La seconda possibilità, presto, si rivelò l’unica praticabile.
Roberto non era in grado di versarle nulla. Saltò fuori che, dietro l’apparenza di uno stipendio importante, non c’era quasi niente: i soldi se ne erano andati in ristoranti, nella macchina e in quelle che lui chiamava, senza mai metterle in discussione, le “necessità” infinite di sua madre e di Giulia.
— Allora vendiamo — disse Serena, con una calma che non ammetteva repliche.
Roberto la fissò con gli occhi pieni di rancore.
— Sei sempre stata una vipera. Solo che sapevi nasconderlo bene.
Per la prima volta dopo la separazione, Serena gli sorrise davvero.
— No, Roberto. È solo che non sono più comoda da usare.
L’appartamento fu ceduto a un prezzo più che dignitoso. Con la sua parte Serena riuscì a comprare un bilocale nello stesso quartiere, abbastanza per lei e Chiara. Davide studiava all’università e viveva in residenza, ma sapeva che, ogni volta che ne avesse avuto bisogno, quella porta sarebbe rimasta aperta anche per lui. Avanzò persino qualcosa: abbastanza per sistemare la casa, tinteggiare, comprare mobili scelti da lei e mettere da parte un piccolo risparmio.
Dopo il divorzio, Roberto scomparve quasi del tutto dalle loro giornate. Si fece vivo una settimana più tardi, con la voce tesa e irritata.
— Me ne vado al Nord. Ho trovato un lavoro con paga doppia. Starò lì.
— Va bene — rispose Serena. — Ti auguro buona fortuna.
— E i ragazzi?
— I ragazzi restano con me. Se vorrai vederli, potrai farlo.
Ma lui, in realtà, non lo volle.
Tre giorni dopo partì. La settimana seguente lo raggiunsero anche sua madre e Giulia, con il neonato. Prima di andarsene, la suocera telefonò a Serena, vomitando addosso tutto il suo veleno.
— Hai distrutto la nostra famiglia! Per colpa tua mio figlio è costretto a finire in un posto sperduto!
— Per colpa mia? — Serena lasciò uscire una risata breve, senza allegria. — No. La sua famiglia l’ha persa per colpa vostra. Lo avete cresciuto così: pretenzioso, egoista, convinto che tutto gli fosse dovuto. Adesso seguitelo pure. Vivete con il suo “meraviglioso” stipendio. Però sai qual è la parte curiosa?
— Quale? — sibilò l’altra.
— Che in certe località del Nord la vita costa carissima. Affitti, bollette, spesa: tutto pesa molto più che a Torino. D’inverno fa buio presto, il freddo non perdona e la noia diventa una compagna di casa. Buona fortuna anche a voi.
Chiuse la chiamata. Da quel giorno non rispose mai più a quella donna.
Passarono sei mesi.
Una mattina Serena era ferma davanti alla finestra del suo nuovo appartamento, con una tazza di caffè caldo tra le mani. Fuori era primavera: rumorosa, luminosa, piena di profumo di lillà. Chiara si preparava per andare a scuola canticchiando tra una stanza e l’altra. Davide era arrivato la sera prima per il fine settimana e aveva portato con sé la sua ragazza, una studentessa dall’aria intelligente e dallo sguardo gentile.
— Mamma, lei è Ottavia.
Serena osservò il modo in cui suo figlio la guardava. C’era rispetto, c’era premura, c’era parità. Forse, pensò, qualcosa di buono era riuscita a insegnarglielo davvero.
Anche al salone le cose procedevano bene. Aveva preso con sé due apprendiste, due ragazze uscite da una scuola professionale che sognavano di lavorare come estetiste e onicotecniche. La sera, con pazienza, Serena spiegava loro ogni gesto, ogni attenzione, ogni dettaglio del mestiere. Ma non trasmetteva soltanto una professione: cercava di dare anche fiducia. Si poteva vivere del proprio lavoro. Si poteva stare in piedi senza appoggiarsi a qualcuno che poi ti avrebbe presentato il conto. Si poteva, eccome.
Il giorno prima le era successa una cosa strana. Era entrata in una libreria senza un motivo preciso, solo per dare un’occhiata. Da anni non comprava un libro per sé: c’era sempre stato qualcosa di più urgente, qualcun altro prima di lei. Poi vide una raccolta di poesie, la prese dallo scaffale e la aprì a caso. Lesse poche righe:
“Credevo che questo fosse vivere. Invece era soltanto sopportare.”
Rimase immobile in mezzo al negozio e si mise a piangere in silenzio, cercando di non farsi notare. Perché quelle parole parlavano di lei. Di tutto ciò che era stata la sua vita fino ad allora.
Comprò il libro, lo portò a casa e lo appoggiò sul comodino.
Quella sera Chiara le domandò:
— Mamma, tu sei felice?
Serena rimase pensierosa. Felice? Non aveva più un marito. Ma non aveva nemmeno accanto un uomo che ogni giorno la umiliava. Aveva una casa piccola, sì. Però poteva arredarla come voleva, appendere alle pareti i quadri che le piacevano, scegliere i colori, invitare ospiti quando ne aveva voglia oppure non far entrare nessuno. Non possedeva un’auto costosa. Ma aveva la libertà di svegliarsi al mattino e sapere che la giornata le apparteneva.
— Sai, amore mio — disse, stringendo Chiara a sé — non so se posso dire di essere felice. Però una cosa la so con certezza: finalmente sto vivendo. Davvero.
Chiara si rannicchiò più forte contro di lei.
Proprio allora arrivò un messaggio da Roberto. Il primo dopo sei mesi.
“Serena, ho sbagliato. Possiamo parlare?”
Lei guardò lo schermo per qualche istante. Poi cancellò il messaggio senza rispondere.
Una brezza tiepida entrò dalla finestra e mosse appena la tenda. Dal cortile salivano le voci dei bambini, le risate, il rumore della vita che continuava e chiamava avanti.
E Serena pensò a quanto fosse stato importante imparare, finalmente, a dire no. Una parola minuscola, eppure capace di spalancarle davanti un mondo intero. Un mondo in cui respirare senza paura.
Finì il caffè e sorrise. Senza sforzarsi, senza dover compiacere nessuno. Solo perché le veniva naturale.
E quella, per lei, era una vera meraviglia.
