Per Giulia Martini, però, quei file non erano soltanto numeri. Erano la mappa completa della parte sommersa dell’impresa, il lato oscuro che Matteo Rinaldi si ostinava a considerare una creazione esclusivamente sua. Ogni passaggio, ogni giro di denaro, ogni movimento mascherato, ogni firma apposta sui documenti bancari mentre lui, senza nemmeno leggere, scarabocchiava il proprio nome: tutto era raccolto lì, ordinato con una precisione quasi chirurgica. Giulia fece scorrere rapidamente i prospetti finali. In tre anni, tra fatture gonfiate, società di comodo e pagamenti deviati, erano sfuggiti al fisco quasi quattrocentoventimila euro.
La normativa penale tributaria non era tenera con cifre di quel genere. Evasione in misura rilevante, operazioni fraudolente, documentazione falsa: reati capaci di portare a condanne pesanti, fino a diversi anni di carcere. E la responsabilità non sarebbe ricaduta soltanto su chi aveva materialmente firmato le dichiarazioni. Anche chi impartiva gli ordini, chi decideva le rotte del denaro e pretendeva che tutto venisse eseguito, avrebbe dovuto risponderne. Matteo, nella sua arroganza, si era sempre dimenticato di un dettaglio: alcuni comandi aveva avuto la stupidità di lasciarli registrati nei messaggi vocali.
Giulia copiò l’intero archivio su due chiavette criptate. La prima finì nella tasca interna di un vecchio cappotto appeso in fondo all’armadio, un capo che non indossava da tre inverni e che nessuno avrebbe avuto motivo di toccare. La seconda la nascose dietro una piccola immagine sacra di santa Rita, sistemata da anni su una mensola all’ingresso: l’unico oggetto della casa davanti al quale Matteo si teneva sempre a distanza, per una superstizione ridicola che lei non aveva mai cercato di correggere. Poi tornò al tavolo, prese il telefono e cercò in rubrica un contatto che non apriva da molto tempo.
Paolo Fontana.
Era stato il primo vero capo di Matteo, l’uomo che lui aveva tradito agli inizi della carriera. Gli aveva sottratto un cliente importante, lo aveva messo in cattiva luce davanti a mezzo ambiente imprenditoriale e, per poco, non lo aveva mandato in rovina. Fontana però non era affondato. Si era rialzato, aveva ricostruito la propria attività e ora guidava una società edile concorrente che, a ogni gara d’appalto, tallonava da vicino la ditta di Matteo. Giulia sapeva bene che Paolo Fontana non aveva dimenticato. Il rancore verso suo marito era vecchio, profondo e soprattutto personale.
Lo chiamò alle undici precise di sera, pur sapendo che a quell’ora un uomo della sua età avrebbe potuto già dormire. Invece Fontana rispose al secondo squillo. La sua voce arrivò nitida, vigile, con una punta di cautela.
— Paolo Fontana? Sono Giulia Martini, la ex contabile del suo ex dipendente — disse lei, mantenendo un tono fermo. — Mi scusi se la disturbo così tardi, ma ho una proposta che difficilmente vorrà rifiutare.
— Giulia? La moglie di Rinaldi? — nella voce dell’uomo passò un lampo di sorpresa. — Che succede? Ti ha cacciata di casa in piena notte?
— Peggio — rispose lei. — Ha comprato a sua sorella un appartamento da ottantamila euro con i soldi che io avevo messo da parte in sei anni. Poi mi ha spiegato che non conto nulla, perché l’azienda è intestata a sua madre. E ha dimenticato un particolare: io so tutto. Proprio tutto. Tre anni di movimenti. Quattrocentoventimila euro spariti dai conti ufficiali. Vuole sapere in che modo l’ha battuta in quella gara di due anni fa? Ho schemi, coordinate bancarie, nominativi, società di passaggio e messaggi vocali in cui lui impartisce istruzioni dirette. Io voglio giustizia. E sono pronta a consegnarle il materiale senza chiedere denaro. A una condizione.
— Quale? — chiese Fontana, e ormai non provava nemmeno più a nascondere l’interesse.
— Domattina alle dieci, nel suo ufficio, devono presentarsi uomini in divisa e con un mandato serio in mano. Non un controllo fiscale cortese, non una visita annunciata con il caffè offerto alla segretaria. Voglio un intervento vero, un accesso operativo, perquisizioni, sequestri dei computer, telefoni requisiti. Lei ha ancora contatti nella Guardia di Finanza e negli ambienti che si occupano di reati economici. Dica loro che c’è una persona pronta a testimoniare e a consegnare documentazione completa. Che vadano lì con un decreto di perquisizione.
Dall’altra parte calò un silenzio fitto. Giulia sentiva il respiro pesante di Fontana, il modo in cui stava assimilando ogni parola e ricalcolando, probabilmente, anni di rabbia e sconfitte.
— Giulia, ti rendi conto che anche tu hai firmato? — disse infine lui, piano, con una serietà improvvisa. — Tu eri dentro quei conti. Se scavano fino in fondo, il tuo nome può finire nel fascicolo insieme al suo.
