di quello che hai combinato?! Hai devastato una casa che non è tua! Per quella tua festa da ubriaconi mia moglie se n’è andata! E tu te ne stai sdraiata lì a pretendere l’acqua minerale?! Alzati subito e vai a pulire lo schifo che hai lasciato!
— Ma come ti permetti di urlarmi contro?! — Martina Coppola abbandonò in un istante quel tono piagnucoloso da vittima e si tirò su di scatto sul divano. Il viso le si contrasse in una smorfia di rabbia, facendo emergere quella volgarità aggressiva che Claudia Barbieri aveva intuito fin dal primo giorno. — Io sono tua sorella, nel caso te lo fossi dimenticato! Sei stato tu a dire che quella strega non ti meritava, che viveva solo per i suoi stracci e per la casa tirata a lucido! E adesso vorresti scaricare tutto su di me? Ma vai al diavolo, fratellino! Domani chiamo mamma e le racconto per filo e per segno come mi stai trattando!
Alessandro Fontana rimase immobile, come se quella sfacciataggine nuda e cruda gli avesse tolto il respiro. In quell’istante, finalmente, il velo della cecità familiare gli cadde dagli occhi. Davanti a sé non vide più la “povera studentessa stressata” che andava compatita e protetta, ma una ragazza viziata, egoista, abituata a pretendere senza dare nulla in cambio. A Martina non importava niente di Claudia, e in fondo non importava niente nemmeno di lui. Lo aveva usato come un paravento comodo, come un servizio gratuito, come uno scudo contro ogni conseguenza. E per lei lui aveva mandato in pezzi il suo matrimonio.
Con mani che non riuscivano a stare ferme, Alessandro infilò una mano in tasca, tirò fuori il cellulare e cercò il numero di sua moglie nella rubrica. Premette il tasto di chiamata. Gli squilli lunghi, regolari, impersonali rimbalzarono nel silenzio irreale dell’appartamento devastato; sembravano non finire mai, e a ogni tono gli entravano nelle orecchie come una lama.
Nel silenzio perfetto della camera d’albergo, il telefono appoggiato sul comodino vibrò appena, illuminando la penombra con un bagliore freddo. Claudia distolse lo sguardo dalle luci della città notturna che tremolavano oltre la finestra e posò gli occhi sullo schermo. Comparve una parola che fino al giorno prima le avrebbe stretto lo stomaco: “Marito”.
Appena ventiquattr’ore prima, vedendo quel nome, il cuore le sarebbe balzato in gola. Si sarebbe chiesta che cosa fosse successo stavolta: che cosa Alessandro avesse dimenticato di comprare, con chi avesse litigato, quale parente bisognasse salvare all’improvviso, ospitare, sfamare, consolare. Ora, invece, non provò assolutamente nulla. Nessuna vendetta, nessuna tristezza, nessun bisogno di rovesciargli addosso anni di umiliazioni e risentimento. Solo un vuoto liscio, freddo, quasi benefico. Un vuoto che non feriva: guariva.
Claudia allungò lentamente la mano verso il telefono. Con due tocchi sicuri inserì il numero nella lista nera. Poi attivò la modalità aereo. Niente crisi notturne. Niente scuse tardive. Niente promesse pronunciate solo quando ormai non servivano più. Quella recita era finita. Per sempre.
— L’utente è occupato, lasciate un messaggio dopo il segnale… — La voce metallica e senza anima dell’operatore arrivò all’orecchio di Alessandro come il colpo secco di un martelletto in tribunale.
Lui abbassò piano il braccio. Il cellulare gli scivolò dalle dita umide e indebolite, cadendo con un tonfo sordo sul parquet macchiato di birra. Martina era ancora seduta sul divano rovinato, le braccia incrociate sul petto dentro una maglietta enorme. Però nei suoi occhi appannati cominciava ad affiorare una comprensione gelida: il vecchio copione familiare, quello in cui bastava piangere, minacciare di chiamare la madre e ottenere tutto, si era inceppato nel punto peggiore.
— Chiama pure la mammina, Martina — disse Alessandro con una voce bassa, spenta, quasi non sua, guardandole attraverso come se lei fosse trasparente. — Prendi il telefono adesso e lamentati di quanto sei maltrattata. Però ricordati di aggiungere un dettaglio minuscolo: domani, prima che faccia buio, io e te saremo entrambi fuori da qui, in strada, con le valigie in mano.
— Che vuol dire “in strada”? — Martina sbatté le palpebre, meno sicura. La maschera arrogante le si incrinò di colpo. — Sei sempre stato tu a ripetere che questa casa era di tutti e due! Dicevi che ci avevi fatto i lavori, che era tutto a metà!
— Io ripetevo quello a cui volevo credere — mormorò lui, poi rise amaramente, con un suono spezzato che gli deformò il volto e lo fece sembrare invecchiato di dieci anni. — Lo dicevo per non apparire un completo fallito davanti ai tuoi “raffinati” compagni di bevute. La casa è sua. Interamente sua. Fino all’ultimo chiodo, fino all’ultimo battiscopa. Prima del matrimonio abbiamo firmato la separazione dei beni e degli accordi notarili che io stesso ho sottoscritto con grande orgoglio, facendo la parte del cavaliere nobile e disinteressato. E se domani sera questo posto non sarà pulito come il giorno in cui lei l’ha comprato, Claudia ci farà pagare ogni singolo danno. E credimi, ha abbastanza soldi per assumere i migliori avvocati della città.
