— Una brava donna di casa si alza quando canta il gallo — aggiunse Aurora Caruso, sempre voltata verso la pentola. — Non resta a crogiolarsi sotto le coperte mentre la bambina ha fame.
— Martina non si sveglia mai affamata, abbiamo i nostri orari — ribatté Giulia, avvicinandosi ai fornelli. Bastò un’occhiata al fondo della casseruola per capire che era da buttare o quasi. — E comunque noi non mangiamo grano saraceno a colazione. A Martina provoca allergia.
Aurora sbuffò, come se avesse appena sentito la più ridicola delle scuse.
— Allergia! Ma per favore. In paese i bambini mangiano quello che c’è nel piatto e crescono benissimo. Siete voi di città che vi inventate malanni per ogni cosa.
Giulia capì subito che continuare sarebbe stato inutile. Senza rispondere, prese dal frigorifero lo yogurt della figlia e cominciò a tagliare la frutta a pezzetti. Marco era già uscito per andare al lavoro; sul tavolo aveva lasciato un biglietto, promettendo che sarebbe rientrato per cena e avrebbe portato qualcosa di buono per tutti.
La giornata si trascinò con una lentezza snervante. Aurora Caruso, che il giorno prima aveva parlato con grande enfasi del suo desiderio di dare una mano con la nipotina, in realtà non rivolse quasi attenzione alla bambina. In compenso trovò il tempo di andare due volte al supermercato sotto casa, tornando con borse piene e l’aria soddisfatta di chi ha appena salvato una famiglia intera dalla carestia.
— Ho preso sottaceti e conserve come si deve — annunciò, allineando barattoli sul tavolo. — Non quella roba industriale con cui vi nutrite qui. Frutta strana, vasetti senza sapore e altre schifezze.
— La ringrazio, ma avevamo già una dispensa fornita. Anche di conserve — disse Giulia, mentre osservava la suocera spostare senza permesso tutto ciò che trovava sui ripiani del frigorifero.
— Non abbastanza buona — tagliò corto Aurora. — Io certe cose non le mangio. E neppure mio figlio, questo lo so meglio di te. In questa casa si cucina troppo poco cibo vero.
Giulia serrò la mascella. Avrebbe voluto rispondere a tono, ma si impose di tacere. Aveva promesso a Marco di essere paziente.
Dopo pranzo, quando Martina si addormentò per il riposino, Aurora si sedette di colpo di fronte a Giulia, al tavolo della cucina. Teneva una tazza di tè tra le mani e sul volto aveva un’espressione così risoluta da far presagire guai.
— Dobbiamo parlare, Giulia Barbieri — esordì, con un tono che non ammetteva rinvii. — Ho riflettuto e ho preso una decisione.
— Che decisione? — Giulia sollevò lo sguardo dal portatile, sul quale stava controllando la posta di lavoro.
— Mi trasferisco da voi. Definitivamente.
Per un istante Giulia rimase immobile. Batté le palpebre, convinta di non aver capito bene.
— Mi scusi… come?
— Non vedo alcun motivo per tornare in paese — continuò Aurora, come se stesse commentando il tempo. — Là non c’è nulla da fare, soprattutto d’inverno. Qui invece c’è tutto: negozi, parchi, servizi. Potrò occuparmi di Martina Ferrara mentre tu e Marco lavorate.
— Ma noi… non abbiamo spazio — riuscì a dire Giulia, ancora disorientata. — Questo appartamento è piccolo già per noi tre. In quattro sarebbe impossibile.
Aurora fece un gesto sbrigativo con la mano.
— Sciocchezze. La cameretta andrà benissimo per me. Martina può dormire con voi, oppure in soggiorno. È ancora piccola, non le serve chissà quale spazio.
Giulia sentì montare dentro di sé un’ondata di rabbia.
— Aurora Caruso, questo non è possibile. Martina deve avere la sua stanza. E io e Marco non abbiamo mai pensato di vivere insieme a…
— A chi? A sua madre? — la interruppe la suocera, stringendo gli occhi. — Lo sapevo che eri tu a voler tenermi lontana da mio figlio. Marco Parisi ha sempre desiderato avermi vicino. All’inizio voleva perfino tornare in paese, poi ha conosciuto te. E adesso, di nuovo, sei tu a metterti in mezzo. Comunque ne abbiamo già parlato, io e lui.
— Che cosa? — Giulia rimase senza fiato. — Marco non mi ha detto niente.
— Evidentemente temeva la tua reazione — dichiarò Aurora con aria trionfante. — Ma la decisione è presa. Venderò la casa in paese e verrò qui. Martina dovrà solo abituarsi alla nuova sistemazione.
Senza aspettare risposta, la donna si alzò e si diresse verso la cameretta. Giulia la seguì immediatamente e, varcata la soglia, vide con orrore la suocera staccare dai muri i disegni della bambina e alcune fotografie incorniciate.
— Ma che cosa sta facendo? — protestò, strappandole quasi di mano una cornice con la foto di Martina nel giorno del suo primo compleanno.
— Preparo la mia stanza — rispose Aurora, imperturbabile. — Queste cose da bambini vanno tolte. E il lettino lo spostiamo vicino alla finestra. Anzi, forse conviene proprio portarlo via: occupa troppo posto.
— Aurora Caruso — disse Giulia, sforzandosi di mantenere la voce ferma, anche se la collera le faceva tremare le parole — lei non può arrivare qui e prendersi la stanza di mia figlia. Io e Marco non abbiamo discusso niente del genere e…
— Ti ho già detto che Marco è d’accordo — la interruppe di nuovo la suocera. — A te non resta che fartene una ragione. In fin dei conti io sono sua madre, mentre tu sei soltanto sua moglie. Le mogli possono andare e venire; una madre, invece, resta per sempre.
— Rimetta subito a posto i giocattoli di Martina — intimò Giulia, ormai incapace di nascondere l’indignazione. Aurora stava infilando vestitini, peluche e costruzioni in una grande scatola comparsa chissà da dove.
— Non darmi ordini — replicò la donna con una calma irritante. — Se sapessi educare tua figlia, non le permetteresti di lasciare giochi sparsi in ogni angolo della stanza.
Giulia inspirò a fondo, cercando di non perdere il controllo. Fuori dalla finestra la luce del pomeriggio stava già cedendo al buio, e Marco non era ancora rientrato dal lavoro.
