Il magistrato ha già fatto capire che chiederà il sequestro dei beni. Devi venderlo subito, prima che ci arrivino loro, e passarmi il ricavato per pagare un avvocato serio.
— Venderlo? — Noemi rimase senza fiato, più per la rabbia che per lo spavento. — Quella casa è mia! Me l’hai regalata tu! Ho già portato lì le mie cose, capisci? Non venderò proprio niente!
— Ma sei stupida davvero o fai finta? — ringhiò Vittorio. — Se la sequestrano, non ti resta più nulla. Così, almeno, salviamo una parte dei soldi. Mettila sul mercato anche alla metà del valore, ma fallo adesso. Io devo ingaggiare il migliore penalista che ci sia, altrimenti finiamo dentro tutti e due. E credimi, sorellina, il carcere femminile non è esattamente un posto dove vorresti crescere tuo figlio.
Noemi interruppe la chiamata senza aggiungere una parola. Dall’altra parte, Vittorio restò con il telefono premuto all’orecchio, ascoltando il segnale secco della linea caduta. Poi, accecato dall’ira, lo scagliò contro la parete. La cover si spaccò, il vetro si riempì di crepe, lo schermo diventò nero. Nel suo ufficio calò un silenzio denso, quasi metallico. Era rimasto solo.
Quella stessa sera, Giulia Gentile sedeva in un piccolo bar affacciato sul lungolago. Davanti a sé aveva una tazza di tè verde che ormai si era intiepidita; lo sguardo, invece, era fermo sull’acqua scura, increspata dal vento. Sapeva perfettamente cosa stava succedendo in azienda. Sapeva che gli investigatori stavano interrogando i dipendenti uno dopo l’altro. Sapeva anche che i conti della società erano stati bloccati.
Giorgio Neri l’aveva chiamata poche ore prima. Non si era dilungato, non era il tipo.
«Sta andando tutto come previsto. Sei stata impeccabile. Ora aspetta.»
E Giulia aspettava.
Non aveva dubbi: prima o poi Vittorio avrebbe mandato qualcuno a trattare. Non sarebbe venuto lui, non subito. Era troppo orgoglioso, troppo convinto di poter ancora comandare la scena. Ma avrebbe cercato una scorciatoia. E infatti accadde.
La porta del bar si aprì lasciando entrare una donna anziana, avvolta in un impermeabile scuro dal taglio severo. I capelli erano sistemati con cura, ma il viso tradiva la notte insonne: borse livide sotto gli occhi, labbra tremanti, mani incapaci di restare ferme. Era Ornella Costa, la madre di Vittorio, nonché amministratrice formale della società.
Si avvicinò al tavolino di Giulia e si sedette di fronte a lei senza chiedere permesso.
— Giulia… — esordì con una voce strozzata, come se ogni parola le raschiasse la gola. — Ti prego. Ti supplico. Ritira la denuncia. Di’ che ti sei sbagliata. Che hai parlato per rabbia, per vendicarti del divorzio. Di’ qualunque cosa, ma fermali. Lo capisci che manderanno in prigione me? Me, una donna della mia età. Ho la pressione alta, il cuore malato…
— Signora Costa, — la interruppe Giulia, gelida — lei lo capiva, invece, quando mi stavano derubando? Quando suo figlio comprava un appartamento a sua figlia con i miei soldi, lo capiva? Quando mi avete umiliata, cacciata di casa e trattata come se non valessi niente, il suo cuore funzionava benissimo, mi pare. Ora è venuta a chiedere pietà per se stessa. Ma qualcuno di voi è mai venuto a chiedere perdono a me?
Gli occhi di Ornella si riempirono di lacrime.
— Non puoi essere così crudele, Giulia. Siamo pur sempre una famiglia.
Giulia lasciò affiorare un sorriso breve, senza allegria.
— Una famiglia? Sua figlia portava al collo il ciondolo di mia madre morta. Voi mi avete dato una settimana per lasciare l’appartamento che i miei genitori avevano destinato a me. Mi avete chiamata un corpo estraneo. Bene, allora adesso avrete a che fare proprio con quel corpo estraneo. La scelta è semplice. Posso dichiarare che tutti gli ordini partivano da Vittorio e che lei era soltanto una prestanome, ignara di ciò che firmava. In quel caso, sarà lui a pagare. Oppure posso raccontare che Vittorio è stato manipolato e che la vera regia era nelle sue mani. Decida lei. Ha tempo fino a domani mattina.
Ornella Costa aprì la bocca, ma non riuscì a emettere alcun suono. Fissava Giulia come si guarda qualcuno tornato da un luogo sconosciuto: con terrore, incredulità, quasi superstizione. Non riconosceva più la nuora mite che per dieci anni aveva sopportato i capricci di Vittorio, le pretese di Noemi, le frecciate velenose a tavola e i sorrisi falsi nelle feste di famiglia.
Giulia si alzò, posò sul tavolino una banconota per il tè e raccolse la borsa. Prima di andarsene, si voltò appena.
— Saluti Vittorio da parte mia. E gli dica anche questo: io tornerò a guadagnare. Ma non per lui.
Passò un mese.
Fuori, una pioggia sottile e fredda batteva contro il cornicione di una vecchia casa di legno affacciata sul lago. Giulia era seduta in poltrona, con una coperta sulle ginocchia e il portatile aperto davanti. Aveva già letto la notizia tre volte, ma continuava a far scorrere gli occhi sulle stesse righe, come per assicurarsi che fossero vere.