— Sta solo bluffando per spaventarti! — strillò Martina. Ma nella voce che le si spezzava si sentiva ormai una paura autentica.
— No, Martina. Quello che ha bluffato per tutta la sua vita inutile sono io.
Alessandro si chinò con fatica, raccolse da terra i guanti gialli che aveva buttato via poco prima e li lanciò addosso alla sorella. I guanti le caddero sulle ginocchia con uno schiocco umido.
— Lei, invece, fa sempre esattamente ciò che dice. Quindi alza il sedere, prendi un secchio, una spazzola e vai a grattare via il tuo vomito dalle piastrelle. Io nel frattempo mi metto a cercare annunci per trovare la topaia in affitto più economica della periferia, con i pochi soldi che mi restano sulla carta dello stipendio. E prega tutti i santi che conosci perché ci bastino almeno per la cauzione.
La mattina seguente arrivò limpida, tagliente, fredda. Claudia si svegliò alle sette in punto senza bisogno della sveglia. Per la prima volta dopo anni, non aveva la testa pesante per l’aria viziata, impregnata di fumo e di odori stantii, né sentiva addosso quella stanchezza collosa che di solito le restava attaccata anche dopo il sonno. Fece una doccia lunga, calda, godendosi ogni minuto. Ordinò la colazione in camera e, seduta in poltrona con un accappatoio bianco immacolato, bevve lentamente una tazza di caffè forte e profumato, osservando i primi raggi del sole riflettersi sulle facciate di vetro dei palazzi.
Alle nove precise aprì il portatile e compose il numero del suo legale.
— Alberto Medici, buongiorno — disse, con una voce fresca, ferma, sorprendentemente serena. — Sì, la chiamo per una questione personale. Devo avviare immediatamente la procedura di separazione e divorzio. Esatto, nel minor tempo possibile. Non dovrebbero esserci controversie patrimoniali: la separazione dei beni e gli accordi firmati sono pienamente validi. Inoltre mi serve un’agenzia affidabile per sostituire tutte le serrature del mio appartamento oggi stesso, dopo le diciannove. Le mando subito l’indirizzo in chat.
Nello stesso momento, dall’altra parte della città, nell’appartamento regnava una disperazione soffocante, intrisa di sudore, candeggina e detersivi economici. Alessandro, con gli occhi arrossati dal sonno mancato e le nocche spellate fino al sangue, avanzava in ginocchio sul pavimento, tentando con un prodotto corrosivo di cancellare una macchia di vino rosso ormai penetrata nel legno chiaro. Nella stanza accanto, Martina strofinava i battiscopa con furia isterica, mischiando sul viso pallido lacrime di rabbia e schiuma saponata. Nell’aria aleggiava un odore pesante di cloro, deodorante al pino da pochi euro e totale mancanza di speranza.
Vicino alla porta d’ingresso, abbandonati come animali impauriti, stavano due enormi borsoni a quadri e una vecchia valigia consumata. Tutto il bagaglio che Alessandro Fontana era riuscito a meritarsi dopo cinque anni di matrimonio.
A un certo punto si sollevò con fatica, appoggiandosi sulle gambe che gli tremavano per lo sforzo. Guardò la parete del corridoio. Fino alla sera prima, lì era appesa la loro unica fotografia di nozze, dentro una cornice d’argento. Claudia l’aveva portata via, lasciandosi dietro soltanto un chiodo metallico nudo e un quadrato appena più chiaro sulla carta da parati.
Fu davanti a quel vuoto preciso, a quel rettangolo pulito rimasto come una cicatrice, che Alessandro comprese davvero ciò che aveva perso. Non si trattava solo di una casa comoda, di cene calde, di camicie stirate e di una vita organizzata da qualcun altro. Con le sue stesse mani, per assecondare i capricci altrui e per non scontentare mai nessuno tranne sua moglie, aveva calpestato e distrutto l’unica donna che lo avesse amato nonostante tutto. La donna che, giorno dopo giorno, lo aveva aiutato a sembrare un uomo migliore, invece del miserabile che ora vedeva riflesso nei mobili lucidi.
Quella sera Claudia scese da un taxi davanti al luminoso centro direzionale in cui si trovava il suo ufficio. Indossava un completo color caffè dal taglio impeccabile. Un trucco leggero cancellava quasi del tutto le tracce dello stress della notte precedente, mentre nello sguardo c’era una calma nuova, solida, impossibile da scalfire. Il telefono nella borsa emise un suono discreto. Era arrivato un messaggio di Alberto Medici.
Il legale comunicava in modo asciutto che le chiavi erano state consegnate a un corriere di fiducia, che le nuove serrature erano già state installate e che l’appartamento era stato completamente liberato da persone non autorizzate.
Claudia si fermò per un istante sul marciapiede e inspirò a pieni polmoni l’aria fresca della sera. Sorrise, con una leggerezza sincera che quasi la sorprese. Sistemò la borsa sulla spalla e si avviò con passo rapido e sicuro verso le porte girevoli del centro direzionale.
La sua vita non era crollata quella sera disgraziata. Al contrario: stava appena cominciando. Pulita, libera e, soprattutto, finalmente soltanto sua.
