mio padre non è mai stato un ubriacone. È morto di tumore ai polmoni dopo anni passati in una fabbrica nociva, quando io avevo dodici anni. E la sua memoria non la lascerò infangare da nessuno.
Poi si voltò verso Federico. Lui era lì, immobile, con la testa bassa, l’aria di un ragazzino sorpreso a fare qualcosa di sbagliato.
— E tu? — gli domandò Ginevra. — Non hai niente da dire? Tua madre ha appena insultato i miei genitori. La mia famiglia. Me. Tu intendi restare zitto? Sei dalla sua parte?
Federico sollevò lo sguardo. Nei suoi occhi c’era una stanchezza così desolata che, per un istante, Ginevra provò quasi pena per lui. Ma fu soltanto un istante.
— Ginevra, dai… la conosci mia madre — borbottò lui, incapace di sostenere davvero il confronto. — Non lo dice per cattiveria. Si è solo lasciata prendere. È anziana, lo sai. Non puoi comportarti come una bambina e offenderti per due parole dette male. Ha detto una sciocchezza, capita a tutti.
— Una sciocchezza — ripeté lei, assaporando quelle parole come se fossero amare. — Tua madre da anni mi smonta pezzo dopo pezzo, mi tratta come se non valessi nulla, e tu la chiami “una sciocchezza”. Parla alle mie spalle di come mettere le mani sui soldi che guadagno io, e per te “capita a tutti”. Sputa su di me e sulla memoria dei miei genitori, e tu mi chiedi di non offendermi.
— E allora cosa vorresti, che mi mettessi a litigare con lei?! — Federico perse il controllo e alzò la voce. In quel grido, però, non c’era forza: c’era solo un’impotenza nuda, miserabile. E in quel momento Ginevra capì davvero tutto. — Vuoi che la cacci di casa?! È mia madre, lo capisci? Mia madre!
— E io sono tua moglie — rispose Ginevra, con una calma che faceva più paura di qualsiasi urlo. — Sono la tua famiglia da dodici anni. Ma evidentemente tu non l’hai mai capito.
Senza aggiungere altro uscì dalla cucina. Attraversò il corridoio, entrò in camera da letto e tirò giù dall’ultimo ripiano dell’armadio una piccola borsa da viaggio. Cominciò a infilarci dentro i vestiti. Le mani le tremavano tanto che le maglie le scivolavano dalle dita.
Dopo nemmeno un minuto, Federico comparve sulla soglia.
— Che cosa stai facendo? — chiese, spaventato.
— Preparo le mie cose. Per ora starò da Serena.
— Ginevra, non fare stupidaggini! Vuoi andartene per una lite qualunque? Stai cercando di farmela pagare? Mia madre se n’è già pentita, ne sono sicuro!
Dal corridoio arrivò subito la voce tagliente di Adele:
— Che se ne vada pure! Che prenda la porta e non torni! Di nuore ne troviamo quante ne vogliamo, e anche meglio di lei! Ma guarda questa, si crede una principessa!
Ginevra fece una risata breve, senza allegria, e gettò nella borsa il beauty con i cosmetici.
— Hai sentito? — domandò al marito. — Tua madre non è pentita. Non le importa niente. E a quanto pare nemmeno a te. A te interessa solo che tutto rimanga com’è sempre stato: lei entra quando vuole, mi calpesta come fossi uno zerbino, e tu fai finta che sia normale. Io devo tacere, sorridere e continuare a pagare.
— Ne parliamo domani, ti prego! — Federico cercò di afferrare la borsa. — Adesso sei agitata, dirai cose di cui poi ti pentirai!
Ginevra chiuse la cerniera con uno strattone secco, mancandogli le dita per un soffio.
— Dodici anni — disse, fissandolo dritto negli occhi. — Per dodici anni ho continuato a sperare in qualcosa. E tu, nel frattempo, te ne stavi seduto ad aspettare che io e tua madre ce la sbrigassimo da sole. Tu non sei un marito. Sei un inquilino. Una persona che vive sotto il mio stesso tetto e usa il mio stipendio.
— Non è vero! — gridò lui. — Io ti amo! Lo sai benissimo!
— Mi ami? — ripeté Ginevra, infilando il cappotto. — Allora perché non hai mai detto a tua madre: “Basta, è mia moglie, dovresti esserle grata”? Perché non le hai mai spiegato che il mutuo lo pago io mentre tu ti tieni stretto il tuo stipendio? Perché non le hai ricordato che sono io ad accompagnarla dai medici e a comprarle medicine costose quando la pensione non le basta? Perché le hai permesso di chiamarmi ogni volta “mercante” e “arrivista”, mentre tu, nello stesso momento, venivi da me a chiedere soldi per la benzina?
Federico rimase senza parole. Apriva e chiudeva la bocca, come un pesce tirato fuori dall’acqua.
— Appunto — concluse Ginevra. — Non hai niente da rispondere.
Afferrò la borsa e si avviò verso l’ingresso. Già sulla porta, si voltò verso la suocera. Adele stava nel vano della cucina con le braccia incrociate sul petto, e sul volto aveva un’espressione trionfante.
— Allora? — disse con un sorrisetto. — Te ne vai davvero? Buon viaggio e non voltarti indietro. Però ricordati una cosa: questa casa è nostra. Se torni, vivrai secondo le nostre regole.
Ginevra la osservò a lungo, con uno sguardo freddo, attento, quasi curioso. Poi posò gli occhi su Federico.
— Sai una cosa, Federico? — disse in tono quieto, quasi quotidiano. — Sì, me ne sto andando davvero. Ma non per qualche giorno. Chiederò il divorzio. E non preoccupatevi: non ho nessuna intenzione di reclamare il vostro appartamento. Per fortuna ne ho uno mio. Proprio quello che ho comprato l’anno scorso, mentre voi qui studiavate il modo più comodo per spogliarmi di tutto.
Il viso di Adele cambiò di colpo. Era evidente che un colpo di scena simile non lo aveva previsto.
— Quale appartamento? — domandò bruscamente. — Di quale appartamento stai parlando?
