— Alessandro, temo che lo stress ti abbia fatto un brutto scherzo alla memoria, e anche piuttosto grave. Questo appartamento l’ho comprato io prima del matrimonio. Il mutuo l’ho pagato da sola per tre anni, lavorando senza un giorno di riposo. I mobili, gli elettrodomestici, persino l’ultimo chiodo conficcato in queste pareti: tutto è stato acquistato con i miei soldi. Tu sei arrivato qui cinque anni fa con una vecchia valigia sfondata, dentro cui c’erano due maglioni consumati, un deodorante e una console per videogiochi. E ti assicuro che da qui uscirai con un bagaglio molto simile.
— Non provare a spaventarmi con quelle quattro scartoffie! — La voce di Alessandro Fontana si incrinò in modo ridicolo, tradendolo proprio nel momento in cui tentava di apparire sicuro. Si raddrizzò di colpo, perdendo in un istante tutta quella falsa aria da padrone di casa. Il viso gli si chiazzò di nuovo di rosso. — Siamo sposati da cinque anni, ufficialmente! Questa è roba acquisita durante il matrimonio! Anch’io ci ho messo del mio, ho contribuito, ho fatto lavori qui dentro! Per legge metà di tutto questo appartiene anche a me!
Claudia Barbieri lasciò uscire una risata breve, amara, priva di allegria. Chiuse la cerniera rigida della borsa con un gesto secco e si sistemò la tracolla sulla spalla.
— Hai contribuito con la tua presenza? O con quella carta da parati incollata storta nel corridoio? — domandò con una calma tagliente. — Domani mattina il mio avvocato ti contatterà. Ti concedo esattamente ventiquattr’ore, fino a domani sera, per sparire dal mio appartamento insieme alla tua “raffinata” sorellina e portarvi via ogni vostra cosa. Ti consiglio anche, molto vivamente, di chiamare una ditta di pulizie professionale e di far tornare questo posto come l’ho lasciato, naturalmente a tue spese. Se troverò anche solo un graffio su un elettrodomestico, una bruciatura sul parquet o se resterà anche soltanto l’odore di questa specie di bettola che avete messo in piedi, presenterò una richiesta civile di risarcimento danni. E credimi, Alessandro: ti farò pagare fino all’ultimo centesimo.
— Ma vai all’inferno, stronza! — ruggì lui, arretrando nel corridoio per lasciarle il passaggio. — Credi davvero che mi metterò in ginocchio per trattenerti? Ma chi ti vuole, con il tuo ordine da sala operatoria, le tue regole infinite e quella faccia da statua di ghiaccio! Io e Martina ce la caveremo benissimo senza di te. Troveremo una casa normale, dove nessuno ci farà il processo per ogni sciocchezza!
— Perfetto. Allora viveteci pure — rispose Claudia, con una tranquillità quasi irreale.
Entrò nell’ingresso e si infilò sulle spalle il leggero cappotto di cashmere. Martina Coppola, che nel frattempo era riuscita a trascinarsi con le scarpe sporche sul divano chiaro del soggiorno, ormai rovinato e impregnato di birra, la seguiva con uno sguardo sfacciato, trionfante. Sul volto le si leggeva la soddisfazione volgare di chi si sente improvvisamente padrona del campo. Claudia non le concesse nemmeno un’occhiata di sfuggita. Si avvicinò al mobiletto accanto alla porta, frugò nella borsetta, estrasse il mazzo di chiavi di riserva e lo lasciò cadere sul ripiano di vetro con un tintinnio metallico, netto, definitivo.
— Godetevi la vostra armonia familiare in questo porcile — disse senza voltarsi.
Poi aprì la serratura con decisione e uscì sul pianerottolo.
La pesante porta blindata si richiuse alle sue spalle con un colpo sordo, definitivo, come se quel rumore tagliasse di netto l’ultimo filo che la legava a quell’odore nauseante, a quel caos e all’uomo che l’aveva tradita. Nelle scale faceva fresco; nell’aria c’era un sentore di intonaco umido e polvere. Eppure a Claudia quel profumo parve il più pulito, il più meraviglioso del mondo. Inspirò a fondo, con una libertà che quasi le fece girare la testa, sistemò meglio la borsa sulla spalla e premette il pulsante dell’ascensore. Per la prima volta dopo molto tempo ebbe la sensazione fisica che un enorme blocco di cemento, pesante e soffocante, le fosse scivolato via dalle spalle.
Dentro l’appartamento devastato, invece, calò un silenzio denso, appiccicoso. Lo rompevano soltanto il ticchettio odioso e monotono dell’orologio appeso in cucina e il rumore delle auto che passavano giù in strada. Alessandro rimase fermo nel corridoio, immobile come se fosse stato colpito da un fulmine, gli occhi fissi sulle chiavi lasciate da sua moglie, che brillavano debolmente sotto la luce della lampadina. L’adrenalina che gli aveva ribollito nel sangue nell’ultima mezz’ora, spingendolo a parole e gesti folli, cominciò a svanire con una rapidità crudele. Al suo posto arrivò un vuoto gelido, un risucchio nello stomaco, insieme a una paura vischiosa e crescente di ciò che lo aspettava.
Lentamente fece scorrere lo sguardo sull’ingresso distrutto, sugli specchi macchiati, sui mozziconi sparsi ovunque, sul pavimento calpestato e sporco. L’odore rivoltante di vomito altrui e alcol inacidito gli colpì di nuovo il naso con una violenza tale da fargli salire un conato in gola.
