La giornata cominciò con il profumo delle uova in padella. Giulia Grassi era davanti ai fornelli e muoveva lentamente la spatola nella massa dorata che sfrigolava sul fondo antiaderente, mentre lo sguardo le scivolava oltre il vetro della finestra. Fuori cadeva una pioggia sottile, insistente; le gocce correvano lungo il cornicione e poi finivano sull’asfalto del parcheggio della loro villa fuori città, allargandosi in piccole pozze scure. A Giulia piacevano quelle prime ore del mattino: il silenzio, la casa ancora sospesa, quei pochi minuti in cui poteva appartenere soltanto a se stessa prima che telefonate, riunioni, pratiche e relazioni la inghiottissero.
Riccardo Parisi entrò in cucina con l’accappatoio addosso e i capelli ancora umidi di doccia. Si sedette senza rivolgerle nemmeno uno sguardo, afferrò il cellulare e iniziò a scorrere qualcosa sullo schermo.
— Di nuovo troppo cotte, — commentò, senza alzare la testa. — È possibile che tu non riesca mai a prepararle come si deve? Ti avevo chiesto le uova all’occhio di bue.
Giulia non replicò. Trasferì la colazione nel piatto, gliela mise davanti e versò il caffè nella tazza. Riccardo cominciò a mangiare in silenzio, continuando intanto a digitare sul telefono. Lei prese posto di fronte a lui e bevve un sorso di tè. Tra loro si stendeva una quiete pesante, ormai familiare, compatta come un vecchio mobile lasciato sempre nello stesso angolo.
Una ventina di minuti più tardi Riccardo si alzò, gettò il tovagliolo sul tavolo e andò a vestirsi. Giulia sparecchiò, lavò le mani e raggiunse la cabina armadio. Dietro la fila ordinata dei completi di lui si nascondeva l’altra metà dell’armadio, quella che Riccardo non apriva mai. Da lì prese un tailleur blu scuro dal taglio rigoroso, una camicia bianca e un paio di scarpe con il tacco basso. Si cambiò, raccolse i capelli in uno chignon sulla nuca, passò appena un velo di trucco e si osservò nello specchio. A restituirle lo sguardo era una donna diversa: composta, lucida, decisa, con quell’autorità naturale che in casa nessuno sembrava voler vedere.

Uscì dal garage quindici minuti dopo suo marito. La sua berlina di rappresentanza, con i vetri oscurati, scivolò morbida sull’asfalto bagnato in direzione del centro. Giulia ascoltava le notizie alla radio, ripassava mentalmente l’agenda degli incontri della giornata e, senza volerlo, tornava al pensiero della sera prima: anche quella volta Riccardo non le aveva domandato com’era andata la sua giornata.
Parcheggiò al livello sotterraneo del centro direzionale “Torre Nord”, nell’area riservata ai dirigenti delle società che occupavano i piani più alti. Un ascensore privato la portò direttamente al quindicesimo piano, dove si trovava la sede principale della N-Tech. Giulia attraversò il corridoio ancora quasi deserto, salutò con un cenno la guardia e sparì dietro la porta con la targhetta “Direttore generale”. Ufficialmente quel titolo apparteneva a un’altra persona, un manager esterno che lei aveva assunto per figurare alla guida dell’azienda. In realtà, però, ogni decisione passava da lei. Cinque anni prima aveva acquistato quella società quando era praticamente al collasso, l’aveva rimessa in piedi partendo da zero e l’aveva trasformata in un’impresa redditizia. Nessuno tra i dipendenti conosceva il vero proprietario, e quella discrezione, per il momento, conveniva a tutti.
Alle dieci del mattino Giulia scese al piano inferiore per ritirare alcuni documenti dall’ufficio legale. L’ascensore si fermò prima della sua destinazione; le porte si aprirono e salirono due giovani impiegate. Non si accorsero di lei, ferma nell’angolo, e continuarono a parlare come se fossero sole.
— Hai visto quella nuova, Federica Marchetti? — chiese una.
— Eccome, — ridacchiò l’altra. — Tutta curve, sempre lì a sorridere a chiunque. Riccardo Parisi le gira già intorno.
— Ma dai, è sposato.
— Sì, certo, non farmi ridere. Se conoscessi sua moglie… sarà sicuramente una topolina grigia con il grembiule.
Le porte si riaprirono e le due ragazze uscirono, portandosi dietro le loro risatine. Giulia rimase da sola nella cabina, immobile davanti al proprio riflesso nel pannello a specchio. “Una topolina grigia con il grembiule”, ripeté tra sé, e un mezzo sorriso le piegò le labbra.
La giornata si trascinò più del previsto. Giulia presiedette tre riunioni, firmò un contratto con alcuni fornitori e fissò un appuntamento per la settimana successiva con un possibile partner commerciale. Verso sera la stanchezza cominciò a farsi sentire, ma non poteva concedersi di andar via prima: i report trimestrali erano ancora da controllare. Decise allora di verificare anche il sistema interno di comunicazione, sul quale gli operatori del call center avevano presentato diverse lamentele, e scese nel locale tecnico all’undicesimo piano.
La stanza si trovava proprio sotto la reception dell’ufficio di Riccardo, che in azienda lavorava come responsabile dello sviluppo. La porta era rimasta aperta; all’interno ronzava l’armadio server e nell’aria stagnava un odore secco di polvere. Giulia aveva ormai quasi terminato il controllo e si preparava ad andarsene.
