“Senza di te io non valgo niente” disse lui con voce supplichevole mentre Giulia contava ogni euro da dieci anni

Il suo sacrificio ingiustamente ignorato brucia ancora.
Storie

Il pubblico ministero ha già lasciato intendere che chiederà il sequestro dei beni. Devi venderlo immediatamente e girarmi il ricavato: mi serve per l’avvocato.

— Venderlo? — Silvia quasi perse il fiato per l’indignazione. — Ma quello è il mio appartamento! Me lo hai regalato tu! Ho già portato lì le mie cose! Non venderò proprio niente!

— Ma sei scema o fai finta? — sbottò Matteo, fuori di sé. — Se lo sequestrano, non ti resta nulla. Almeno così salviamo una parte dei soldi. Svendilo, anche alla metà del valore, ma fallo subito. Devo prendere il miglior penalista che esista, altrimenti finiamo dentro tutti e due. E credimi, sorellina, il carcere femminile non è un posto in cui ti troveresti bene.

Silvia chiuse la chiamata di colpo. Matteo rimase ad ascoltare per un istante il segnale muto, poi lanciò il telefono contro la parete con tutta la forza che aveva. La scocca si spaccò, lo schermo diventò nero. Nel suo studio calò un silenzio metallico, quasi assordante. Era solo. Per la prima volta davvero solo.

Quella stessa sera Giulia Martini era seduta in un piccolo bar affacciato sul lungolago. Teneva fra le mani una tazza di tè verde e osservava la superficie scura dell’acqua, increspata dal vento. Sapeva già tutto. Sapeva che negli uffici della società gli inquirenti stavano interrogando i dipendenti uno dopo l’altro. Sapeva che i conti aziendali erano stati congelati. Paolo Fontana l’aveva chiamata poche ore prima e le aveva detto soltanto: «Sta andando come previsto. Sei stata impeccabile. Ora aspetta».

E lei aspettava.

Sapeva anche che Matteo, prima o poi, avrebbe mandato qualcuno a trattare. Non avrebbe avuto il coraggio di presentarsi di persona. Avrebbe cercato una scorciatoia, un appiglio, una supplica messa in bocca a qualcun altro. Infatti, poco dopo, la porta del bar si aprì.

Entrò una donna anziana, avvolta in un impermeabile scuro, i capelli sistemati con cura ma il volto disfatto. Era Adele Mancini, la madre di Matteo, suocera di Giulia e amministratrice formale della società. Di solito si muoveva con l’aria rigida di chi è abituato a dare ordini; quella sera, invece, sembrava invecchiata di dieci anni. Aveva borse violacee sotto gli occhi, le labbra le tremavano e le mani non riuscivano a stare ferme.

Si avvicinò al tavolino e si sedette di fronte a Giulia senza chiedere permesso.

— Giulia… — cominciò con una voce bassa, strozzata. — Ti prego. Ti supplico. Ritira la denuncia. Digli che ti sei sbagliata. Che hai agito per rabbia, per vendicarti del divorzio. Inventati qualunque cosa. Tu lo capisci, vero, che possono mandare in carcere me? Me, alla mia età. Ho la pressione alta, il cuore che non regge…

— Adele Mancini, — la interruppe Giulia, con una calma gelida, — lei lo capiva quando suo figlio comprava un appartamento a sua figlia con i soldi rubati a me? Lo capiva quando mi hanno umiliata, cacciata da casa, trattata come se non valessi nulla? È venuta qui a chiedere pietà per sé stessa. Ma qualcuno di voi mi ha mai chiesto scusa per quello che mi avete fatto?

Gli occhi di Adele si riempirono di lacrime.

— Giulia, non puoi essere così crudele. Siamo pur sempre una famiglia.

Giulia lasciò uscire una risata breve, senza allegria.

— Una famiglia? Sua figlia portava al collo il ciondolo di mia madre morta. Voi mi avete dato una settimana per lasciare l’appartamento che i miei genitori avevano destinato a me. Lei mi ha definita un’estranea, un corpo estraneo in casa vostra. Ecco, allora adesso si tenga l’estranea. La scelta è molto semplice: posso dichiarare che tutti gli ordini li impartiva Matteo e che lei era solo una prestanome ignara. In quel caso sarà lui a pagare. Oppure posso raccontare che Matteo è stato manipolato e che dietro ogni decisione c’era lei. Decidete voi. Avete tempo fino a domattina.

Adele aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono. Fissava Giulia con un’espressione di puro terrore, come se davanti a sé non riconoscesse più la nuora docile che per dieci anni aveva sopportato le scenate di suo figlio e i capricci di sua figlia.

Giulia si alzò, posò sul tavolino una banconota per pagare il tè e, prima di andare via, si voltò appena.

— Saluti Matteo da parte mia. E gli dica anche una cosa: io guadagnerò ancora. Ma non più per lui.

Passò un mese.

