— Cosa?
— Ho detto: togliti quella pelliccia, Noemi. È mia. Tu, finora, non hai ricevuto proprio niente.
— Ma figurati, prenditela pure! — Noemi si strappò la pelliccia dalle spalle con gesto teatrale e la lanciò sul letto, come se le facesse schifo. Subito dopo si chinò sui cassetti del comò e cominciò a frugare tra gli astucci dei gioielli. — Oh, guarda un po’… e questo cos’è?
Tra le dita sollevò una piccola scatola rivestita di velluto scuro. Dentro riposava un antico ciondolo d’oro, decorato con una minuta polvere di diamanti. Era l’unico gioiello che Giulia conservasse di sua madre, morta anni prima. Noemi aprì l’astuccio e nei suoi occhi passò un lampo avidissimo, quasi animale.
— Che meraviglia… Sono pietre vere, queste? Senti, facciamo così: me lo tengo io. Che ti costa? Non fare la tirchia, su. Ormai siamo famiglia, no? Vittorio mi ha detto che tu avresti capito tutto.
— Rimettilo dov’era — disse Giulia.
La sua voce non era più soltanto calma. Si era fatta bassa, compatta, dura.
— Ma piantala — ribatté Noemi, già intenta ad agganciarsi la catenina al collo davanti allo specchio. — Dirai a Vito che l’hai perso. Oppure che te l’ho chiesto io. Tanto lui mi darà ragione, lo conosci. A me vuole più bene che a chiunque altro.
Giulia avanzò di un passo.
Per una frazione di secondo Noemi credette davvero che stesse per arrivarle uno schiaffo. Istintivamente arretrò, sgranando gli occhi. Ma Giulia non la toccò nemmeno. Allungò soltanto una mano, afferrò il ciondolo e glielo strappò via dal collo. La catenina emise un tintinnio sottile e si spezzò.
Noemi lanciò un grido.
— Ma sei impazzita? Che diavolo fai? Dirò a Vito come mi tratti!
— Diglielo pure — rispose Giulia, stringendo il ciondolo nel pugno. — E adesso raccogli le tue cose e vattene. Nel caso te ne fossi dimenticata, ti rinfresco la memoria: hai già un appartamento tutto tuo, pagato con i miei soldi. Vai lì.
— Ci vado eccome! — strillò Noemi, riafferrando la pelliccia dal letto. — E mi porto via anche i vestiti. L’hai detto tu che posso prendere quello che voglio!
— Prendili. Indossali finché puoi. Prima che l’ufficiale giudiziario metta tutto sotto sequestro.
Noemi si bloccò sulla soglia del corridoio. Quella frase le arrivò alle spalle, netta, ma non le diede peso. Fece soltanto una smorfia sprezzante, sbuffò e sbatté la porta con tanta violenza che dall’architrave cadde un filo d’intonaco.
Giulia rimase in piedi nella camera da letto, con la catenina spezzata tra le mani. La osservò per qualche istante, poi ripose con cura il ciondolo nell’astuccio, lo chiuse, lo portò alla cassaforte e lo sistemò dentro. Solo allora tornò al portatile.
Il suo viso era una maschera immobile.
Aspettava le dieci.
Nello stesso momento, al quarto piano del centro direzionale dove aveva sede la società edile “Lupi Costruzioni”, la giornata era già entrata nel pieno. I commerciali telefonavano ai clienti, il capocantiere riferiva l’ennesimo ritardo nelle forniture, la segretaria passava da una stanza all’altra con i caffè su un vassoio.
Vittorio Lupi sedeva nel suo ufficio più grande di tutti, tra vetrate panoramiche, poltrone in pelle e rivestimenti costosi alle pareti. Si sentiva un vincitore.
La sera prima, a suo giudizio, era andata alla perfezione. La sorella era soddisfatta, la moglie era stata rimessa al suo posto e, soprattutto, non c’erano state scenate. Giulia aveva ingoiato l’umiliazione come aveva sempre fatto. Lui era convinto che avrebbe passato una giornata con quella sua faccia chiusa e ferita, poi avrebbe riacceso la macchina dei conti e avrebbe ricominciato a produrre soldi per lui.
Era sempre successo così.
E così sarebbe continuato.
Si lasciò andare contro lo schienale, allungò le gambe sotto la scrivania e chiamò Noemi.
— Allora, sorellina? Com’è il nuovo guardaroba?
— Vito, alla tua cretina stavo quasi per cavarle gli occhi! — esplose la voce di Noemi dall’altra parte. — Mi si è avventata addosso per una specie di ciondolo. Dille di stare al suo posto, hai capito?
— Calmati, Noemi. Ci penso io. Passo stasera. Le sarà già sbollita. A lei sbollisce sempre.
