“Serena, ti conviene non farmi perdere la pazienza, altrimenti te ne pentirai!” sibilò Roberto mentre lei posava il mestolo con calma glaciale

Inaccettabile prepotenza, umiliazione fredda e silenziosa.
Storie

A quell’odore si mescolava quello dei vestiti nuovi, dei profumi dolciastri delle vetrine, della gente che passava veloce con le buste in mano e rideva come se non avesse un solo pensiero al mondo. Era una vita estranea, leggera, quasi offensiva nella sua spensieratezza. Una vita che Serena non ricordava più di aver avuto. Da troppo tempo.

Salì fino al terzo piano, ordinò un cappuccino e si sedette vicino alla grande vetrata. Fuori, la città della sera scintillava di insegne e fari, tutta accesa come una promessa che non riguardava lei. Il telefono si illuminò di nuovo. Questa volta non era Roberto: era sua suocera.

“Serena cara, Roberto mi ha raccontato tutto. Perché ti comporti come una bambina? Siamo una famiglia. A Giulia l’auto serve davvero, tra poco arriva il piccolino…”

Il piccolino.

Serena rimase a fissare quella parola. Lei aveva due figli, eppure nessuno li aveva mai chiamati così, con quella tenerezza zuccherosa, come se fossero creature da proteggere a ogni costo. I suoi figli erano sempre stati un dovere suo. Le sue notti senza sonno. I suoi soldi per ripetizioni, corsi, vestiti, libri, scarpe, tasse.

Il cappuccino diventò freddo senza che lei se ne accorgesse. Nella testa, intanto, cominciava a prendere forma un pensiero limpido e terribile: per diciassette anni aveva fatto tutto “come si deve”. Aveva lavorato, sopportato, aiutato, taciuto. Aveva ingoiato frasi, stanchezza, umiliazioni. E in cambio? In cambio adesso le veniva ordinato di comprare un’auto a persone che non le avevano mai rivolto nemmeno un grazie sincero.

— Oh, mi scusi! — una ragazza le urtò la borsa, che scivolò a terra.

Serena si chinò, la raccolse e sorrise automaticamente, per educazione, senza nemmeno pensarci.

E proprio in quel momento la colpì una domanda semplice: quand’era stata l’ultima volta che aveva sorriso davvero, non per abitudine?

Quando rientrò a casa, erano già passate le dieci. Girò la chiave nella serratura cercando di non fare rumore, ma Roberto la sentì lo stesso. Era seduto in soggiorno; la televisione era accesa, però lui non la guardava. La stava aspettando.

— Sei tornata — disse alzandosi.

Serena capì subito, dal tono e dal modo in cui lui le veniva incontro, che sarebbe stato peggio della mattina.

— Roberto, sono distrutta. Parliamone domani, per favore…

— Domani? — fece lui, avvicinandosi. Aveva il viso paonazzo e gli occhi lucidi di rabbia. — Mi hai fatto fare una figura ridicola con mia madre! Mi ha chiamato in lacrime! Dice che le hai parlato malissimo!

— Oggi non le ho parlato affatto — rispose Serena, togliendosi le scarpe e sistemandole con cura vicino alla parete. I piedi le pulsavano per tutto il camminare.

— Non mentire! Le hai chiuso la chiamata in faccia! Mia madre voleva solo parlarti con calma e tu…

— Roberto, basta. Ti prego. Siamo nervosi tutti e due, siamo stanchi. Domattina…

— No! — urlò lui, battendo il pugno sullo schienale del divano. — Ne parliamo adesso! Tu vai in banca, chiedi un prestito e compri quella macchina. Hai capito?

Serena espirò lentamente. Lo guardò: l’uomo con cui aveva condiviso quasi vent’anni, il padre dei suoi figli. E all’improvviso le parve uno sconosciuto. Non c’era più nulla di familiare in quel volto contratto.

— Non farò nessun prestito — disse piano.

— Come sarebbe a dire che non lo farai? — Roberto diventò ancora più rosso. — Ti sei completamente bevuta il cervello? Hai sentito quello che ti ho detto?

— Ho sentito benissimo. Ma non prenderò un altro prestito. C’è già il mutuo, e sto pagando anche le tasse universitarie di Davide. Non posso reggere un’altra rata.

— Puoi eccome! — le si piantò davanti, sovrastandola. — Lavorerai di più. Farai altri turni. Mia madre per tutta la vita…

— Tua madre, tua madre! — Serena alzò la voce così all’improvviso che Roberto rimase per un istante immobile. — E io cosa sono? Io non sono una persona? Lavoro sessanta ore alla settimana! La sera ho la schiena a pezzi, non riesco nemmeno a stare dritta! I miei figli mi vedono a malapena perché sono sempre fuori a guadagnare soldi! E per cosa? Per tua madre, per tua sorella, per le tue pretese?

— Sta’ zitta! — ruggì lui. — Non ti permettere di parlare così! Sei mia moglie! È tuo dovere!

— Mio dovere? — Serena sentì qualcosa spezzarsi dentro di lei, come un filo bruciato che fino a quel momento aveva tenuto insieme tutto. — Il mio dovere sarebbe sopportare la tua arroganza? Mantenere i tuoi parenti? Restare in silenzio qualunque cosa succeda?

— Sì! — Roberto le afferrò le spalle e la scosse. — Sì, è tuo dovere! Perché sei mia moglie! Perché siamo una famiglia!

Serena si divincolò con uno strattone. Il cuore le batteva così forte da rimbombarle nelle tempie.

— Non toccarmi.

— Altrimenti? — Nella sua voce comparve qualcosa di nuovo, duro, esplicito. Una minaccia vera. — Che cosa faresti? Serena, ne ho abbastanza di te. Te lo dico per l’ultima volta: domani vai in banca, chiedi il prestito e compri l’auto a mia madre. Se non lo fai, io divorzio.

La parola rimase sospesa tra loro, pesante e definitiva.

— Che cosa hai detto? — Serena quasi non riconosceva la propria voce.

— Hai sentito benissimo — rispose Roberto, incrociando le braccia. — Divorzio. La casa è mia, è intestata a me. I ragazzi restano con me. Tu puoi andartene dove vuoi. Magari nel tuo preziosissimo posto di lavoro. Potrai dormire lì.

— Sei impazzito — sussurrò lei.

— No, quella impazzita sei tu! — fece un altro passo verso di lei. — Pensi forse di essere insostituibile? Credi davvero che non ce la caveremmo senza di te?

Amore o Soldi