“Senza di te io non sono niente” aveva detto Vittorio, e lei ora fissa la sedia vuota nel loro decimo anniversario

Era dolorosamente ingiusto ricevere solo promesse vuote.
Storie

La serata sembrava nata per essere tranquilla. Giulia Gentile aveva apparecchiato per due: carne al forno profumata al rosmarino, un’insalata leggera e una bottiglia di rosso già stappata, tenuta da parte per un’occasione che meritasse davvero. Quel giorno cadeva il decimo anniversario della loro impresa edile. Dieci anni esatti da quando lei e suo marito avevano registrato la società, non comprandola già avviata, non ricevendola in eredità, ma tirandola su dal nulla, in un bilocale in affitto dove il vecchio computer ronzava fino a notte fonda e il caffè solubile si raffreddava sul davanzale.

Giulia ricordava ancora l’odore acre della vernice nel loro primo ufficio. Ricordava le mani di Vittorio Lupi impregnate di gasolio dopo i sopralluoghi nei cantieri. Ricordava anche il modo in cui lui, a bassa voce, le ripeteva: «Giulia, ce la faremo. Tu tieni i conti, sei tu quella sveglia. Senza di te io non sono niente».

E lei i conti li aveva tenuti davvero. Aveva gestito la contabilità, ridotto sprechi, trattato con fornitori, controllato ogni euro che entrava e usciva dall’azienda. In dieci anni non aveva mai preteso uno stipendio superiore a quello di un normale impiegato, perché era convinta che tutto fosse di entrambi: tutto per la famiglia, tutto per il domani, tutto per il loro futuro comune. E non si era accorta di quando quel “nostro” avesse smesso di includerla.

Si sistemò una ciocca sfuggita dall’acconciatura, guardò l’orologio e sorrise appena. Vittorio era in ritardo, ma negli ultimi mesi capitava spesso. «Questioni di lavoro, Giulia, mi faccio in quattro, stiamo crescendo», le diceva. E lei gli credeva. Seduta davanti alla sedia vuota, ripensava alla conversazione del giorno precedente sull’appartamento. Vivevano ancora nella vecchia casa che lei aveva ereditato dai genitori, con muri stanchi e stanze troppo piene di passato.

Vittorio le aveva promesso tante volte che avrebbero comprato finalmente una casa loro: grande, luminosa, con una cabina armadio spaziosa e le finestre affacciate sul verde di un parco. «Chiudiamo questo appalto», ripeteva, «e poi scegli quello che vuoi. Anche un attico, se ti va». Il giorno prima aveva aggiunto che quella sera le avrebbe portato una sorpresa. Giulia, ingenuamente, aveva pensato alle chiavi.

La serratura scattò alle otto e mezza. Vittorio entrò facendo rumore, con un mazzo di gigli bianchi in mano. Giulia non li sopportava: avevano per lei un odore dolciastro, quasi da cimitero, ma non glielo aveva mai detto per non ferirlo. Nell’altra mano teneva una cartellina di pelle. Lei si alzò per andargli incontro, avvertendo il battito accelerare.

Eppure Vittorio non aveva l’espressione di un uomo pronto a sorprendere la moglie con un regalo. Sembrava piuttosto qualcuno che avesse già vinto una partita e si divertisse a tenere nascosto il risultato. Posò la cartellina sul tavolo, accanto agli antipasti, senza nemmeno dare un’occhiata alla cena. Poi si sedette, accavallando le gambe.

— Allora, Giulia, ecco la sorpresa, — disse con un sorriso storto che le fece subito male. — Ho svuotato il tuo gruzzolo. Quello che tenevi da parte per le emergenze. Fino all’ultimo centesimo.

Giulia rimase immobile, con il tovagliolo ancora sospeso tra le dita. Lo fissò aspettando che scoppiasse a ridere, che le dicesse di aver fatto una battuta, magari tirando fuori dalla tasca una scatolina di velluto. Ma Vittorio non rideva. Aprì la cartellina e spinse i documenti verso di lei.

Era un contratto di compravendita per un appartamento in un nuovo complesso residenziale alla periferia della città. Alla voce “acquirente” compariva il nome di sua sorella: Noemi Palmieri.

— Vittorio, dev’esserci un errore, — mormorò Giulia, mentre le dita le diventavano fredde. — Lì dentro c’erano ottantamila euro. Li abbiamo messi da parte in sei anni. Dai miei stipendi, dai tuoi cantieri. Io ho risparmiato perfino dal dentista, rinunciando all’anestesia quando potevo evitarla. Tu mi dicevi che era per la nostra casa.

