“Senza di te io non valgo niente” disse lui con voce supplichevole mentre Giulia contava ogni euro da dieci anni

Il suo sacrificio ingiustamente ignorato brucia ancora.
Storie

La serata sembrava nata per essere tranquilla, quasi tenera. Giulia Martini aveva apparecchiato per due: carne al forno profumata al rosmarino, un’insalata leggera e una bottiglia di rosso già stappata, quella che teneva da parte per un’occasione speciale. Quel giorno cadeva il decimo anniversario da quando lei e suo marito avevano registrato la loro impresa edile. Non l’avevano comprata già avviata, non l’avevano ricevuta in eredità da nessuno: l’avevano tirata su dal nulla, in un bilocale in affitto, con un vecchio computer che ronzava di notte e tazze di caffè solubile lasciate a raffreddare sul davanzale.

Giulia ricordava ancora l’odore acre della vernice nel loro primo ufficio. Ricordava le mani di Matteo Rinaldi impregnate di gasolio dopo i sopralluoghi nei cantieri. Ricordava la sua voce bassa, quasi supplichevole, quando le diceva: «Giulia, ce la faremo. Tu tieni i conti, sei tu quella brava. Senza di te io non valgo niente».

E lei li aveva tenuti, quei conti. Aveva seguito la contabilità, limato le spese, trattato con i fornitori, controllato ogni euro che entrava nell’azienda e ogni euro che ne usciva. In dieci anni non aveva mai preteso uno stipendio superiore a quello di un normale impiegato, perché era convinta che tutto fosse loro: tutto per la famiglia, tutto per il domani, tutto per il futuro che stavano costruendo insieme. Un futuro comune. Non si era nemmeno accorta del momento esatto in cui quel “comune” era diventato soltanto di lui.

Si sistemò una ciocca sfuggita dall’acconciatura, guardò l’orologio e sorrise tra sé. Matteo era in ritardo, ma negli ultimi mesi era diventata quasi un’abitudine. «Affari, Giulia. Corro da una parte all’altra, stiamo crescendo», le ripeteva. E lei gli credeva. Seduta davanti alla sedia vuota, ripensava alla conversazione del giorno prima sulla casa. Abitavano ancora nell’appartamento vecchio che lei aveva ereditato dai genitori.

Matteo le aveva promesso tante volte che avrebbero comprato finalmente una casa loro: ampia, luminosa, con una cabina armadio vera e le finestre affacciate sul parco. «Chiudiamo questo appalto», diceva, «e poi scegli quello che vuoi. Anche un attico, se ti va». Il giorno prima le aveva annunciato che quella sera avrebbe portato una sorpresa. Giulia aveva pensato alle chiavi.

La serratura scattò alle otto e mezza passate. Matteo entrò facendo rumore, con un mazzo di gigli bianchi tra le mani. A Giulia quei fiori non erano mai piaciuti: avevano un profumo dolciastro, funebre, quasi da cimitero. Però non glielo aveva mai detto, per paura di ferirlo. Nell’altra mano stringeva una cartellina di pelle. Lei si alzò per andargli incontro, mentre il cuore le accelerava senza motivo. Eppure Matteo non aveva l’aria di un uomo sul punto di fare un regalo alla moglie. Sembrava piuttosto qualcuno che aveva già vinto una partita e stava solo aspettando il momento di mostrare le carte.

Posò la cartellina sul tavolo, accanto agli antipasti, senza degnare la cena di uno sguardo. Poi si sedette, accavallò le gambe e la osservò.

«Allora, Giulia, ecco la sorpresa», disse con un mezzo sorriso che a lei fece subito male. «Ho svuotato il tuo gruzzoletto. Quello che mettevi via per i tempi difficili. Preso tutto, fino all’ultimo centesimo.»

Giulia rimase immobile con il tovagliolo sospeso tra le dita. Lo fissò aspettando che scoppiasse a ridere, che dicesse di aver scherzato e tirasse fuori da una tasca una scatolina di velluto. Ma Matteo non stava scherzando. Aprì la cartellina e le spinse davanti alcuni fogli. Era un contratto di compravendita per un appartamento in un complesso residenziale nuovo, alla periferia della città. Alla voce “acquirente” compariva il nome di sua sorella, Silvia Serra.

«Matteo… deve esserci un errore», mormorò Giulia, sentendo le dita diventare fredde e rigide. «Lì dentro c’erano circa ottantamila euro. Li abbiamo messi da parte per sei anni. Con il mio stipendio, con i tuoi cantieri. Dal dentista rinunciavo perfino all’anestesia quando potevo, pur di risparmiare. Tu dicevi che era la nostra casa.»

