“È possibile che tu non riesca mai a prepararle come si deve?” disse Riccardo senza alzare la testa mentre Giulia restava in silenzio

Quella calma domestica era fredda e soffocante.
Storie

Era sul punto di uscire, quando alcune voci la costrinsero a fermarsi. Il condotto di aerazione che attraversava il locale tecnico faceva arrivare i suoni dalla reception al piano superiore con una nitidezza quasi irreale, come se le persone stessero parlando accanto a lei. Giulia Grassi riconobbe subito la voce di suo marito.

— No, davvero, parlo sul serio. Guardala. In casa gira con maglioni deformati, i capelli tirati su alla buona, si fa le unghie una volta ogni sei mesi. Tu invece… — Riccardo Parisi abbassò il tono, rendendolo più confidenziale, quasi carezzevole. — Tu sei sempre impeccabile. Profumo, tacchi, aria fresca. Lavorare con te è un piacere.

Seguì una risata femminile, bassa e musicale.

— Riccardo Parisi, e sua moglie non è gelosa di una bellezza come me?

Giulia rimase immobile. Per qualche secondo nella stanza parve calare un vuoto assoluto, rotto soltanto dal ronzio continuo dei server. Poi Riccardo scoppiò a ridere. Una risata piena, sguaiata, sicura di sé. E pronunciò una frase che le si incise nella memoria come una lama:

— Chi? Mia moglie? Ma lei vale meno di una domestica qualsiasi.

Risero entrambi. La risata di lui e quella di lei si mescolarono al fruscio dei fogli, al ticchettio dei tacchi, poi le voci si allontanarono lungo il corridoio fino a spegnersi.

Giulia restò appoggiata con la schiena alla parete fredda. Sentiva il sangue batterle alle tempie. Non pianse. Non urlò. Non si portò una mano al petto come fanno le donne ferite nei melodrammi. Fissava un punto indefinito davanti a sé e avvertiva, con una lucidità spaventosa, qualcosa dentro di lei indurirsi, compattarsi, trasformarsi in pietra.

Riccardo aveva dimenticato. Lo aveva davvero dimenticato. Aveva dimenticato che lavorava nella sua azienda. Che quegli uffici, quei mobili, quella reception, perfino quella segretaria pagata con denaro uscito dalle sue tasche, esistevano perché lei lo aveva voluto. E che anche lui, con il suo titolo, la sua scrivania e le sue ambizioni gonfiate, occupava quel posto soltanto perché lei glielo aveva permesso.

Inspirò a fondo. Si sistemò il colletto della camicetta con un gesto lento, quasi metodico, e lasciò il locale tecnico. Camminava con passo regolare, la schiena diritta, il viso composto. Tornò nel proprio ufficio, chiuse la porta a chiave e si sedette alla scrivania. Dentro di lei infuriava una tempesta, ma all’esterno non traspariva nulla: il suo volto era calmo e levigato come la superficie di un lago ghiacciato.

Lui l’aveva definita una domestica da poco. Bene. Gli avrebbe mostrato quale fosse il suo vero prezzo di mercato.

La mattina seguente Giulia fece chiamare Federica Marchetti nel suo ufficio. La ragazza entrò con una cautela evidente, incapace di capire perché l’amministratrice delegata volesse parlarle di persona: fino a quel momento i loro contatti si erano limitati a qualche cenno educato nei corridoi. Stringeva tra le mani un’agenda, pronta a prendere appunti su eventuali incarichi.

Indossava un abito aderente, i capelli chiari erano sistemati in onde morbide e sulle labbra portava un rossetto rosa. Giulia notò ogni dettaglio senza provare gelosia. La osservò piuttosto con un interesse freddo, quasi professionale, come si analizza un elemento di un dossier.

— Si accomodi, Federica — disse, indicando la sedia di fronte alla scrivania. — Vorrei parlare con lei dell’etica aziendale nel nostro ufficio. Come si trova a lavorare sotto la direzione di Riccardo Parisi?

Federica parve rasserenarsi. Abbozzò un sorriso.

— Molto bene. Riccardo Parisi è un responsabile eccellente. Mi sta insegnando tante cose.

— Per esempio? — chiese Giulia, sollevando appena un sopracciglio.

— Be’, come condurre una trattativa, come rapportarsi con i clienti… — Federica esitò un istante. — Dice di avere molta esperienza. E che il suo ruolo, in fondo, è uno dei più importanti dell’azienda.

Giulia si appoggiò allo schienale della poltrona. Era chiaro: quella ragazza non aveva la minima idea di chi avesse davanti. Considerava Riccardo una figura di primo piano, credeva alle sue vanterie e nemmeno sospettava di trovarsi seduta nell’ufficio della vera proprietaria dell’impresa.

— Capisco. La ringrazio, Federica. Può andare.

La giovane si alzò, fece un cenno un po’ incerto con la testa e uscì. Giulia la seguì con lo sguardo fino alla chiusura della porta, poi prese il telefono interno e compose il numero dell’ufficio legale.

— Paolo, prepari un ordine per una verifica straordinaria del reparto sviluppo. Voglio un controllo completo: spese di rappresentanza, trasferte, anticipi, rendiconti. Termine massimo: tre giorni.

Riagganciò e chiamò subito dopo la responsabile del personale.

— Claudia, inizi a predisporre i documenti per un cambio nella struttura dirigenziale. Ho intenzione di uscire finalmente dall’ombra. Assemblea generale venerdì, presenza obbligatoria per tutti i dipendenti.

Nei giorni che la separavano da venerdì, Giulia visse in una specie di attesa sospesa. Non lasciò trapelare nulla, non cambiò tono, non modificò abitudini. A casa preparava la cena, ascoltava le solite lamentele di Riccardo sulla minestra troppo salata, annuiva, concordava con voce tranquilla. Lui non si accorgeva di niente; del resto, raramente la guardava davvero. Lei, invece, contava i giorni.

Amore o Soldi