— Ale… mi prepari qualcosa da mangiare? — arrivò all’improvviso dal soggiorno la voce capricciosa e impastata di sua sorella, spezzando quel silenzio insopportabile. — Con i ragazzi abbiamo mangiato solo patatine e salatini, e la birra mi sta distruggendo lo stomaco. Ah, e sono finite pure le sigarette… Scendi al minimarket all’angolo e compri qualcosa di decente?
Alessandro chiuse lentamente gli occhi. Espirò rumorosamente dal naso e strinse i pugni con tanta forza che le unghie corte gli affondarono nei palmi. Solo in quel momento, in piedi nel cuore di quel mondo disgustoso e crollato, comprese con una lucidità spietata l’orrore di ciò che era appena accaduto. Per assecondare i capricci ubriachi, egoisti e infantili della sua sorella inconcludente, aveva distrutto con le proprie mani, in modo irreparabile, la sua vita normale.
Il taxi si fermò dolcemente davanti alla facciata di vetro illuminata di un hotel a quattro stelle. Claudia pagò l’autista, prese la borsa da viaggio e varcò con passo sicuro l’ingresso dell’ampia hall. Lì dentro la avvolsero una musica jazz soffusa e un profumo elegante, costoso, di quelli pensati per gli interni: note di sandalo, agrumi e pulito. Era l’esatto contrario dell’aria mostruosa che sembrava essersi incollata per sempre alle pareti della sua ex vita coniugale.
Le pratiche alla reception durarono appena qualche minuto. Dopo aver ricevuto la pesante tessera magnetica, Claudia salì al settimo piano ed entrò nella camera assegnata.
La stanza era immersa in una pulizia perfetta, quasi sonora. Il letto era coperto da lenzuola bianchissime, inamidate, senza una piega. In bagno, i rubinetti cromati riflettevano la luce con una precisione impeccabile. Le tende pesanti isolavano la camera dal movimento della città notturna. Claudia appoggiò la borsa sulla panchetta, si tolse il cappotto di cashmere e, senza nemmeno cambiarsi, si sedette sul bordo del letto ampio.
Aspettava di crollare. Era convinta che da un momento all’altro sarebbe arrivata l’isteria, che un nodo amaro di offesa le sarebbe salito alla gola, che avrebbe pianto per se stessa, per i cinque anni gettati via, per un matrimonio consumato a forza di concessioni. Invece dentro di lei regnava il silenzio. Là dove prima pulsavano l’ansia per suo marito, la paura di perdere il rapporto, il bisogno di salvare un focolare domestico che ormai esisteva solo nella sua immaginazione, ora si stendeva la superficie liscia e immobile di un lago ghiacciato.
All’improvviso comprese tutto con una chiarezza cristallina. Negli ultimi anni non aveva vissuto: aveva svolto il ruolo di barriera invisibile tra Alessandro, infantile e comodo, la sua famiglia invadente e il mondo reale. Era stata un filtro, un cuscinetto, una diga contro ogni conseguenza. E ora quella funzione era stata disattivata. Per sempre.
Claudia si spogliò, entrò nella doccia e rimase a lungo sotto i getti caldi e forti, strofinandosi la pelle con una spugna ruvida quasi con rabbia, come se volesse cancellare non solo l’odore dell’appartamento pieno di fumo, ma anche il ricordo stesso di Alessandro. Quando uscì dal bagno, avvolta in un morbido accappatoio bianco, ordinò in camera una cena leggera e un calice di buon vino secco.
Si sedette in una poltrona profonda accanto alla finestra panoramica e bevve un piccolo sorso. Il vino le scaldò piacevolmente la gola. L’indomani mattina avrebbe chiamato il suo avvocato, Alberto Medici. Il divorzio sarebbe stato rapido: non c’era nulla da dividere. Il contratto matrimoniale che lei aveva preteso prima delle nozze proteggeva in modo solido sia l’immobile sia i suoi conti. Claudia sorrise al proprio riflesso nel vetro scuro. Era libera.
Nel frattempo, dall’altra parte della città, nell’appartamento ridotto a un campo di battaglia, stava prendendo forma una vera succursale dell’inferno.
— Ale, ma quanto ci metti? Tra poco vomito di nuovo! — si lamentò Martina con un gemito insieme piagnucoloso e prepotente, rigirandosi sul divano macchiato di birra. — Portami dell’acqua frizzante, ho la bocca che sembra una fogna! E apri una finestra, qui non si respira!
Alessandro era in piedi al centro del bagno, con un rotolo di carta assorbente in una mano e una bottiglia di detergente corrosivo nell’altra. Indossava un paio di guanti gialli di gomma, quelli che Claudia aveva lasciato sotto il lavandino. Fissava il vomito ormai secco che ricopriva il lavandino e lo specchio, e sentiva lo stomaco contrarsi in uno spasmo di nausea. Ogni gesto gli costava uno sforzo enorme. Mentre cercava di rimuovere lo sporco incrostato, gli tornava alla mente, suo malgrado, l’immagine di Claudia che ogni fine settimana si muoveva per casa con leggerezza, mantenendo quell’ordine impeccabile che lui aveva sempre considerato scontato.
— Sta’ zitta, Martina! Sta’ zitta e basta! — esplose all’improvviso, sorprendendo perfino se stesso.
Scagliò il foglio di carta sporco direttamente sul pavimento bagnato, uscì dal bagno come una furia e si precipitò nel corridoio, respirando a fatica mentre si strappava dalle mani quei guanti detestati.
— Tu capisci almeno una cosa?