— Lo so — replicò lei. — Ma ho le registrazioni dei suoi ordini. Sono disposta a collaborare con gli inquirenti perché venga riconosciuto il mio ruolo di testimone, non di complice. Il mio avvocato dice che è possibile, se consegno tutto per prima e dimostro di aver agito sotto direttive precise. Inoltre io non ho tratto profitti personali. Gli ottantamila euro che mi ha rubato erano su un conto intestato a me, risparmiati dal mio stipendio regolare. Posso provarne la provenienza fino all’ultimo centesimo. Lui, invece, non potrà provare quasi nulla.
Fontana tossì, poi lasciò uscire una risata breve, secca, priva di allegria.
— Altro che moglie remissiva… si è tenuto una vipera in casa senza accorgersene. Va bene. Mandami subito una sintesi via mail: importi, date, numeri dei conti, nomi delle società. Niente romanzi, solo ciò che serve per far muovere le persone giuste. Io stanotte preparo il terreno. Domani alle dieci in punto tuo marito avrà una mattinata che non dimenticherà facilmente.
Giulia chiuse la chiamata e inviò una mail cifrata con l’estratto più compromettente. Quando il messaggio risultò partito, rimase per qualche secondo immobile davanti allo schermo, poi si alzò e andò allo specchio dell’ingresso. La donna che la fissava di rimando aveva il volto tirato, due ombre scure sotto gli occhi e i capelli raccolti in uno chignon severo. Matteo ripeteva spesso che lei era diventata un topo grigio, una creatura spenta, invisibile, senza attrattiva.
Si sbagliava.
I topi scappano nelle tane e tremano quando sentono dei passi. Lei, semmai, era un ratto: intelligente, paziente, capace di ricordare ogni torto e pericolosa quando la chiudevano in un angolo. Sorrise al proprio riflesso, un sorriso piccolo e freddo, poi pronunciò ad alta voce:
— Adesso guadagnerai anche tu, Matteo. Vitto e alloggio a spese dello Stato.
La mattina seguente, per Giulia, cominciò con una visita che aveva previsto e alla quale si era preparata mentalmente. Alle dieci, proprio mentre Matteo avrebbe dovuto trovarsi in ufficio per la riunione settimanale con i responsabili, il campanello dell’appartamento suonò. Non fu un trillo breve e discreto, ma una lunga pressione insistente, quasi un ordine. Giulia lo riconobbe subito. Così suonava soltanto Silvia Serra.
Aprì la porta e se la trovò davanti in tutto il suo splendore aggressivo: tuta sportiva rosa acceso, labbra lucide come plastica, capelli cotonati in un’acconciatura che lei, chissà perché, riteneva elegante, e quello sguardo altezzoso che doveva aver provato più volte davanti allo specchio. In una mano stringeva una borsa da viaggio vuota, già pronta per essere riempita.
— Ciao, cognatina — cantilenò Silvia, entrando senza aspettare un invito. — Ho fatto un ragionamento. Visto che ormai non hai più i soldi per comprarti casa nuova, a che ti serve tenere tutta questa roba vecchia? Qui lo spazio ti manca, mentre io adesso avrò dove sistemare tutto. Dai, fammi dare un’occhiata ai tuoi vestiti. Non ti dispiace, vero?
Giulia si spostò di lato e la lasciò passare nel corridoio. Non rispose. Rimase soltanto a guardarla mentre Silvia avanzava con l’aria di una proprietaria, raggiungeva la camera da letto, spalancava l’armadio e cominciava a far scorrere le grucce una dopo l’altra.
— Oh, ma guarda questa meraviglia! — esclamò, tirando fuori una pelliccia di visone che Giulia aveva acquistato tre anni prima, con il premio ricevuto dopo la chiusura di un grosso cantiere. — Tanto tu non la metti più, giusto? Ormai sei un po’ troppo spenta per certe cose. A me invece sta benissimo.
Silvia se la buttò sulle spalle e si mise a girare davanti allo specchio, osservandosi da ogni lato. Giulia restò sulla soglia, le braccia incrociate sul petto, senza dire una parola. Quel silenzio, Silvia lo scambiò per rassegnazione.
— Ma che hai, perché stai zitta così? — chiese voltandosi verso di lei, gli occhi stretti in una smorfia di scherno. — Ti sei offesa? Dai, non fare la tragica. Matteo ha fatto bene. Per dieci anni gli hai succhiato energie e soldi, adesso basta. Non sei riuscita nemmeno a dargli un figlio, non hai costruito una vera casa, hai solo passato la vita a contare le tue cifrette. Io almeno sono sangue del suo sangue. Me lo prometteva già da bambini che mi avrebbe sempre aiutata. E tu chi sei? Materiale scaduto. Vedrai, prima o poi si troverà una donna normale, una che gli dia finalmente un erede.
— Togliti la pelliccia — disse Giulia con calma.