Fuori piovigginava. Una pioggia sottile, fredda, batteva con insistenza sulla grondaia della vecchia casa di legno affacciata sul lago. Giulia era seduta in poltrona, una coperta sulle ginocchia, il computer aperto davanti a sé. Rilesse per la terza volta la breve notizia pubblicata da un’agenzia d’informazione: «Matteo Rinaldi, ex amministratore di fatto della Rinaldi Costruzioni S.r.l., è stato condannato a tre anni di reclusione con pena sospesa e a una multa di 50.000 euro per evasione fiscale e reati collegati alla gestione societaria. La madre, Adele Mancini, indicata come amministratrice formale, ha ottenuto il differimento dell’esecuzione della pena per motivi di salute. L’appartamento acquistato con fondi di provenienza illecita è stato confiscato a favore dello Stato».

Giulia si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi.

Le immagini di quelle settimane le passarono davanti una dopo l’altra: gli interrogatori lunghi, durante i quali aveva risposto con precisione, senza lasciarsi trascinare dalla rabbia; i confronti in Procura, dove Matteo non riusciva a sostenerle lo sguardo; l’udienza in tribunale, in cui lei aveva parlato come testimone dell’accusa, con una voce ferma che non riconosceva quasi come sua.

L’avvocato pagato con il denaro ricavato dalla vendita della sua vecchia auto aveva costruito per lei una difesa solida, pulita, inattaccabile. Il giudice aveva riconosciuto la sua collaborazione attiva, il contributo decisivo dato all’accertamento dei fatti e il suo ravvedimento. Giulia era uscita dall’aula libera. Non assolta dalla propria ingenuità, forse, ma libera davanti alla legge.

Silvia Serra, invece, non arrivò mai a processo. All’ultimo momento Giulia aveva modificato la propria deposizione, spiegando agli inquirenti che la sorella di Matteo non conosceva l’origine reale di quei soldi e si era limitata a eseguire ciò che il fratello le aveva ordinato. La trattarono con una certa clemenza: obbligo di firma, divieto di espatrio e confisca dell’appartamento.

Giulia sapeva bene cosa stava facendo. Il carcere avrebbe strappato a quel bambino la madre, e il bambino non aveva colpe.

Ma per Silvia la vita che le era rimasta addosso era già una condanna pesantissima. Senza la casa nuova, senza il privilegio di essere la sorella adorata e protetta, senza i soldi facili di Matteo, si ritrovò sola con un figlio piccolo e con l’ombra infamante di chi era stata sfiorata da un’indagine penale. Per una donna abituata a ricevere senza chiedere, a pretendere senza ringraziare, quella caduta valeva più di qualsiasi sentenza.

Il ciondolo con i diamanti tornò a Giulia una settimana dopo la perquisizione. Lo avevano trovato tra gli oggetti sequestrati nell’appartamento di Silvia. Fu identificato grazie a una vecchia fotografia: sua madre lo indossava il giorno del diploma di Giulia, sorridente, con la mano posata sulla spalla della figlia.

Il funzionario glielo consegnò di persona, dentro una scatolina di velluto. Giulia lo aprì con mani lente, quasi timorose. Per un attimo le sembrò di sentire il profumo di sua madre, il fruscio del suo vestito, la sua voce che le diceva di non permettere mai a nessuno di convincerla di valere poco.

Da quel giorno Giulia lo rimise al collo e non lo tolse più.

Il telefono squillò mentre stava ancora guardando la pioggia scivolare sui vetri. Il numero non era salvato, ma lei intuì subito chi fosse. Rispose e portò il cellulare all’orecchio.

Dall’altra parte arrivò una voce roca, spenta, quasi irriconoscibile.

— Grazie per non aver mandato dentro Silvia.

Giulia rimase in silenzio per un secondo.

— Non volevo togliere una madre a suo figlio. A differenza di te.

Matteo respirò pesantemente.

— Hai distrutto tutto, — disse poi, con un rancore stanco. — L’azienda, la famiglia, la mia vita.

— La tua vita è finita la sera in cui hai deciso che io fossi niente, — rispose Giulia, senza alzare il tono. — Io non ho distrutto nulla. Ho solo smesso di costruire per te. Addio, Matteo. Nella prossima vita cerca di non rubare.

Chiuse la chiamata e bloccò il numero.

Oltre la finestra il vento spingeva piccole onde grigie sulla superficie del lago. Giulia bevve l’ultimo sorso di tè, si alzò dalla poltrona e raggiunse la scrivania. Il portatile era ancora acceso. Sullo schermo c’era la pagina dell’Agenzia delle Entrate.

Aveva appena registrato una nuova società. Piccola, trasparente, interamente sua. Per il momento nell’organico figurava una sola persona: lei. Ma Giulia sapeva che, col tempo, avrebbe assunto ragazze giovani, donne a cui nessuno aveva mai offerto un’occasione vera. Avrebbe insegnato loro a lavorare senza paura, senza trucchi, senza contabilità nascoste in file segreti.

Sorrise appena, sfiorò con le dita il ciondolo sul petto e aprì il nuovo conto corrente aziendale.

Da zero.

Da una pagina bianca.

E, questa volta, con la certezza assoluta che quella pagina sarebbe rimasta pulita.

Amore o Soldi