— Noemi ha partorito, a lei serve di più, — tagliò corto Vittorio, allungando la mano verso il bicchiere di vino che Giulia aveva preparato per entrambi. — È sola con un bambino piccolo. Noi due, in qualche modo, siamo già sistemati. Tu sei intelligente, Giulia, saprai riguadagnarli. Che pretese ti sono venute? Vuoi la casa? Quando ci saranno i soldi, la compreremo. Intanto Noemi può vivere da persona normale. Se l’è meritato.

— Se l’è meritato? — La voce di Giulia le arrivò alle orecchie come se appartenesse a un’altra donna. — In tutta la vita non ha lavorato un giorno. L’anno scorso le hai comprato la macchina. Poi le hai pagato la vacanza al mare. E adesso un appartamento. Con soldi che abbiamo guadagnato noi due. Ti rendi conto di quello che stai dicendo?

— Io dovrei rendermi conto? — Vittorio si sporse in avanti, e il suo sorriso si irrigidì fino a diventare quasi feroce. — Sei tu, cara mia, che hai perso la misura. La società è intestata a mia madre. Io sono l’amministratore. Tu sei una contabile assunta, una dipendente che prende lo stipendio e non ha alcun diritto di ficcare il naso nelle mie decisioni. Hai dimenticato qual è il tuo posto. Se vuoi continuare a vivere sulle mie spalle, stai zitta e sorridi. Se non ti va, quella è la porta. Però ricordati una cosa: senza di me non sei nessuno. A trentotto anni, senza un uomo accanto e con due spiccioli sulla carta, chi pensi che ti voglia?

Finì il vino in un solo sorso, si alzò e gettò il tovagliolo direttamente nell’insalata. Giulia restò in piedi accanto al tavolo, gli occhi fissi sui fogli sparpagliati, sul cognome della cognata stampato in grassetto, sulle gocce rosse cadute sulla carta bianca.

Non pianse. Dentro di lei qualcosa si spezzò e precipitò in basso, come una pietra gelida e pesante.

Vittorio prese la giacca dall’attaccapanni e, prima di uscire, si voltò sulla soglia.

— Vado da Noemi a festeggiare il trasloco. Tu arieggia un po’ la testa e rifletti sul tuo comportamento. E niente sciocchezze. Sei una donna intelligente, no?

La porta sbatté.

Giulia rimase sola.

Si lasciò cadere lentamente sulla sedia e restò così per quasi dieci minuti, immobile, lo sguardo perso in un punto qualsiasi della stanza. Poi si alzò, prese il telefono e vide una nuova notifica. Era un messaggio di Noemi. La foto mostrava una mano paffuta, con le unghie laccate di un colore acceso, stretta attorno a un mazzo di chiavi davanti a una porta d’ingresso nuova di zecca. Sotto, una frase: “Grazie per il regalino, cognatina”.

Giulia posò il cellulare senza rispondere e si avvicinò alla finestra. Oltre il vetro, i lampioni gettavano chiazze gialle sull’asfalto e poche auto passavano suonando il clacson. La città continuava a vivere come sempre, ignara del fatto che, in quell’istante, una donna aveva smesso di essere soltanto una moglie paziente.

Non andò in camera da letto. Non telefonò alle amiche per raccontare l’umiliazione appena subita. Non crollò in ginocchio, né scoppiò in un pianto disperato. Giulia attraversò il corridoio e raggiunse il ripostiglio. Dietro alcune vecchie scatole di scarpe c’era una piccola cassaforte che Vittorio aveva dimenticato da anni, convinto che contenesse soltanto diari e ricordi senza valore.

Lei digitò il codice: la data del loro matrimonio. Vittorio non l’avrebbe ricordata nemmeno con una pistola puntata alla tempia. Poi aprì lo sportello e tirò fuori un portatile.

Era un computer grigio, piccolo, con lo schermo spento, ufficialmente registrato come materiale dismesso perché ormai inutile. Vittorio lo aveva visto una volta sola e le aveva chiesto: «Perché usi ancora questo rottame? Ne abbiamo di nuovi». Lei aveva risposto: «Ci sono abituata, mi è comodo». Lui aveva scrollato le spalle e non ci aveva più pensato.

Vittorio dimenticava sempre tutto ciò che non gli interessava.

Giulia sistemò il portatile sul tavolo, lo accese, inserì la password ed entrò in un archivio che non compariva su nessun server dell’azienda. Lì dentro era conservata la contabilità vera degli ultimi tre anni. Non quella consegnata al commercialista e poi dichiarata al fisco, con utili modesti e numeri arrotondati. Quella reale.

Cartelle, prospetti, fatture, movimenti bancari, elenchi di contatti, società di comodo e coordinate di imprese fantasma attraverso cui venivano fatti passare importi da decine di migliaia.

Amore o Soldi