Il mercoledì sera, Giulia Grassi uscì con una decisione che non ammise ripensamenti e andò in un centro commerciale. Non cercava un abito qualunque: sapeva già cosa voleva. Lo trovò nello stesso negozio in cui lo aveva visto tempo prima, rosso acceso, spalle scoperte, taglio elegante e audace. Era proprio quello davanti al quale, due anni prima, Riccardo Parisi aveva arricciato il naso, liquidandolo con un “troppo volgare” e un “non è adatto al tuo fisico”.
Giulia lo portò in camerino, chiuse la tenda e lo indossò con calma. Quando si guardò allo specchio, non provò imbarazzo né esitazione. Le stava benissimo. La linea del vestito le valorizzava il corpo, la postura sembrava più fiera, lo sguardo più luminoso. Il problema non era mai stato il suo fisico. Era Riccardo che, da anni, aveva smesso di vederla davvero.
Il venerdì arrivò quasi senza che lei se ne accorgesse. Al quindicesimo piano, la grande sala conferenze cominciò a riempirsi molto prima dell’orario stabilito. C’erano tutti: contabili, sviluppatori, responsabili di progetto, segretarie, impiegati amministrativi. L’aria era quella delle occasioni ufficiali, con un brusio fitto e contenuto che rimbalzava tra le pareti vetrate.
Riccardo sedeva nella zona riservata alla direzione, come amava chiamarla lui, “le prime file”. Accanto a lui c’era Federica Marchetti. Sembrava di ottimo umore: parlava piano con lei, sorrideva, ogni tanto lanciava ai colleghi uno sguardo compiaciuto, quasi benevolo, come se dall’alto della sua posizione concedesse a tutti il privilegio della sua presenza. Federica, solerte, si alzava di tanto in tanto per distribuire bottigliette d’acqua, sistemare cartelline, raddrizzare fogli sul tavolo, recitando alla perfezione la parte dell’assistente efficiente e indispensabile.
Poi il direttore generale, un uomo avanti con gli anni, con i capelli grigi alle tempie e l’aria misurata di chi era abituato a parlare in pubblico, si alzò. Tutti lo conoscevano come il volto istituzionale dell’azienda, la figura che appariva nei comunicati e firmava i documenti ufficiali. Raggiunse il podio, appoggiò le mani ai lati del microfono e aspettò che il brusio si spegnesse.
— Gentili colleghi, — esordì con voce ferma. — Oggi è una giornata importante per la nostra società. Ho lavorato con voi per cinque anni, e per cinque anni ho saputo che la vera proprietaria di N-Tech preferiva rimanere lontana dai riflettori. È arrivato il momento di presentarvi la persona che ha creato le fondamenta di questa azienda, l’ha risollevata, le ha dato una direzione e l’ha trasformata in ciò che è oggi. Vi chiedo di accoglierla.
In fondo alla sala, la porta si aprì.
Giulia Grassi entrò.
Il vestito rosso catturò subito ogni sguardo. Camminava con passo lento, sicuro, la schiena dritta e il mento appena sollevato. Attraversò l’intera sala senza affrettarsi, mentre il silenzio diventava così compatto da sembrare quasi fisico. Qualcuno si sollevò dalla sedia, incredulo. Altri si scambiarono occhiate confuse. Federica impallidì di colpo; il vassoio che teneva tra le mani le sfuggì, e i bicchieri di plastica rotolarono sul pavimento con un rumore assurdamente forte.
Riccardo, vedendo sua moglie avanzare verso il podio, sulle prime non capì. Sorrise perfino, si sporse leggermente verso il collega seduto accanto e, con un sussurro abbastanza alto da essere udito, commentò:
— Ecco la mia consorte. Adesso rovinerà pure lo spettacolo.
Giulia lo sentì. Non si fermò. Raggiunse il microfono, sistemò davanti a sé una cartellina e attese qualche secondo, finché anche gli ultimi bisbigli si dissolsero.
— Buongiorno a tutti. Mi chiamo Giulia Grassi. Cinque anni fa ho acquisito questa società quando era a un passo dal fallimento. Da allora, le decisioni strategiche sono state prese da me. I risultati che N-Tech ha ottenuto sono frutto del lavoro di tutti voi, un lavoro che io ho seguito e guidato dal mio ufficio.
Lasciò che quelle parole si depositassero nella sala. Il suo sguardo, tranquillo e fermo, scorse sui volti dei presenti. Riccardo rimase immobile. Il sorriso gli sparì lentamente, come cancellato. Solo in quel momento cominciò a comprendere.
Giulia riprese:
— Tuttavia, oggi non sono qui soltanto per fare una presentazione. Devo affrontare una questione spiacevole. Un controllo interno eseguito di recente ha messo in luce gravi irregolarità nel reparto sviluppo: abuso delle funzioni assegnate, utilizzo improprio dei fondi aziendali, rendicontazioni di trasferte poco chiare e documentazione non coerente.
Riccardo scattò in piedi.
— Giulia, ma che cosa stai…
— Non le ho dato la parola, Riccardo Parisi, — lo interruppe lei, gelida. — Si sieda.
Nessuno fiatò. La sala sembrò trattenere il respiro. Persino Federica, ancora pallida, rimase ferma accanto al tavolo, incapace di chinarsi a raccogliere i bicchieri caduti.
Giulia prese una cartellina dal leggio, la aprì e continuò con la stessa voce limpida:
— Lei ha dimenticato di lavorare nella mia azienda. E, a giudicare da quanto emerso, ha dimenticato anche alcune regole basilari di correttezza umana e professionale. A partire da oggi, la direzione del reparto sviluppo verrà affidata a un dipendente più competente. Lei è tenuto a consegnare le pratiche in corso e a presentarsi in amministrazione per la liquidazione finale delle spettanze.
Riccardo sbiancò. Rimase in piedi, aprendo e richiudendo la bocca senza riuscire a formulare una frase, simile a un pesce gettato sulla riva. Gli occhi gli correvano da Giulia a Federica, da Federica alla sala, dove decine di colleghi lo fissavano in silenzio. La sua disfatta pubblica era completa, totale, senza appello. Esattamente come completa era stata l’umiliazione che lui aveva inflitto a sua moglie pochi giorni prima, quando aveva riso di lei davanti alla segretaria.
— Ma… Giulia, aspetta, — riuscì infine a dire, con voce strozzata.
Lei richiuse la cartellina.
— La riunione è conclusa. Vi ringrazio per l’attenzione.
Senza voltarsi, lasciò il podio e percorse di nuovo la sala. Il rosso dell’abito lampeggiò per un istante sulla soglia, poi scomparve oltre la porta. Quella sera stessa, però, il confronto lo raggiunse tra le mura di casa.