«Silvia ha partorito. A lei serve di più», tagliò corto lui, allungando la mano verso il calice di vino che lei aveva preparato per entrambi. «È sola con un bambino. Noi, in un modo o nell’altro, siamo sistemati. Tu sei una donna intelligente, Giulia, altri soldi li farai. Che ti sei messa in testa? Pretendevi la casa? Quando ci saranno i soldi, ci sarà anche la casa. Per adesso Silvia vivrà finalmente come una persona normale. Se l’è meritato.»

«Se l’è meritato?» La voce di Giulia le arrivò alle orecchie come se appartenesse a un’altra donna. «Non ha lavorato un giorno in vita sua. Un anno fa le hai comprato la macchina. Poi le hai pagato una vacanza al mare. E adesso un appartamento. Con denaro che abbiamo guadagnato insieme, tu e io. Non ti sembra di confondere un po’ le cose?»

«Io confondo?» Matteo si sporse in avanti, e il suo sorriso diventò duro, quasi feroce. «Sei tu, cara mia, che non hai capito qual è il tuo posto. L’azienda è intestata a mia madre. Io sono l’amministratore. Tu sei una contabile assunta, una dipendente che prendeva lo stipendio e non aveva alcun diritto di mettere il naso nelle mie decisioni. Ti sei dimenticata chi sei. Vuoi continuare a campare alle mie spalle? Allora stai zitta e sorridi. Non ti va bene? La porta è lì. Però ricordati una cosa: senza di me non sei nessuno. A trentotto anni, senza un uomo e con due spiccioli sulla carta, chi pensi che ti voglia?»

Finì il vino in un sorso, si alzò e gettò il tovagliolo direttamente nell’insalata. Giulia rimase accanto al tavolo a guardare i documenti sparsi, il cognome della cognata stampato in grassetto, le gocce di rosso cadute sul foglio bianco. Non pianse. Dentro di lei qualcosa si spezzò e precipitò in basso, come una pietra gelida e pesante nello stomaco. Matteo prese la giacca dall’attaccapanni e, già sulla soglia, si voltò.

«Vado da Silvia a festeggiare la casa nuova. Tu intanto prendi un po’ d’aria e rifletti su come ti sei comportata. E niente stupidaggini, mi raccomando. Sei una donna intelligente, no?»

La porta sbatté. Giulia rimase sola. Si lasciò cadere lentamente sulla sedia e per una decina di minuti non si mosse, lo sguardo fisso nel vuoto. Poi si alzò, prese il telefono e vide un nuovo messaggio. Era di Silvia. Nella foto, una mano paffuta con una manicure vistosa stringeva un mazzo di chiavi davanti a una porta d’ingresso appena installata. Sotto c’era scritto: “Grazie per il regalino, cognatina”.

Giulia posò il telefono senza rispondere e si avvicinò alla finestra. Dietro il vetro brillavano i lampioni gialli, qualche macchina passava suonando il clacson in lontananza. La città continuava a vivere come sempre, ignara del fatto che proprio in quell’istante una donna aveva smesso di essere soltanto una moglie paziente.

Non andò in camera da letto. Non chiamò le amiche per raccontare la disgrazia. Non cadde in ginocchio, non si mise a singhiozzare, non implorò nessuno. Giulia entrò invece nello sgabuzzino, dove dietro vecchie scatole di scarpe era nascosta una piccola cassaforte. Matteo se n’era dimenticato da anni, convinto che lì dentro ci fossero solo i suoi vecchi diari.

Digitò il codice: la data del loro matrimonio. Una data che lui non avrebbe ricordato nemmeno con una pistola puntata alla tempia. Poi aprì lo sportello e tirò fuori un portatile.

Era un piccolo computer grigio, con lo schermo spento, formalmente registrato come materiale dismesso e inutile. Matteo l’aveva visto una volta sola e le aveva chiesto: «Perché usi ancora quel rottame? Ne abbiamo di nuovi». Lei aveva risposto: «Ci sono abituata, mi è comodo». Lui aveva fatto spallucce e se n’era dimenticato. Matteo dimenticava sempre tutto ciò che non lo interessava.

Giulia appoggiò il portatile sul tavolo, lo accese, inserì la password ed entrò in un archivio che non risultava su nessun server dell’azienda. Lì dentro era custodita la vera contabilità degli ultimi tre anni. Non quella presentata all’Agenzia delle Entrate, con cifre arrotondate e utili modesti, ma quella reale: tabelle, fatture, prospetti, contatti di intermediari compiacenti e coordinate di società fantasma attraverso le quali venivano fatti passare importi enormi, decine di milioni.

Amore o Soldi