Chiuse la chiamata con un mezzo sorriso e si stiracchiò soddisfatto. Alle dieci in punto aveva fissato un incontro con l’avvocato per discutere di un nuovo appalto. Ma alle nove e cinquantotto qualcuno bussò alla porta del suo ufficio in un modo che lì dentro non aveva mai usato nessuno: né i dipendenti, né i corrieri, né i fornitori.
Non attesero il permesso.
La porta si aprì.
Entrarono sei uomini in abiti civili. Uno di loro, alto, con i capelli grigi e un cappotto scuro, mostrò un tesserino senza dire una parola. Guardia di Finanza, nucleo di polizia economico-finanziaria. Dietro di lui si intravedevano due agenti robusti, con giubbotti operativi e volto coperto. Procura della Repubblica.
— Vittorio Lupi? — chiese l’uomo dai capelli grigi, pur sapendo perfettamente chi avesse davanti.
— Sono io. Che succede? — Vittorio tentò di indossare un’espressione sorpresa, quasi offesa, ma nel petto gli si mosse già un freddo vischioso.
— È in corso un accertamento nei confronti della sua società per ipotesi di evasione fiscale aggravata e di notevole entità. Questo è il decreto di perquisizione e sequestro della documentazione. Tutto il personale deve restare al proprio posto. I telefoni cellulari vanno spenti.
— Quale evasione? — Vittorio balzò in piedi. — Ma vi rendete conto di quello che state dicendo? Chiamo subito il mio avvocato!
— Lo farà — rispose l’uomo, con una tranquillità che lo irritò ancora di più. — Dopo che avremo terminato le operazioni. Cominciamo dalla cassaforte. La apra spontaneamente, per cortesia. In alternativa procederemo noi.
Vittorio rimase immobile a guardare mentre gli uomini rovesciavano il suo ufficio con metodo: cassetti aperti, classificatori svuotati, armadi controllati, la piccola sala server ispezionata, cartelle di contratti infilate negli scatoloni, dischi rigidi rimossi e sigillati.
In anticamera la segretaria piangeva in silenzio. I responsabili vendite si scambiavano occhiate terrorizzate, ma nessuno osava parlare.
Intanto Vittorio pensava febbrilmente.
Chi era stato?
Un concorrente?
Un socio lasciato fuori da un affare?
Qualche fornitore non pagato?
Per un istante gli attraversò la mente il nome di Giulia, ma lo scacciò quasi subito. No, lei no. Non avrebbe mai osato. Era una topolina spaventata, una di quelle che abbassano gli occhi e tremano prima ancora che tu alzi la voce.
— Dov’è la vostra responsabile amministrativa? — domandò il funzionario dai capelli grigi, sfogliando alcuni documenti societari trovati nella cassaforte.
— Lei… oggi sta male — riuscì a dire Vittorio.
— Curioso. Proprio da lei abbiamo ricevuto una denuncia circostanziata. Con descrizione dettagliata dei meccanismi contabili e relativi allegati probatori. Sapeva che sua moglie teneva una contabilità parallela?
In quel momento, nella testa di Vittorio, qualcosa si spezzò.
Aprì la bocca per replicare, per negare, per minacciare, ma non uscì alcun suono. Il funzionario annuì appena, soddisfatto della reazione, e tornò al lavoro.
La perquisizione durò quattro ore.
Quando gli agenti se ne andarono, portando via tre scatoloni di documenti e due server, Vittorio si lasciò cadere sul pavimento, proprio al centro dell’ufficio devastato. Restò lì, seduto tra fogli sparsi e cassetti rovesciati, a fissare la parete davanti a sé.
Il telefono continuava a vibrare e squillare senza tregua.
Non rispose.
Sapeva che era Noemi.
E non aveva ancora la minima idea di cosa dirle.
Un’ora più tardi, però, fu lui a chiamarla. La sua voce tremava, impastata di rabbia e paura.
— Noemi, siamo nei guai. Guai grossi. In ufficio c’è stata una perquisizione. Giulia ci ha denunciati alla Guardia di Finanza.
— Che cosa?! — strillò lei nel telefono. — In che senso ci ha denunciati? Tu mi avevi detto che era tutto sistemato!
— Era tutto sistemato finché lei stava zitta! — ringhiò Vittorio. — Giulia conosceva ogni singola operazione. Ogni fattura, ogni passaggio, ogni conto. Capisci che anche la tua partita IVA, quella attraverso cui facevamo transitare una parte dei contanti, verrà fuori? Risulti tu come beneficiaria. È concorso. Rischi quanto me.
— Quale rischio? Quale concorso? — La voce di Noemi salì fino a diventare un grido acuto. — Tu mi avevi promesso che non correvo pericoli! Mi hai detto: “Firma questi fogli, incassa e basta”. Vito, io ho un bambino piccolo!
— E io adesso ho la Procura addosso! — sbottò lui. — Il tuo appartamento, con ogni probabilità, verrà sequestrato: è stato comprato con denaro di provenienza illecita.
