— Come, scusa?
— Ho detto: togliti la pelliccia, Silvia. È mia. Tu, per il momento, non hai ricevuto proprio niente.
— Ma figurati, prenditela pure! — Silvia si sfilò il capo con un gesto teatrale e lo gettò sul letto, come se stesse facendo un favore a qualcuno. Subito dopo, però, si chinò sui cassetti del comò e cominciò a rovistare tra le scatole dei gioielli. — Oh, guarda un po’ cosa abbiamo qui…
Tra le dita le comparve un astuccio piccolo, rivestito di velluto scuro. Dentro c’era un antico ciondolo d’oro, impreziosito da una manciata di minuscoli brillanti: l’unico gioiello che Giulia avesse ereditato da sua madre, morta ormai da anni. Silvia sollevò il coperchio e nei suoi occhi passò un lampo avido, quasi animalesco.
— Che meraviglia… Sono pietre vere, vero? Senti, quasi quasi questo me lo tengo io. Dai, non fare la tirchia, che ti costa? Adesso siamo una famiglia, no? Matteo mi ha detto che tu avresti capito tutto.
La voce di Giulia, quando rispose, non era più soltanto calma. Era diventata bassa, ferma, tagliente.
— Rimettilo dov’era.
— Ma smettila — ribatté Silvia, già intenta ad agganciarsi la catenina al collo davanti allo specchio. — Dirai a Matteo che l’hai perso. Oppure che te l’ho chiesto. Tanto lui mi darà ragione, lo conosci anche tu. A me vuole bene più che a chiunque altro.
Giulia fece un passo verso di lei. Per un istante Silvia fu certa che l’altra stesse per colpirla; il suo corpo reagì prima della mente e arretrò di scatto. Ma Giulia non le mise le mani addosso. Allungò soltanto il braccio, afferrò il ciondolo e glielo strappò dal collo. La catenina si spezzò con un suono sottile, metallico. Silvia lanciò un grido acuto.
— Ma sei impazzita? Che diavolo fai? Lo dirò a Matteo, gli racconterò come mi tratti!
— Raccontagli pure quello che vuoi — disse Giulia, stringendo il ciondolo nel pugno chiuso. — E adesso raccogli la tua roba e vattene. Nel caso ti fosse sfuggito, hai già un appartamento tutto tuo, pagato con soldi usciti dalle mie tasche. Puoi andare là.
— Ci vado eccome! — strillò Silvia, afferrando di nuovo la pelliccia dal letto. — E mi porto via anche i vestiti. L’hai detto tu stessa: posso prendere quello che voglio!
— Prendili. Indossali finché puoi. Prima che gli ufficiali giudiziari vengano a inventariarli.
Silvia si era già fermata sulla soglia del corridoio quando udì quell’ultima frase. Rimase immobile per un battito di ciglia, ma non le diede peso. Soffiò dal naso con disprezzo e sbatté la porta con tale violenza che dall’architrave cadde una spolverata d’intonaco.
Giulia restò sola nella camera da letto, gli occhi fissi sulla catenina rotta. Poi, con una delicatezza quasi rituale, ripose il ciondolo nel suo astuccio, chiuse la scatolina nel cassaforte e tornò al portatile. Sul suo volto non si leggeva nulla. Né rabbia, né paura, né soddisfazione. Solo attesa. Aspettava le dieci.
Intanto, al quarto piano del centro direzionale dove aveva sede la società edile “Rinaldi Costruzioni”, la mattinata era già entrata nel vivo. I commerciali telefonavano ai clienti, il capocantiere riferiva l’ennesimo ritardo nella consegna dei materiali, la segretaria attraversava i corridoi con i vassoi del caffè. Nel suo ampio ufficio, arredato con pareti rivestite in pelle e grandi finestre panoramiche, Matteo Rinaldi sedeva alla scrivania con l’aria di un uomo convinto di avere vinto.
La sera precedente, secondo lui, era andata alla perfezione. Sua sorella era contenta, sua moglie era stata rimessa al suo posto e non c’erano state scene isteriche. Giulia aveva ingoiato l’umiliazione come aveva sempre fatto. Matteo era sicuro che avrebbe passato al massimo una giornata con il muso lungo; poi avrebbe riacceso la sua testolina da contabile e sarebbe tornata a macinare soldi per lui. Era sempre andata così. E così, nella sua mente, sarebbe continuata.
Si abbandonò contro lo schienale della poltrona e chiamò Silvia.
— Allora, sorellina, com’è il tuo nuovo acquisto?
— Matteo, alla tua idiota per poco non cavavo gli occhi! — esplose la voce di Silvia dall’altro capo del telefono. — Mi si è quasi buttata addosso per una cianfrusaglia. Dille di ricordarsi qual è il suo posto!
— Calmati, Silvia, ci penso io. Stasera passo da voi. Le sarà già passata. A lei passa sempre.
