“Senza di te io non sono niente” aveva detto Vittorio, e lei ora fissa la sedia vuota nel loro decimo anniversario

Era dolorosamente ingiusto ricevere solo promesse vuote.
Storie

e, talvolta, da milioni.

Giulia Gentile non era stata una semplice contabile. Era stata lei a progettare l’intero lato oscuro dell’impresa, quella parte sommersa del lavoro che Vittorio Lupi continuava a considerare un capolavoro nato soltanto dalla propria intelligenza. Ogni passaggio, ogni giro di denaro, ogni autorizzazione bancaria firmata da lui senza neppure leggere, ogni ordine impartito con la sicurezza di chi si crede intoccabile: tutto si trovava lì dentro. Giulia scorse rapidamente i riepiloghi finali. In tre anni, alle casse dello Stato erano stati sottratti quasi quattrocentoventimila euro.

Reati tributari aggravati, evasione per importi rilevanti, frodi costruite attraverso società fittizie e fatture inesistenti. Pene pesanti, fino a diversi anni di carcere. E davanti alla legge non avrebbe risposto soltanto chi aveva messo una firma in calce alle dichiarazioni, ma anche chi aveva dato le disposizioni. Vittorio, nella sua arroganza, aveva sempre dimenticato un dettaglio: certi ordini aveva avuto la stupidità di lasciarli nei messaggi vocali.

Giulia copiò tutto su due chiavette criptate. La prima finì nella tasca interna di un vecchio cappotto appeso in fondo all’armadio, un capo che non indossava da tre inverni e che Vittorio non avrebbe mai pensato di controllare. La seconda la nascose dietro una piccola immagine di Santa Rita sistemata sulla mensola dell’ingresso: era l’unico oggetto della casa che suo marito evitava di toccare, per una superstizione ridicola che lei, in quel momento, trovò persino utile.

Poi tornò alla scrivania, riprese il telefono e cercò nella rubrica un contatto che non apriva da anni: Giorgio Neri Bianco.

Era stato il superiore di Vittorio agli inizi della carriera. Vittorio lo aveva tradito senza esitazione, portandogli via un grosso cliente e facendolo passare per uno sprovveduto davanti a mezza città. Bianco, allora, era arrivato a un passo dal fallimento. Poi si era rialzato, con fatica e rancore, e ora guidava un’impresa edile concorrente che, gara dopo gara, stava addosso alla Lupi Edilizia come un’ombra. Giulia sapeva bene che quell’uomo covava contro suo marito un odio antico, personale, mai digerito.

Lo chiamò alle undici in punto di sera, consapevole che, vista l’età, avrebbe potuto già dormire. Invece Bianco rispose al secondo squillo. La sua voce era vigile, quasi troppo pronta, ma attraversata da una prudenza immediata.

— Signor Bianco, sono Giulia Gentile, la contabile del suo ex dipendente — disse lei con un tono fermo, misurato. — Mi scusi per l’ora, ma ho una proposta che difficilmente vorrà rifiutare.

— Giulia? La moglie di Vittorio? — nella voce dell’uomo passò un lampo di sorpresa. — Che succede? Ti ha buttata fuori casa nel cuore della notte?

— Peggio — rispose lei. — Ha comprato un appartamento a sua sorella usando gli ottantamila euro che io avevo messo da parte in sei anni. Mi ha detto che non sono nessuno e che l’azienda è intestata a sua madre. E, soprattutto, si è dimenticato che io so tutto. Proprio tutto. Tre anni di contabilità reale. Quattrocentoventimila euro spariti al fisco. Vuole sapere con quale trucco l’ha battuta in quella gara di due anni fa? Ho gli schemi, i conti, le coordinate, le società utilizzate e anche i messaggi vocali in cui lui dà istruzioni precise. Voglio giustizia. E sono pronta a consegnarle il materiale senza chiedere un centesimo. A una condizione.

— Quale? — domandò Bianco, ormai incapace di nascondere l’interesse.

— Domani alle dieci del mattino, nel suo ufficio, devono entrare uomini della Guardia di Finanza. Non voglio una visita educata con due domande e un verbale di circostanza. Voglio un accesso vero, un sequestro di documenti, computer portati via, telefoni controllati, faldoni aperti davanti a tutti. Lei ha ancora contatti nel Nucleo di polizia economico-finanziaria. Li informi che esiste una persona pronta a deporre e a fornire documentazione completa. Devono presentarsi con un decreto di perquisizione.

Dall’altra parte calò il silenzio. Giulia sentiva il respiro pesante di Bianco, il modo in cui stava mettendo in ordine le informazioni appena ricevute, valutando rischi, vantaggi e vendetta.

— Giulia, ti rendi conto che anche tu risulti tra le persone coinvolte? — disse infine, lentamente, con una serietà che non aveva più nulla di ironico. — Tu quelle carte le gestivi. Se scavano davvero, potresti finirci dentro anche tu.

