Riccardo entrò in casa come una furia, sbattendo la porta con tanta violenza che i vetri della credenza tintinnarono. Giulia Grassi era in salotto, una tazza di tè tra le mani. Si era già cambiata, indossava abiti comodi, ma sulle spalle sentiva ancora quella corazza invisibile che la vittoria del mattino le aveva lasciato addosso.
— Tu… tu avevi preparato tutto! — urlò lui, fuori di sé. — Mi hai messo alla berlina davanti a tutto l’ufficio! Ti rendi conto di quello che hai fatto? Era la mia carriera, la mia reputazione! Tu, una nullità qualunque… come hai osato?
Giulia finì il tè senza fretta. Posò la tazza sul tavolino e sollevò lo sguardo verso di lui. Nei suoi occhi non c’erano più lacrime, né rabbia. Soltanto una calma fredda, definitiva.
— Una nullità? — ripeté piano. — Sei stato tu a convincermi, giorno dopo giorno, che lo fossi. Per anni mi hai fatto credere di valere solo quanto una donna capace di prepararti la cena, stirarti le camicie e restare zitta. Ma hai dimenticato una cosa molto semplice, Riccardo: io non ti sono rimasta accanto perché non sapessi essere altro. Sono rimasta perché ti amavo. Tu, invece, hai cominciato ad apprezzarmi solo quando mi hai scambiata per una domestica gratuita. Adesso le condizioni sono cambiate. Hai scoperto il prezzo reale, e ti sei accorto di non potertelo permettere.
Prese dal tavolo due fascicoli già pronti e li spinse verso di lui. Su uno c’era la richiesta di divorzio. Sull’altro, l’accordo per la divisione dei beni.
— Il gatto e la casa fuori città restano a me. Il mutuo e la tua macchina restano a te. Mi sembra una ripartizione equa. A valore di mercato, come piace a te.
Riccardo fissò prima i documenti, poi lei. Aprì la bocca, ma non ne uscì nulla. Per la prima volta non trovò una frase con cui piegare la realtà a suo favore. Non c’era più niente da aggiustare.
— Vattene, — disse Giulia, a bassa voce. — Il posto è stato assegnato.
Lui rimase immobile ancora qualche istante. Poi afferrò i fogli, li strinse nel pugno fino a spiegazzarli e uscì, facendo tremare di nuovo la porta.
Giulia restò sola. La casa sembrava enorme, sospesa in un silenzio nuovo. Si sentiva soltanto il ticchettio dell’orologio appeso alla parete. Dopo qualche minuto andò in cucina, aprì il portatile e ordinò una cena giapponese: uramaki, sashimi, zuppa di miso. Riccardo detestava quel cibo, lo chiamava “erba e pesce crudo”, e per questo lei aveva smesso di mangiarlo da anni.
Adesso poteva.
Poi prese il telefono e chiamò un’amica.
— Sai una cosa? La mia vecchia vita era davvero più economica di qualunque donna delle pulizie. L’ho scambiata con la libertà. Al prezzo giusto.
Dall’altra parte arrivò una risata piena, calda, di quelle che avvolgono come una coperta nelle sere fredde. Giulia chiuse gli occhi e, per la prima volta dopo molto tempo, respirò senza sentire un peso sul petto.
Un mese più tardi era seduta ai tavolini all’aperto di un caffè in centro. Davanti a lei c’era un calice di vino bianco; sul tablet scorrevano email, contratti, appuntamenti. La N-Tech stava entrando nel mercato internazionale e, di lì a una settimana, Giulia sarebbe partita per Berlino per inaugurare la nuova filiale.
All’improvviso un’ombra cadde sul tavolo. Lei alzò lo sguardo e vide Federica Marchetti.
La ragazza non aveva più l’aria sicura di un tempo. Il viso era stanco, sotto gli occhi si disegnavano ombre scure, e gli abiti costosi erano stati sostituiti da un vestito semplice, quasi dimesso.
— Giulia Grassi… posso parlarle un momento? — chiese con voce esitante.
Giulia indicò la sedia di fronte a sé. Federica si sedette, intrecciando le dita come se cercasse un appiglio.
— Immagino che lei lo sappia già. Mi hanno licenziata una settimana dopo quella riunione. Hanno detto che non ero all’altezza delle mansioni. — Sorrise amaramente. — Però non sono venuta per questo. Volevo dirle che io non sapevo. Non sapevo che lei fosse sua moglie. Non sapevo nemmeno che fosse lei a dirigere tutto. Riccardo mi aveva promesso mari e monti. Diceva che avrebbe divorziato, che saremmo stati insieme, che presto sarebbe diventato uno dei vertici dell’azienda.
Giulia bevve un sorso di vino e la guardò senza durezza.
— Capisco, Federica. Molti uomini promettono oro quando cercano qualcuno che pulisca gratis il disordine che lasciano in giro. Poi, però, arriva un giorno in cui una donna smette di sistemare il caos degli altri e presenta il conto.
Federica abbassò gli occhi.
— Volevo solo che lo sapesse. Mi dispiace davvero.
Giulia annuì. La ragazza si alzò e si allontanò tra la gente, fino a confondersi nel flusso dei passanti.
Giulia terminò il vino, pagò il conto e raggiunse l’auto. L’autista la aspettava poco distante. Nel bagagliaio c’era la valigia; nella borsa, un biglietto di sola andata. Prima di partire, aprì la rubrica del telefono per l’ultima volta. Riccardo aveva provato a chiamarla molte volte, soprattutto di notte, ma lei aveva bloccato il suo numero due settimane prima.
La macchina imboccò la strada verso l’aeroporto. Giulia si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi.
Non era più la moglie di qualcuno.
Era l’amministratrice delegata della propria vita.
E quella carica, a differenza del matrimonio che si era lasciata alle spalle, non aveva bisogno dell’approvazione di nessuno.
