“Te lo dico io: lei noi due non ci considera nemmeno persone” — Ginevra si bloccò nell’ingresso, stringendo la busta della spesa

Quell'ipocrisia domestica è crudele, così insopportabile.
Storie

— Federico, per favore, ma quali cinquantamila euro? Hai dato un’occhiata ai loro bilanci? — La voce di Adele, la suocera, fendette il silenzio serale della cucina come una lama affilata. Ginevra si bloccò nell’ingresso: non aveva fatto in tempo nemmeno a togliersi la seconda scarpa. — Quella tua moglie, zitta zitta, si è comprata una villa ad Ancona, mentre voi qui tirate avanti a pasta e rinunce. Te lo dico io: lei noi due non ci considera nemmeno persone.

Ginevra rimase immobile, stringendo contro il petto la busta della spesa. Dentro c’erano gallette dietetiche, ricotta magra, erbe fresche: il solito necessario per una cena familiare senza eccessi. In fondo al sacchetto, però, c’era anche una scatola di cioccolatini costosi per Adele, quelli che Ginevra comprava ogni volta “così, per il tè”, sapendo quanto alla suocera piacessero. In quell’istante, quel pensiero gentile le parve quasi ridicolo, una specie di elemosina fuori posto.

Dalla cucina arrivò un breve silenzio. Poi il tintinnio di un cucchiaino contro la tazza. Era Federico: mescolava lo zucchero con nervosismo. Lo faceva sempre quando sua madre attaccava il suo ritornello preferito.

— Mamma, basta, dai, — disse lui, con una voce stanca, ma priva di vera opposizione. Non sembrava il tono di chi vuole fermare qualcuno, piuttosto quello di chi chiede solo di abbassare il volume. — Quale villa? Ginevra lavora come una matta da dieci anni. Se ha guadagnato qualcosa, se l’è sudato.

— Se l’è sudato! — sbuffò Adele. — E tu, invece, che cosa fai nel tuo cantiere? Non ti spezzi la schiena anche tu? Sei un ingegnere, figlio mio! E lei chi sarebbe? Una commerciante! È arrivata quando era già tutto pronto. Sta seduta nel suo salone, lima unghie tutto il giorno, e tu ti accontenti degli avanzi.

Ginevra chiuse gli occhi per un momento. Dunque era così. I dieci anni passati a costruire dal nulla una piccola catena di centri estetici, cominciando dall’affitto di uno scantinato minuscolo, per Adele si riducevano a “limare unghie”. Invece suo marito, fermo da dodici anni nella stessa posizione in uno studio di architettura, con uno stipendio regolare di circa settecento euro, era quello che “si spezzava la schiena”.

Allora spinse con forza la porta d’ingresso, facendola richiudere con un colpo secco, abbastanza forte da annunciare la sua presenza.

— Sono a casa, — disse a voce alta, attraversando il soggiorno senza voltarsi verso la cucina. — Qualcuno ha intenzione di cenare?

Adele comparve subito sulla soglia. Era una donna robusta, imponente, con un’acconciatura alta che le dava l’aria di una cantante lirica in pensione. Sollevò teatralmente le mani.

— Oh, Ginevra cara, parlavamo proprio di te! Ti stavamo facendo i complimenti. Dicevo a Federico quanto sia stato fortunato con una moglie come te: bella, intelligente, e pure brava a guadagnare.

Ginevra la fissò negli occhi chiari, un poco sporgenti. Sul fondo di quello sguardo galleggiava qualcosa di scuro, denso. Non era affetto. Non era nemmeno odio. Era invidia.

— Grazie, Adele, — rispose asciutta, entrando in cucina. — Sono stanca, quindi evitiamo le cortesie. Ho sentito perfettamente quello che dicevate.

Federico era rimasto accanto alla finestra, la tazza stretta in mano. Aveva l’espressione di chi avrebbe pagato qualsiasi cifra pur di trovarsi lontano da lì. In Antartide, magari. O in fondo a una miniera.

— E che cosa avresti sentito, di preciso? — domandò la suocera, cambiando subito registro e assumendo un tono di sfida.

— La villa ad Ancona, — disse Ginevra, posando la spesa sul tavolo. I suoi movimenti erano calmi, ma le dita tradivano una tensione sottile. — La pasta. E il fatto che io non vi considererei persone.

— E forse non è vero? — Adele si mise le mani sui fianchi.

Quello fu il punto di non ritorno. Fino a un secondo prima sarebbe stato ancora possibile trasformare tutto in una battuta infelice, in un “non intendevo dire questo”. Ginevra aspettò. Guardò Federico. Lui non parlò. Continuò a fissare la propria tazza come se sul fondo ci fosse disegnata una mappa del tesoro.

— Che cosa non sarebbe vero? — chiese lei piano.

— È tutto vero! Credi di essere speciale? Pensi che, siccome hai un po’ più di soldi, adesso puoi fare la regina? E il fatto che io e il padre di Federico abbiamo lavorato tutta la vita in fabbrica per comprargli un appartamento, quello te lo sei dimenticato? Dove vivreste adesso, senza di noi?

Ginevra si voltò verso di lei. Lentamente. Con una lentezza controllata, come una molla compressa che si raddrizza solo perché qualcuno la trattiene con forza.

— Non l’ho dimenticato, Adele. Quell’appartamento lo avete comprato tu e Giorgio, ed io ve ne sono stata profondamente grata. Proprio per questo, quando cinque anni fa abbiamo fatto la ristrutturazione completa, ci ho messo tutti i miei risparmi: quindicimila euro. Ho trasformato una casa rimasta ferma ai tempi della nonna in un appartamento moderno. Allora mi avete detto “grazie”, e il giorno dopo sembrava già cancellato. Il prestito per quei lavori l’ho chiuso in due anni. Da sola. Senza un centesimo da parte vostra.

Adele rimase interdetta. Non era abituata a sentirsi rispondere. In quella famiglia si viveva secondo una regola semplice: “la mamma parla, gli altri approvano”. Federico, intanto, continuava a tacere.

— Ah, ecco come parli adesso! — esclamò la suocera, pronta a trasformare l’offesa in una nuova scena.

Amore o Soldi