— Serena, ti conviene non farmi perdere la pazienza, altrimenti te ne pentirai! A mia madre e a mia sorella serve una macchina, e sarai tu a comprarla! — sibilò suo marito.
— Sta’ zitta! Serena, non provocarmi, perché finisce male. L’auto serve a mia madre e a mia sorella, quindi la pagherai tu! — ripeté Roberto con voce tagliente.
Quelle parole rimasero sospese nella cucina come una nube velenosa. Serena era davanti ai fornelli, di spalle, e sentì qualcosa dentro di sé raffreddarsi lentamente. Non bruciava, non faceva male: si gelava e basta, sgretolandosi in schegge di ghiaccio. Posò con calma il mestolo. La minestra continuava a sobbollire nella pentola, nell’aria c’erano profumo di aneto e aglio, fuori cadeva una pioggia sottile d’ottobre, e nella sua vita, in quell’istante, avvenne uno spostamento invisibile ma enorme.
— Che cosa hai detto? — chiese voltandosi. La sua voce era bassa, però dura.
Roberto stava seduto al tavolo, scomposto sulla sedia, lo sguardo incollato al telefono. Non alzò nemmeno gli occhi. Quarantadue anni, responsabile di reparto in una società commerciale, completo da trecento euro, e sul volto quella solita aria superiore, sprezzante. Un tempo Serena aveva creduto di avere accanto un uomo solido. Ora vedeva soltanto arroganza.

— Hai sentito benissimo. Mia madre prende lo stesso autobus da trent’anni. Giulia è incinta, anche a lei serve una macchina. I soldi li amministri tu, quindi ci penserai tu.
Serena sorrise. Era strano: il mondo le stava crollando addosso e lei sorrideva.
— Con quali soldi, Roberto? Con quelli che guadagno al salone? Sessanta ore a settimana, le gambe a pezzi, clienti isteriche… quelli sono soldi miei.
— Nostri — disse lui, staccando finalmente gli occhi dallo schermo. Aveva uno sguardo freddo, quasi estraneo. — Siamo una famiglia. Te lo sei dimenticato?
Diciassette anni di matrimonio. Due figli: Davide all’università, Chiara in terza media. Un appartamento con il mutuo, che lei pagava esattamente come lui. I suoi piedi, stretti in scarpe numero trentasette, si erano consumati tra lavoro e faccende domestiche; le mani odoravano sempre di creme, solventi e smalti; la sera la schiena le doleva come se portasse addosso un peso. E lui, semplicemente, se ne stava seduto lì a dirle: “la comprerai”.
— Non l’ho dimenticato — rispose Serena, spegnendo il fornello. — Solo che non ricordo una sola volta in cui la tua famiglia si sia domandata di che cosa avessi bisogno io.
Roberto si alzò. Era alto, largo di spalle; anni prima, vicino a lui, lei si era sentita protetta. Adesso capiva soltanto che stava usando la sua stazza per intimidirla.
— Ecco, ricominciamo — borbottò andando verso la finestra. Accese una sigaretta, anche se lei gli aveva chiesto mille volte di non fumare in casa. — Sempre con queste tue offese. Mia madre è anziana, e Giulia sta per partorire…
— Giulia ha ventotto anni, un marito ce l’ha, se le serve un’auto gliela compra lui! — Serena sentì finalmente qualcosa di rovente incrinare il gelo che aveva dentro. — Quanto a tua madre, da tre anni le do cento euro al mese “per le medicine”, anche se sta meglio di me!
— Non ti azzardare a parlare così di mia madre!
Fu quello il punto di rottura. Serena avvertì lo spazio della stanza cambiare, come se l’aria fosse diventata più pesante, più densa.
— Esco — disse, togliendosi il grembiule e appendendolo accanto alla porta d’ingresso. — La minestra è pronta. Scaldatela da solo.
— Dove vai? — Roberto fece un passo verso l’uscita, ma lei stava già indossando il cappotto. Le tremavano le mani, eppure riuscì a chiudere la cerniera.
— Fuori. A respirare. A pensare.
— Serena!
Lei non si voltò. La porta si richiuse con un colpo secco, le scale le scivolarono sotto i piedi, e un attimo dopo era già in strada: bagnata, buia, odorosa d’autunno… e libera.
Camminò in fretta, senza sapere davvero dove stesse andando. Passò davanti al piccolo supermercato in cui faceva la spesa ogni venerdì. Superò la fermata dell’autobus, dove ogni mattina vedeva gli stessi visi stanchi e rassegnati. Sotto la pioggia la città sembrava diversa: sfocata, quasi irreale, come una scena di un film. Le luci dei lampioni tremavano nelle pozzanghere, le auto scivolavano sull’asfalto lucido, da qualche bar con la porta socchiusa arrivava un filo di musica.
Si fermò davanti alla vetrina di una gioielleria. Catene d’oro, bracciali, anelli: tutto scintillava sotto i faretti. Da quanto tempo non riceveva un regalo vero? Per il suo ultimo compleanno Roberto le aveva dato una busta con dei soldi: “Comprati quello che vuoi”. Lei, con quei soldi, aveva comprato un paio di scarpe da ginnastica a Chiara e uno zaino nuovo a Davide.
Il telefono vibrò. Roberto.
Serena rifiutò la chiamata.
Doveva continuare a camminare. Meglio raggiungere il centro commerciale: lì almeno c’era caldo, luce, qualche tavolino nella zona ristoro; avrebbe potuto prendere un caffè e rimettere in ordine i pensieri. L’autobus la portò fin lì in pochi minuti. Davanti alle porte automatiche si fermò appena un istante, poi entrò nel grande atrio illuminato, dove già la raggiungeva il profumo caldo del popcorn.
