispettato il piano alla lettera.
Resistette tre mesi.
Poi scoprii che aveva acceso un altro finanziamento. Duemila euro.
— Tommaso, avevamo un accordo!
— Giulia, mi servivano! Dovevo aiutare mia madre!
— Che cosa è successo a tua madre?
— Le perdeva il tetto. Bisognava fare dei lavori urgenti.
Chiamai Claudia.
— Claudia, per caso ha avuto problemi con il tetto?
— Con il tetto? No, cara Giulia. È tutto a posto.
Riattaccai. Tommaso aveva mentito di nuovo.
Quella sera gli posi un ultimatum.
— O mi dici la verità su dove sono finiti quei soldi, oppure me ne vado.
Crollò. Confessò di averli persi giocando a poker. Casinò online. Aveva iniziato sei mesi prima, convinto di poter recuperare. Invece aveva perso ancora, poi aveva contratto nuovi debiti per tappare i buchi lasciati da quelli vecchi.
— Giulia, smetto. Te lo prometto. Questa era davvero l’ultima volta.
— Tommaso, questa è una dipendenza. Hai bisogno di aiuto. Uno psicologo, un gruppo di supporto, qualcosa.
— Non ho bisogno di niente! Posso farcela da solo!
Non ce la fece.
Sei mesi fa venni a sapere che aveva chiesto un altro prestito. Questa volta di tremila euro. E, ancora una volta, li aveva giocati.
Il debito complessivo aveva superato i quindicimila euro.
Ero seduta in cucina e capii con una lucidità gelida che non potevamo andare avanti così. I miei risparmi erano finiti. Dentro mi sentivo prosciugata. La fiducia, ormai, era stata distrutta.
Gli dissi che volevo il divorzio.
Tommaso ebbe una crisi, pianse, mi supplicò di concedergli un’altra possibilità, giurò che avrebbe chiuso per sempre con il gioco.
Ero quasi sul punto di credergli ancora.
