— Senza di me? Mia madre in una settimana rimetterebbe questa casa in riga! — sbottò Roberto, ormai fuori controllo. — Almeno lei saprebbe crescere i ragazzi come si deve, non come hai fatto tu. Li hai lasciati diventare ingestibili! Davide passa le giornate a poltrire “all’università”, e Chiara con quelle sue amichette…
Serena alzò una mano, come se quel gesto potesse fermare l’ondata di veleno che le stava arrivando addosso.
— Basta. Davvero, basta così.
— No, non basta affatto! — urlò lui, con il viso congestionato. — Domani vai in banca, hai capito? Domani! Oppure prendi le tue cose e sparisci.
La porta della stanza di Chiara si socchiuse appena. Nel taglio di luce comparve il volto pallido della bambina, gli occhi lucidi e spaventati.
— Mamma?
Serena si ricompose all’istante, ingoiando il tremore.
— Va tutto bene, amore. Torna a letto.
— Non va bene un bel niente! — ruggì Roberto. — Chiara, vieni qui! È ora che tu sappia che razza di madre hai. Avida, egoista…
— Taci immediatamente! — Serena gli si parò davanti. — Non ti azzardare. I bambini lasciali fuori da questa storia.
Chiara scoppiò a piangere e richiuse la porta. Subito dopo, dalla sua stanza partì la musica a volume alto: l’aveva alzata per non sentire più le loro voci.
Roberto respirava pesantemente, come un animale braccato. Serena rimase immobile di fronte a lui e, per la prima volta dopo tanti anni, ebbe la sensazione di vederlo davvero. Senza maschere. Senza la parte del marito premuroso. Davanti a lei c’era soltanto un uomo abituato a pretendere, a manipolare, a ricevere tutto senza mai restituire nulla.
— Allora ascoltami bene — disse lei piano, scandendo ogni parola. — Io in banca non ci vado. Non chiederò nessun prestito. E non comprerò nessuna macchina a tua madre.
Gli occhi di Roberto ebbero un lampo cattivo.
— Allora divorziamo. E tu resterai senza niente.
— Questo lo vedremo.
Serena si voltò, andò in camera da letto, tirò fuori una borsa dall’armadio e cominciò a riempirla.
Lui la seguì sulla soglia.
— Che cosa stai facendo?
— Quello che avrei dovuto fare molto tempo fa. Me ne vado. Per qualche giorno. Ho bisogno di pensare.
— Serena… — nella sua voce comparve qualcosa di nuovo. Incertezza, forse. O paura. — Stai parlando sul serio?
— Mai stata più seria.
— E dove credi di andare? Non hai nessuno.
Serena chiuse la cerniera della borsa. Era vero: dove sarebbe andata? I suoi genitori non c’erano più da anni, amicizie vere non ne aveva coltivate, perché non aveva mai avuto tempo per sé. Solo lavoro, casa, figli, doveri. Ma, in quel momento, la risposta non aveva importanza.
— Un posto lo troverò. Anche un albergo andrà bene.
Roberto rise con disprezzo.
— E con quali soldi? Con il tuo stipendietto da quattro spicci?
— Con i miei — replicò lei, prendendo il telefono e la borsa. — Con quelli che mi sono guadagnata onestamente.
Arrivata alla porta, si fermò e si voltò un’ultima volta.
— E un’altra cosa, Roberto. L’appartamento non è soltanto tuo. Per diciassette anni ho pagato il mutuo esattamente come te. Ho le ricevute di ogni bonifico. Quindi non provare più a minacciarmi. E i ragazzi non li porterai via da nessuna parte: lavori dalla mattina alla sera, chi pensi che se ne occuperebbe? Tua madre?
Uscì. Il pianerottolo, il portone, la strada. L’aria fresca della notte e il silenzio della città la investirono appena mise piede fuori. Serena si fermò sul marciapiede e respirò a fondo.
Per la prima volta dopo anni provò una paura autentica. Ma insieme alla paura arrivò anche qualcos’altro: sollievo. Un sollievo così netto da darle quasi le vertigini, come se avesse appena scaricato dalle spalle un sacco pieno di pietre.
La causa di divorzio durò tre mesi. Roberto tentò in ogni modo di tenersi l’appartamento, sostenendo di aver pagato lui la parte più consistente. Portò persino sua madre come testimone. La donna pianse davanti al giudice, giurò che Serena non aveva mai lavorato davvero, che se n’era rimasta a casa a spendere i soldi del marito.
Ma l’avvocata di Serena, una donna matura dallo sguardo d’acciaio e dal carattere inflessibile, posò davanti al giudice una pila di documenti estratti da diverse cartelle. Diciassette anni di estratti conto. Ogni rata del mutuo, versata al cinquanta per cento da ciascuno. Le bollette, pagate da Serena. Gli scontrini dei vestiti dei figli, della spesa, dei medicinali: tutto sostenuto da lei. Perfino quel disgraziato completo da trecento euro con cui Roberto si pavoneggiava al lavoro era stato acquistato con la carta di Serena.
— Signor giudice — disse l’avvocata con voce calma, ma ferma — davanti a lei non c’è una casalinga mantenuta dal marito. C’è una donna che ha contribuito al sostentamento della famiglia in misura pari al coniuge, ha cresciuto i figli e, nello stesso tempo, ha vissuto per anni sotto una pressione psicologica costante. La documentazione dimostra con chiarezza che ha pieno diritto alla metà dei beni acquisiti durante il matrimonio.
Il giudice, un uomo anziano dalle sopracciglia grigie, esaminò a lungo le carte. Poi sollevò lo sguardo oltre gli occhiali e lo posò su Roberto.
— Ha osservazioni da presentare? Supportate da documenti, intendo.
Roberto non disse nulla. Accanto a lui, sua madre sedeva rigida, con le labbra serrate in una linea sottile.
La decisione fu inequivocabile: l’appartamento doveva essere diviso in parti uguali. Roberto avrebbe dovuto liquidare a Serena la sua quota; in caso contrario, l’immobile sarebbe stato venduto e il ricavato diviso a metà.