Chiuse la chiamata e si stiracchiò con compiacimento. Alle dieci precise aveva in programma una riunione con l’avvocato per discutere di una nuova gara d’appalto. Ma alle nove e cinquantotto qualcuno bussò alla porta del suo ufficio in un modo che non apparteneva né ai dipendenti né ai corrieri. Un colpo secco, autoritario. E la porta si aprì senza attendere risposta.
Entrarono sei uomini in borghese. Il primo, alto, capelli grigi e cappotto color fumo, mostrò in silenzio il tesserino. Guardia di Finanza, nucleo di polizia economico-finanziaria. Dietro di lui si intravedevano due agenti robusti, con giubbotti operativi e volto coperto. Procura della Repubblica.
— Matteo Rinaldi? — domandò l’uomo dai capelli grigi, anche se era evidente che conoscesse già la risposta.
— Sono io. Che cosa succede? — Matteo tentò di mettersi addosso un’espressione stupita, indignata, ma dentro il petto gli si era già mosso qualcosa di freddo e vischioso.
— Nei confronti della sua società è in corso un accertamento per evasione fiscale di rilevante entità. Questo è il decreto di perquisizione e sequestro della documentazione. Tutto il personale deve rimanere al proprio posto. I telefoni cellulari vanno spenti.
— Evasione fiscale? — Matteo balzò in piedi. — Ma siete fuori di testa? Io chiamo subito il mio avvocato!
— Lo farà — rispose con assoluta calma il finanziere. — Dopo che avremo terminato le operazioni. Cominciamo dalla cassaforte. La invito ad aprirla spontaneamente. In alternativa, procederemo noi.
Matteo rimase in piedi, paralizzato, mentre gli uomini cominciavano a smontare il suo ufficio con una precisione implacabile. Aprivano cassetti, controllavano fascicoli, fotografavano registri, scollegavano la torre server, sequestravano cartelle di contratti e hard disk. Nell’anticamera la segretaria piangeva piano, con una mano sulla bocca. I manager si scambiavano occhiate mute, troppo spaventati per parlare.
Lui, intanto, pensava febbrilmente. Chi era stato? Chi lo aveva venduto? Un concorrente? Un socio lasciato fuori da un affare? Qualche fornitore irritato? Per un istante gli attraversò la mente il nome di Giulia, ma lo scacciò subito. No, lei no. Lei non avrebbe mai avuto il coraggio di un tradimento simile. Una topolina abituata a tremare non si mette a mordere.
— Dov’è la vostra responsabile amministrativa? — chiese l’uomo dai capelli grigi, sfogliando gli atti societari trovati nella cassaforte.
— Lei… è malata — riuscì a dire Matteo, con la gola asciutta.
— Curioso. Proprio da lei abbiamo ricevuto una denuncia dettagliata. Con la descrizione delle operazioni e un corposo allegato di prove. Era a conoscenza del fatto che sua moglie teneva una contabilità parallela?
In quel momento, nella testa di Matteo qualcosa cedette. Aprì la bocca per rispondere, per protestare, per negare; ma non gli uscì neppure un suono. Il finanziere annuì appena, come se quella reazione confermasse tutto ciò che aveva già capito, e riprese il controllo dei documenti.
La perquisizione durò quattro ore. Quando gli uomini se ne andarono, portando via tre scatoloni di carte e due server, Matteo si lasciò scivolare a terra nel mezzo dell’ufficio devastato e rimase a fissare la parete davanti a sé. Il telefono vibrava e squillava senza sosta, ma lui non rispondeva. Sapeva che era Silvia. E non aveva ancora la minima idea di che cosa dirle.
Passò quasi un’ora prima che trovasse la forza di richiamarla. Quando parlò, la sua voce tremava per un miscuglio di furia e panico.
— Silvia, siamo nei guai. Guai grossi. Stamattina c’è stata una perquisizione in ufficio. Giulia ci ha denunciati alla Finanza.
— Cosa?! — urlò lei nel telefono. — Che vuol dire denunciati? Tu mi avevi detto che era tutto sistemato!
— Era tutto sotto controllo finché lei se ne stava zitta! — sibilò Matteo. — Giulia conosceva ogni operazione. Ogni singolo passaggio, capisci? E la tua partita IVA, quella attraverso cui facevamo transitare una parte del contante, salterà fuori anche lei. Risulti come beneficiaria. Questo significa concorso. Rischi la stessa pena che rischio io.
— Quale pena?! — La voce di Silvia si incrinò in un grido isterico. — Tu mi avevi giurato che non correvo nessun rischio! Mi hai detto: “Firma questi documenti, prendi i soldi e basta”. Matteo, io ho un figlio piccolo!
— E io adesso ho la Procura addosso, Silvia! — ruggì lui. — Molto probabilmente metteranno sotto sequestro anche il tuo appartamento. È stato comprato con denaro di provenienza illecita.
