“Tu stai qui, al caldo, nel tuo appartamento, tra l’altro, mentre mia madre ha freddo!” Giacomo scoppiò in una risata secca e lanciò il berretto sul mobiletto

È vergognoso evitare il dovere, profondamente egoista.
Storie

— Non “nel nostro”. Nel mio. E la risposta resta no.

— Non vuoi nemmeno parlarne?!

— Ne parlo da tre anni, Giacomo Rizzo. Ogni dicembre. Cambia solo il modo in cui me lo presenti.

— Hai paura di prenderti una responsabilità! — sbottò lui. — Per te è più comodo alzare un muro e dire: “Non mi riguarda”.

— Perché non mi riguarda, — rispose Sara Amato, senza alzare la voce. — Io non ho sposato tua madre. E non ho mai accettato di vivere in tre.

Giacomo Rizzo balzò in piedi.

— E se ti dicessi che, senza questo passo, noi due non andiamo più avanti? Che cosa faresti?

Sara Amato lo fissò con una calma che gli fece più male di uno schiaffo.

— Allora vorrebbe dire che, in realtà, non stavamo andando da nessuna parte già da un pezzo.

Il silenzio calò tra loro, spesso, appiccicoso. Fuori, qualcuno fece partire dei fuochi d’artificio in anticipo: scoppi storti, fuori tempo, ridicoli, come succede nei quartieri di palazzi a metà dicembre.

— Mi stai ricattando? — chiese Giacomo Rizzo a bassa voce.

— No. Per la prima volta ti sto dicendo la verità.

Lui si passò una mano sul viso, come se volesse cancellare la stanchezza.

— Sono esausto, Sara Amato. Davvero. Mia madre mi pressa, tu mi pressi. E io resto in mezzo a voi come un cretino.

— Io non ti sto pressando, — disse lei, scuotendo appena la testa. — Sto solo rifiutando.

— Per te è la stessa cosa. Se non si fa come dici tu, allora sei contro.

— No. Se non si fa come dici tu, allora io divento quella cattiva. L’egoista. Quella senza cuore.

— Sei tu che ti definisci così.

— No, Giacomo Rizzo. Sei tu che mi fai sentire così. Da molto tempo.

Lui tornò a sedersi, gli occhi piantati sul tavolo.

— Oggi mi ha detto, — cominciò con voce opaca, — che se le cose continuano così, la casa alla fine andrà comunque a me. Ma non è sicura di arrivarci viva.

Sara Amato sollevò lentamente lo sguardo.

— Ecco. Siamo arrivati al punto.

— Non ricominciare.

— Non sto ricominciando. Ti sto ascoltando. Tu adesso non stai pensando a come aiutarla. Stai pensando a cosa resterà dopo.

— Non è vero!

— Sì, invece. E lo sai anche tu.

Giacomo Rizzo si alzò di scatto.

— Sai che ti dico? Vado da lei. Subito. Tu intanto rifletti. Rifletti bene. È Capodanno, Sara Amato. Non è il momento migliore per gli ultimatum.

— Non è un ultimatum, — disse lei piano, mentre lui si allontanava. — È il mio limite.

La porta sbatté.

Sara Amato rimase sola. In cucina c’era odore di tè e di aria fredda che filtrava dalla finestra socchiusa. Da qualche appartamento vicino arrivava la musica allegra di una pubblicità natalizia in televisione.

Si sedette e strinse la tazza tra le mani.

Ogni dicembre la stessa storia. Soltanto che quest’anno non ho più intenzione di fingere che vada tutto bene.

Il telefono restò muto. L’orologio continuò a ticchettare. Oltre il vetro cadeva neve bagnata, pesante, quasi pioggia.

Dopo un’ora arrivò un messaggio.

“ sono da mia madre. Dobbiamo parlare seriamente. Dopo le feste.”

Sara Amato spense lo schermo.

— Dopo le feste, — ripeté ad alta voce. — Certo.

Lo sapeva già: da quel momento sarebbe andata peggio. Sarebbero arrivati altri silenzi, altre conversazioni rimandate, altre decisioni.

Amore o Soldi