— Ti rendi conto di quello che hai appena detto? — Giacomo Rizzo era fermo in mezzo alla cucina, ancora con il giubbotto addosso e il telefono stretto in mano, senza essersi nemmeno tolto le scarpe. — Me lo dici a dicembre. A pochi giorni da Capodanno.
— Me ne rendo conto benissimo, — rispose Sara Amato con calma, bevendo un sorso di tè ormai freddo. — Proprio per questo te lo dico adesso, non quando sarà troppo tardi.
— Troppo tardi quando? Quando mia madre finirà per congelare in quella casa? — alzò la voce lui. — Quando resterà a letto senza potersi muovere?
— Giacomo Rizzo, risparmiami la sceneggiata, — disse Sara Amato guardandolo negli occhi. — Sei appena tornato da lei. È viva, sta bene e, parole tue, “si lamenta soltanto”.
— Non si lamenta, chiede aiuto! Non è la stessa cosa!

— No, — Sara Amato posò la tazza sul tavolo. — Lei chiede a te di sistemare tutto nel modo che fa comodo a lei. E tu vuoi risolverla come fa comodo a te, però sulle mie spalle.
Giacomo Rizzo fece una risata breve, tesa, carica di rabbia.
— Eccoci. Come sempre rigiri tutto. Io ho detto solo che mamma fa fatica da sola. È inverno, nevica, la casa è vecchia. Che cosa ci sarebbe da rigirare?
— E io ti ho detto soltanto che non ho intenzione di portarmi addosso questo peso. Né con le braccia, né con la testa.
— E allora chi dovrebbe farlo?! — fece un passo verso di lei. — Io da solo? Secondo te sono fatto d’acciaio?
— Sei un uomo adulto. Ed è tua madre, — replicò Sara Amato con un’alzata di spalle. — Io non ti impedisco nulla. Vai da lei, aiutala, fai quello che ritieni giusto.
— Mi stai prendendo in giro? — Giacomo Rizzo scoppiò in una risata secca. — Tu stai qui, al caldo, nel tuo appartamento, tra l’altro, mentre mia madre ha freddo! E la tua risposta sarebbe: “Vai pure”?
— La mia risposta è: non trascinarmi in un posto dove non voglio stare, — disse Sara Amato, dura. — Almeno questo è onesto.
Lui si strappò il berretto dalla testa e lo gettò con forza sul mobiletto.
— Ecco perché mia madre non ti ha mai sopportata. Me lo diceva fin dall’inizio: “È gelida, Giacomo Rizzo. Non le importa di nessuno”.
— Allora riferiscile, — Sara Amato si alzò dalla sedia, — che non sono tenuta a piacerle. E neppure a vivere secondo le sue aspettative.
— Ma ti ascolti quando parli?! — ormai quasi urlava. — Questa è una famiglia! Le persone normali, a dicembre, stanno insieme, si aiutano, si preparano alle feste!
— Appunto, — Sara Amato sorrise amaramente. — Le persone normali. Da noi, invece, ogni dicembre è identico: tua madre, la sua casa, i suoi problemi e tu che fai finta che io e te non abbiamo una vita nostra.
Dicembre, in quella casa, non profumava mai solo di mandarini: portava sempre con sé anche l’odore acre dei litigi.
— Sara Amato, — Giacomo Rizzo abbassò il tono e si sedette di fronte a lei. — Parliamone da persone civili. Capodanno è alle porte. Lei è sola. Almeno per le feste, portiamola qui.
Sara Amato inspirò lentamente.
— Ripetilo.
— Cioè… — lui esitò. — Solo per un po’. Un paio di mesi. Finché passa il freddo.
— Nel mio appartamento? — domandò lei.
— Nel nostro, — la corresse lui d’istinto.
— No, — tagliò corto Sara Amato.