— Lo so — rispose lei. — Ma ho le registrazioni dei suoi ordini. Sono pronta a collaborare con gli inquirenti per essere riconosciuta come testimone e non come complice. Il mio avvocato sostiene che sia possibile. Inoltre non ho tratto profitti illeciti. Gli ottantamila euro che mi ha sottratto erano sul mio conto personale e provenivano dal mio stipendio ufficiale, accumulato mese dopo mese. Posso dimostrarne l’origine. Lui, invece, non può dimostrare nulla.

Bianco tossicchiò. Poi emise una breve risata roca, quasi incredula.

— Accidenti… si è tenuto una vipera in casa e non se n’è neppure accorto. Va bene. Mandami via mail una sintesi: importi, date, conti correnti, nominativi. Questa notte metto in moto le persone giuste. Domani alle dieci precise tuo marito avrà una mattinata che non dimenticherà facilmente.

Giulia chiuse la chiamata e inviò un messaggio cifrato con gli allegati essenziali. Quando ebbe finito, si alzò, raggiunse lo specchio dell’ingresso e rimase a fissare il proprio riflesso.

Vide una donna stanca, con le ombre scure sotto gli occhi e i capelli stretti in uno chignon severo. Vittorio le ripeteva spesso che era diventata un topo grigio, invisibile, insignificante. Si sbagliava. I topi si infilano nei buchi e tremano. Lei era un ratto: intelligente, paziente, rancoroso e pericoloso quando veniva spinto in un angolo.

Sorrise alla propria immagine e disse a voce alta:

— Adesso guadagnerai ancora, Vittorio. Ma per pagarti la mensa in carcere.

La mattina seguente iniziò esattamente con la visita che Giulia si aspettava e alla quale, dentro di sé, si era già preparata. Alle dieci, mentre Vittorio avrebbe dovuto trovarsi in ufficio a dirigere la riunione settimanale con i responsabili di cantiere, il campanello dell’appartamento suonò.

Non fu un trillo breve e normale. Fu una scampanellata lunga, prepotente, insistente, di quelle che non chiedono permesso ma pretendono di essere ascoltate. Giulia la riconobbe subito. Così suonava soltanto Noemi Palmieri.

Aprì la porta e se la trovò davanti in tutto il suo splendore volgare: tuta sportiva rosa acceso, labbra lucide, capelli cotonati in un’acconciatura che lei evidentemente riteneva elegante, e uno sguardo altezzoso studiato con cura davanti allo specchio. In mano stringeva un borsone da viaggio vuoto.

— Ciao, cognatina — canticchiò Noemi, entrando senza aspettare alcun invito. — Ho pensato una cosa: visto che ormai non hai più soldi per una casa nuova, a che ti serve tutta questa roba vecchia? Tu qui hai poco spazio, mentre io adesso ho un appartamento intero da sistemare. Fammi dare un’occhiata ai tuoi vestiti. Non ti dispiace, vero?

Giulia si spostò di lato per lasciarla passare nel corridoio. Non rispose. Non disse una parola. Rimase soltanto a guardarla mentre Noemi avanzava come se fosse già padrona di tutto, raggiungeva la camera da letto, spalancava l’armadio e iniziava a far scorrere le grucce con dita impazienti.

— Oh, ma guarda che meraviglia! — esclamò, tirando fuori la pelliccia di visone che Giulia si era comprata tre anni prima con il premio ricevuto dopo la chiusura di un importante appalto. — Questa non la metti più, giusto? Sei diventata un po’ troppo vecchia per certe cose. A me, invece, sta sicuramente benissimo.

Noemi se la gettò sulle spalle e si mise a girare davanti allo specchio, inclinando la testa, osservandosi di profilo, poi di fronte, poi ancora di lato. Giulia restò sulla soglia della camera, le braccia incrociate sul petto, immobile. Il suo silenzio venne scambiato dalla cognata per rassegnazione.

— Perché stai zitta in quel modo? — Noemi si voltò, guardandola con gli occhi socchiusi. — Ti sei offesa? Su, non fare la vittima. Vittorio ha fatto benissimo. Per dieci anni gli sei rimasta attaccata addosso, gli hai succhiato soldi e pazienza, e adesso basta. Non hai saputo dargli un figlio, non hai reso questa casa una vera casa, sei stata lì a contare le tue cifrette e a fare la martire. Io, invece, sono sangue del suo sangue. Da bambini mi prometteva sempre che mi avrebbe aiutata, qualunque cosa fosse successa. E tu chi saresti? Materiale usato. Vedrai, prima o poi troverà una donna normale, una capace di dargli un erede.

— Togliti la pelliccia — disse Giulia con calma.

Amore o Soldi