Un’agenzia di stampa aveva pubblicato un breve comunicato:
«L’ex amministratore di fatto della s.r.l. “Lupi Costruzioni”, Vittorio Lupi, è stato condannato dal tribunale a tre anni di reclusione con pena sospesa e a una sanzione pecuniaria di 50.000 euro per reati fiscali. La madre, Ornella Costa, risultata amministratrice formale della società, ha ottenuto il differimento dell’esecuzione della pena per motivi di salute. L’appartamento acquistato con denaro di provenienza illecita è stato confiscato a favore dello Stato.»
Giulia si lasciò andare contro lo schienale e chiuse gli occhi.
Le tornarono alla mente, una dopo l’altra, le immagini di quelle settimane estenuanti: gli interrogatori interminabili, durante i quali aveva risposto con precisione, senza lasciarsi trascinare dall’emozione; i confronti in cui Vittorio non era stato capace di reggere il suo sguardo; l’udienza in tribunale, dove lei aveva parlato come testimone dell’accusa, ferma, lucida, finalmente non più impaurita.
L’avvocato che aveva scelto, pagato con i soldi ricavati dalla vendita della sua vecchia auto, aveva costruito per lei una difesa impeccabile. Il giudice aveva riconosciuto la sua collaborazione attiva, il ravvedimento concreto, il contributo decisivo dato all’accertamento dei fatti. Giulia era uscita dall’aula senza condanne addosso. Libera.
Noemi, invece, non era finita a processo. All’ultimo momento, Giulia aveva corretto la propria deposizione, spiegando agli inquirenti che la sorella di Vittorio non conosceva davvero l’origine del denaro e che si era limitata a seguire le indicazioni del fratello. Le avevano risparmiato il peggio: obbligo di restare a disposizione dell’autorità, controlli, interrogatori, e soprattutto la perdita dell’appartamento.
Giulia sapeva benissimo perché lo aveva fatto. Non per Noemi. Non per pietà verso quella donna che le aveva strappato via un ricordo di famiglia e aveva accettato regali rubati fingendo di non vedere. Lo aveva fatto per il bambino. Lui non aveva colpe. Il carcere gli avrebbe portato via la madre, e Giulia non voleva diventare il tipo di persona capace di punire un innocente pur di colpire un adulto.
Ma, in fondo, anche senza una condanna, Noemi aveva ricevuto la sua pena.
Senza casa nuova, senza il ruolo di sorella adorata e protetta, senza i soldi facili di Vittorio, si era ritrovata sola, con un bambino piccolo in braccio e una reputazione macchiata. La donna fiera, abituata a pretendere e ottenere, ora doveva abbassare la testa davanti ai vicini, ai parenti, ai conoscenti che bisbigliavano alle sue spalle. Per lei, forse, quella era una sentenza più dura di molte altre.
Il ciondolo con i diamanti era tornato a Giulia una settimana dopo la perquisizione. Lo avevano trovato tra gli oggetti sequestrati a Noemi. L’identificazione era stata semplice: una vecchia fotografia mostrava la madre di Giulia mentre glielo allacciava al collo il giorno del diploma. Il funzionario glielo aveva restituito in una piccola scatola di velluto.
Giulia lo aveva indossato subito.
Da allora non lo aveva più tolto.
Il telefono vibrò sul tavolino. Sul display comparve un numero sconosciuto. Giulia lo guardò per qualche istante, ma in realtà aveva già capito chi fosse. Rispose senza parlare.
Dall’altra parte arrivò una voce bassa, spenta, quasi irriconoscibile.
— Grazie per non aver mandato dentro Noemi.
— Non volevo togliere una madre a suo figlio, — disse Giulia con calma. — A differenza di te.
Seguì un silenzio pesante.
— Hai distrutto tutto, — mormorò Vittorio, e nell’amarezza della sua voce c’era più rancore che dolore. — L’azienda, la famiglia, la mia vita.
— La tua vita hai cominciato a distruggerla tu, quella sera in cui hai deciso che io fossi nessuno, — rispose Giulia. — Io non ho demolito nulla. Ho soltanto smesso di costruire al posto tuo. Addio, Vittorio. Nella prossima vita, prova a non rubare.
Chiuse la chiamata e bloccò il numero.
Fuori, il vento spingeva piccole onde sulla superficie grigia del lago. Giulia finì il tè, si alzò dalla poltrona e raggiunse la scrivania su cui il portatile era ancora acceso. Sullo schermo era aperta la pagina dell’Agenzia delle Entrate.
Aveva appena registrato una nuova impresa. Piccola, pulita, sua.
Per il momento, nell’organico risultava una sola persona. Lei. Ma Giulia sapeva che un giorno avrebbe assunto ragazze giovani, donne a cui nessuno aveva mai offerto davvero una possibilità. Avrebbe costruito un’attività solida, trasparente, senza contabilità nascoste, senza fogli neri, senza paura di un controllo improvviso.
Sorrise appena, sfiorò il ciondolo che le riposava sul petto e confermò l’apertura di un nuovo conto corrente aziendale.
Da zero.
Da una pagina bianca.
E con la certezza assoluta che, questa volta, quella pagina sarebbe rimasta pulita.
