si portò le mani al petto, come se d’un tratto le fosse venuto un malore.
— Federico, hai sentito? — gemette con voce tremante, ma abbastanza forte perché tutti la udissero. — Mi sta rinfacciando perfino il pane che mangiamo! Io le ho messo in mano una casa, e lei adesso viene a sbattermi in faccia i soldi spesi per quattro pareti! Perché ormai lei ha l’attività, lei è una grande imprenditrice, vero? E noi cosa saremmo? Due poveracci da fabbrica, gente rozza da guardare dall’alto in basso?
Federico, dopo un silenzio che era durato fin troppo, finalmente parlò. Posò la tazza sul tavolo con un rumore secco e lanciò a Ginevra uno sguardo più stanco che deciso.
— Mamma, basta, per favore. — Poi si voltò verso la moglie. — Ginevra, ma perché devi sempre accendere la miccia? Ti ha fatto solo una domanda. Tu prendi qualunque cosa come un attacco. Se vuoi, chiedo scusa io al posto tuo.
Ginevra lo fissò, incredula.
— Tu chiederesti scusa al posto mio? — ripeté lentamente, assaporando ogni parola come se fosse amara. Dentro di lei qualcosa vibrò, una corda tirata fino a sfiorare il punto di rottura. — E per cosa, Federico? Perché tua madre mi ha appena dato della bottegaia? Perché è convinta che i soldi che guadagno io appartengano automaticamente anche a voi? O perché va in giro a dire, alle mie spalle, che io non vi considero persone alla mia altezza?
— Hai capito tutto al contrario! — strillò Adele, alzando ancora di più il tono. — Io con te mi sono sempre comportata con il cuore in mano! E tu invece…
— Io, il mese scorso, sono venuta da voi — la interruppe Ginevra. Per la prima volta da quando era iniziata quella discussione, la sua voce si alzò davvero. — Quando nella casa di campagna vi si è rotta la tubatura. Ve lo ricordate? Ho lasciato tre clienti in sospeso, sono salita in macchina e sono corsa fino a Scandicci, perché al telefono piangevate dicendo che Federico era al lavoro e che l’acqua vi stava allagando tutto. Ho cercato un pronto intervento, ho pagato l’uscita urgente, ho comprato una pompa nuova da centottanta euro e sono rimasta tre ore con l’acqua gelida fino alle ginocchia mentre sistemavano il guasto. Questo lo ricordate, Adele?
Il viso della suocera si fece paonazzo.
— E chi te l’aveva chiesto? — urlò. — Sei venuta tu! Nessuno ti aveva ordinato di precipitarti lì! E quella pompa era pure la più economica, l’ho visto su internet: ce n’erano di molto più costose. Adesso vorresti farmi l’elenco delle tue buone azioni, come se dovessi esserti riconoscente fino alla tomba?
A Ginevra scappò una risata. Non aveva niente di allegro: era una risata nervosa, tagliente, quasi feroce, uscita prima ancora che potesse trattenerla.
— La più economica? — disse. — Adele, era una pompa italiana tra le migliori della sua categoria. Ma non è questo il punto. Il punto è che io vi aiuto da anni. Sempre. Ogni mese c’è qualcosa: soldi, spesa, elettrodomestici, medicine. Quando stavate male, sono stata io a portarvi i farmaci. Quando vi serviva un telefono, vi ho dato il mio, che era praticamente nuovo. Quando Federico non aveva abbastanza denaro per farvi un regalo di compleanno, sono stata io a comprare quella pelliccia che desideravate da tre anni. E voi, nemmeno una volta, una sola, mi avete detto un semplice “grazie”.
La cucina cadde in un silenzio pesante. Persino il bollitore sembrò smettere di borbottare.
— La pelliccia… — mormorò Adele, ma si riprese subito, come se avesse paura di aver mostrato una crepa. — E allora? Un regalo è un regalo, non una moneta di scambio! Tu pensi che, siccome hai qualche soldo, puoi comprare tutti? Comprare il mio rispetto? Comprare l’amore di mio figlio? Senza di lui tu non sei nessuno! Ma chi ti credi di essere? Una ragazzina venuta da un paesino dimenticato da Dio a conquistare Roma! Tua madre, una maestrina di provincia; tuo padre, un ubriacone che ha abbandonato la famiglia! E tu qui a fare la signora!
Fu un colpo basso. Preciso. Studiato. Sferrato da chi conosce il punto esatto in cui affondare la lama. Perché un tempo, in un momento di fiducia ingenua, Ginevra aveva raccontato ad Adele della propria infanzia, convinta di parlare con una persona quasi di famiglia.
Per un istante le si oscurò la vista. Dovette aggrapparsi al bordo del tavolo per non perdere l’equilibrio.
— Tacete — disse piano. — Tacete immediatamente.
— Perché? La verità fa male? — Adele ormai non riusciva più a fermarsi. Era partita come un camion pesante lanciato in discesa, con i freni rotti. — Credi che io non abbia capito perché hai sposato Federico? Ti serviva la residenza a Roma! Ti serviva una casa! Hai usato mio figlio, ecco cosa hai fatto!
— Mamma, adesso basta! — gridò all’improvviso Federico.
Era diventato bianco come un lenzuolo; sulla fronte gli erano spuntate gocce di sudore.
— Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?
— Tu stai zitto! — gli intimò la madre, puntandogli contro un dito. — Lei ti ha rigirato come voleva e tu ti sei lasciato mettere il guinzaglio. Vivi sotto il suo tacco come uno straccio!
Ginevra si raddrizzò. Le tempie le martellavano, ma quando parlò la sua voce era quasi calma. Fredda. Tagliente. La voce con cui si pronunciano sentenze.
— Adele. Primo: la residenza a Roma io ce l’avevo tre anni prima di conoscere vostro figlio. Mi ero comprata una stanza in un appartamento condiviso con soldi miei, guadagnati facendo tre lavori contemporaneamente. Secondo: quando ho sposato Federico, lui viveva in questa casa, che più che un appartamento sembrava un deposito, con carta da parati vecchia di decenni e mobili da quattro soldi. Sono stata io a trasformarla in un posto in cui si potesse vivere. E terzo: su mio padre avete appena detto una cosa che non vi permetterò di ripetere mai più.
