— Nessun diritto? — strillò Caterina, con la voce che salì di colpo. — Tu sei mio figlio! Mio! E se quella… se tua moglie non vuole portare rispetto alla famiglia, allora che non si faccia più vedere da me!
— D’accordo, — rispose Umberto, gelido. — Allora non verremo. Arrivederci, mamma.
— Umberto, che stai facendo? — nella voce di Caterina comparve il panico. — Non intendevo questo! Umberto!
Ma lui aveva già chiuso la chiamata. Rimase immobile al centro della cucina, il cellulare stretto nel pugno, respirando a fatica come se avesse appena sollevato un peso enorme.
— Perdonami, — disse poi a Noemi, senza guardarla subito negli occhi. — Perdonala. E perdona anche me. Non avrei dovuto permetterle di parlarti in quel modo.
Noemi gli si avvicinò e lo abbracciò. Sentì sotto le mani le sue spalle contratte, scosse da una rabbia che lui cercava disperatamente di tenere a bada.
— Va bene, — mormorò piano. — È tutto a posto.
Ma non era passato neppure mezzo giro d’orologio che il telefono ricominciò a vibrare sul tavolo.
— Non rispondere, — lo pregò Noemi.
Umberto chiuse gli occhi e sospirò.
— Devo farlo. Altrimenti non la smette più.
Appena accettò la chiamata, la voce di Caterina arrivò rotta dal pianto.
— Umberto, figlio mio… perdona la tua mamma. Mi sono lasciata prendere la mano. È che stare da sola è così difficile… mi fa male la schiena, le mani non sono più quelle di una volta… e c’è tutto quel lavoro da fare…
Noemi vide il volto del marito cambiare. La fermezza che aveva avuto poco prima cominciava a sciogliersi. Umberto voleva bene a sua madre, nonostante tutto, e le lacrime di lei erano sempre state la sua debolezza.
— Mamma, — disse lui con tono più morbido, — capisco che per te sia pesante. Però perché non vuoi prendere qualcuno che ti aiuti? Paghiamo noi, non sarebbe un problema…
— Estranei! — singhiozzò Caterina. — Quelli lavorano senza cuore! Fanno le cose tanto per farle, alla meglio! La famiglia è un’altra cosa. La famiglia ci mette amore!
— Ma noi non siamo capaci di occuparci dell’orto, — provò a spiegare Umberto con pazienza. — Finiremmo soltanto per intralciarti.
— Imparerete! — si rianimò subito lei. — Non è mica una scienza complicata! Vi faccio vedere tutto io. E poi vi farà bene: un po’ di lavoro all’aria aperta, un po’ di sole…
Noemi osservò il marito e capì che stava vacillando. Conosceva fin troppo bene i punti su cui Caterina sapeva colpire: il senso di colpa, il bisogno di essere un bravo figlio, la paura di litigare fino in fondo.
— Va bene, mamma, — cedette infine Umberto. — Ci penseremo…
— E cosa c’è da pensare? — esclamò Caterina, già sollevata. — Preparate due cose e venite. Ho già messo l’acqua per il tè!
— Mamma, ho detto che ci penseremo. Non significa che partiamo oggi.
— Ma cosa dovete valutare? — si stupì lei, come se l’idea stessa di un rifiuto fosse assurda. — Io vi aspetto!
Umberto chiuse di nuovo la comunicazione e si lasciò cadere su una sedia, esausto.
— Non si fermerà, — disse con voce spenta. — Chiamerà ogni mezz’ora. Prima piangerà, poi mi accuserà, poi ricomincerà da capo.
Noemi si sedette davanti a lui.
— E tu cosa proponi? Che andiamo lì e buttiamo via il fine settimana per qualcosa che non vogliamo fare e che nemmeno ci riguarda?
— Magari solo questa volta? — azzardò lui, incerto. — La aiutiamo con le aiuole, così si calma e ci lascia tranquilli.
— Solo questa volta? — Noemi lo fissò incredula. — Umberto, questa storia l’abbiamo già vissuta. Anche l’anno scorso doveva essere “solo una volta”. Poi ci ha pretesi per tutta l’estate: zappare, annaffiare, togliere erbacce. Te lo sei dimenticato?
Lui abbassò la testa, colpevole. No, non lo aveva dimenticato. L’estate precedente quasi tutti i loro fine settimana erano finiti nella casa di campagna di sua madre, invece che nel riposo, nelle commissioni rimandate o anche solo in un po’ di tempo per loro due.
— Però lei è sola, — borbottò. — E davvero fa fatica…
— Umberto, — Noemi gli prese la mano, — fa fatica perché ha scelto lei di caricarsi tutto addosso. Nessuno la obbliga a coltivare un orto così grande. Potrebbe ridurre lo spazio, assumere qualcuno, oppure vendere quella casa e trasferirsi in un appartamento più comodo. Invece preferisce soffrire e trascinarci dentro.
— Ma è mia madre, — tentò lui, senza convinzione.
— E questo cosa cambia? Una madre non ha il diritto di governare la vita dei figli adulti. — Noemi sentì montare anche dentro di sé una rabbia più netta, più lucida. — Abbiamo trent’anni, Umberto. Siamo persone adulte. Abbiamo il diritto di vivere la nostra vita.
Il telefono riprese a squillare. Umberto guardò il display e lasciò uscire un altro sospiro.
— Se non rispondo, andrà avanti tutto il giorno.
— Allora rispondi e dille chiaramente: non andiamo. Punto.
Umberto premette il tasto verde.
— Umberto! — la voce di Caterina era agitata, quasi isterica. — Perché non rispondevi? Pensavo fosse successo qualcosa!
— Mamma, abbiamo parlato adesso…
— Allora quando arrivate? — lo interruppe lei. — Devo organizzarmi. Tra poco smette di piovere e si può cominciare a preparare la terra.
Umberto rimase un attimo in silenzio, poi parlò. E Noemi, stavolta, colse nella sua voce una nota nuova: decisione.
— Non veniamo.
— Come sarebbe, non venite? — Caterina parve senza fiato. — E io? E l’aiuto?
— Mamma, assumi dei lavoratori. Te li paghiamo noi.
— Umberto! — il tono di lei si incrinò in un lamento. — Ma come puoi dire una cosa simile? Io contavo su di voi! Avevo già stabilito tutto! E voi mi lasciate in mezzo ai guai!
— Non lasciamo in mezzo ai guai nessuno. Non ti abbiamo mai promesso che saremmo venuti.
— Non me lo avete promesso! E i legami di famiglia? Quelli non contano più niente?
Noemi vide il marito cedere di nuovo, piano, come una porta che si socchiude sotto una spinta insistente. Caterina sapeva premere il tasto giusto: la colpa.
— Mamma, — disse Umberto, stremato, — va bene, d’accordo. Passiamo per qualche ora…
— No! — lo interruppe Noemi, e gli sfilò il telefono dalla mano.
