“Porta via tuo figlio e digli di non fare rumore!” sbottò Enrico Caruso, chiudendo con un colpo secco la porta del soggiorno davanti al piccolo Edoardo

Quel distacco domestico era dolorosamente intollerabile
Storie

— Certo che puoi, — rispose Serena, passando una mano tra i capelli del bambino con un gesto tenero.

La tavola, poco alla volta, prese un’aria quasi festosa. Serena aveva perfino tirato fuori due candele basse, sistemate in piccoli portacandele di vetro. Non era nulla di speciale, eppure ci teneva: voleva che quella cena avesse il sapore di una serata tranquilla, di una casa vera.

Adele entrò in soggiorno trascinando i passi e si lasciò cadere sulla poltrona con un sospiro pesante.

— Sono distrutta, proprio distrutta, — disse allungando le parole. — Edoardo, potresti evitare di fare tutto quel rumore con i piatti?

Il bambino si irrigidì. Posò l’ultimo piatto con una cautela esagerata, quasi avesse tra le mani qualcosa di fragile, poi fece un passo indietro.

Enrico si voltò verso Serena, come se la questione fosse già decisa.

— Portalo in cucina. Che mangi lì. Vorremmo cenare in pace.

Il silenzio calò nella stanza di colpo, compatto, innaturale. Edoardo non protestò. Non cercò neppure lo sguardo della madre. Prese semplicemente il suo piatto e si avviò piano verso la cucina, con quella rassegnazione obbediente che faceva ancora più male di un pianto.

Serena rimase a guardarlo. Vide le sue spalle abbassate, le mani piccole strette intorno al piatto, il passo lento di chi ormai aveva imparato a non occupare troppo spazio.

Per la prima volta dopo tanto tempo, non cercò di giustificare Enrico. Non disse “va bene”, non chiese a Edoardo di avere pazienza ancora un po’. Restò immobile, a osservare suo figlio che se ne andava a cenare da solo in cucina, nella casa che apparteneva anche a lui.

Passò appena un istante. Poi Serena si mosse. Raggiunse Edoardo senza una parola, gli tolse delicatamente il piatto dalle mani e lo riportò al suo posto, sulla tavola, esattamente dove doveva stare.

— Siediti, — gli disse con voce bassa ma ferma, accostandogli la sedia.

Edoardo obbedì, confuso, senza capire se fosse davvero permesso. Serena si sedette accanto a lui.

Enrico la fissò prima con stupore, poi con un fastidio sempre più evidente.

— Serena, adesso basta con queste sceneggiate. Mia madre è stanca, io ti sto chiedendo una cosa normalissima…

— Questa è casa mia, — lo interruppe lei, senza alzare il tono. — Ed è anche la casa di mio figlio. Se a qualcuno dà fastidio dividere la tavola con un bambino, o se qui si sente troppo stretto e disturbato, può benissimo andare a cenare in cucina da solo.

Adele spalancò gli occhi, portandosi una mano al petto.

— Ah, ecco. Siamo arrivati a questo. Una persona anziana cacciata da tavola. Bella riconoscenza, davvero.

— Nessuno la sta cacciando, — replicò Serena, sempre calma. — Lei è seduta a tavola. Mio figlio è seduto a tavola. E da oggi sarà così.

Enrico alzò la voce. Parlò di rispetto, di ingratitudine, di quanto fosse assurdo quel comportamento. Serena lo lasciò parlare. Non lo interruppe, non si mise a discutere. Si alzò soltanto, andò verso la mensola, aprì un cassetto e ne tirò fuori la cartellina con i documenti dell’appartamento. La posò davanti a suo marito.

— Se serve, posso ricordarti a chi appartiene questa casa.

Amore o Soldi