Riccardo abbassò lo sguardo, come se quella frase gli fosse arrivata addosso più forte di quanto avesse previsto.
— Giulia, capisco che tu sia arrabbiata con me. Davvero. Però mia madre non c’entra nulla. Lei ti ha sempre voluto bene, quasi fossi sua figlia.
— Sì, mi voleva bene, — ammise Giulia, senza addolcire il tono. — Ma io non sono più tua moglie. E non ho alcun dovere di sistemare i guai familiari dell’uomo che mi ha lasciata.
Lui gettò la sigaretta a terra e fece un passo verso di lei. A quella distanza, Giulia riconobbe l’odore del suo dopobarba, lo stesso che un tempo le era sembrato familiare, rassicurante. Ora le provocò solo il bisogno istintivo di arretrare.
— Ma dove dovrebbe andare mamma? — insistette Riccardo. — Con una pensione di centosessanta euro non può affittare nemmeno una stanza.
— Non lo so. Magari Martina potrebbe trovare un compromesso. Oppure potresti essere tu a cercarle un’altra soluzione.
— Un’altra soluzione? — sbottò lui. — Ho il finanziamento della macchina, il mutuo sulle spalle. Martina ha appena iniziato a lavorare. Non abbiamo soldi.
— Allora dovrete inventarvi qualcosa. Ma non a spese mie.
— Giulia, ti sto chiedendo un favore…
— E io ti sto rispondendo di no. Senza possibilità di ripensamenti.
Si voltò verso il portone, decisa a chiudere lì la conversazione. Riccardo però la raggiunse in due falcate e le afferrò il polso.
— Aspetta! Possibile che tu sia diventata così dura?
Giulia si liberò con uno strattone e lo guardò con una freddezza che sorprese perfino lei.
— Non azzardarti a toccarmi. E soprattutto non venire a parlarmi di durezza di cuore. Dov’era il tuo, quando mi tradivi?
— Quella storia è finita…
— Per te è una storia finita. Per me è stata una lezione. Io non sono più una casa da dividere quando ti fa comodo, Riccardo. È chiaro?
Lui serrò la mascella, poi tentò l’ultima carta.
— Pensa a mia madre. Caterina D’Angelo non ha colpa per quello che è successo tra noi.
— È vero, non ne ha, — rispose Giulia con un breve cenno del capo. — Ma non è nemmeno una mia responsabilità. Adesso sarà Martina a vedere se riesce a convivere con tua madre. O a non riuscirci. Sono questioni vostre, della vostra famiglia.
— Quindi mi stai dicendo che rifiuti?
— Esatto. Rifiuto. E non presentarti mai più qui con richieste del genere.
Entrò nel palazzo senza aggiungere altro e salì al suo appartamento. Dalla finestra lo vide restare ancora per un quarto d’ora accanto alla macchina, fumando una sigaretta dopo l’altra. Alla fine aprì lo sportello, si mise al volante e se ne andò.
Giulia preparò un caffè e si sedette vicino alla finestra. Nel cortile, alcuni bambini dei vicini giocavano a nascondino. Le loro risate arrivavano fin dentro casa, attraversando l’aria tiepida della sera e mescolandosi al fruscio delle foglie. Era una scena qualunque, una normale giornata d’estate: ciascuno con la propria vita, ciascuno con i propri problemi da risolvere.
Un’ora più tardi il telefono vibrò sul tavolo. Sullo schermo comparve il numero di Riccardo. Giulia rifiutò la chiamata e bloccò di nuovo il contatto. Poi, prima di chiudere definitivamente quella porta, inviò un messaggio allo stesso numero: “Non chiamarmi più. La risposta non cambia.”
Il giorno seguente vendette una cucina completa per duemila euro. La sua provvigione fu di ottanta euro. Roberto Vitali le strinse la mano con evidente soddisfazione e le disse che persone come lei, nel settore, non si trovavano facilmente.
— Lei ha un dono, — osservò il direttore. — I clienti si fidano.
— Cerco solo di lavorare in modo corretto, — rispose Giulia.
— Appunto. La correttezza, oggi, è merce rara.
Quella sera, a casa, fece due conti sui guadagni delle ultime due settimane. Sommando stipendio e commissioni arrivava a settecentotrenta euro. Più di quanto mettesse insieme in due mesi nella vecchia azienda di logistica. La nuova vita, si rese conto, non le stava regalando soltanto respiro e libertà emotiva. Le stava restituendo anche indipendenza.
Si comprò un vestito nuovo e si iscrisse in palestra. Era arrivato il momento di occuparsi di sé, del suo corpo trascurato durante gli ultimi mesi di tensione e insonnia, dei desideri messi da parte, delle cose che aveva sempre rimandato. Voleva rimettersi in forma, scoprire interessi diversi, conoscere persone che non avessero nulla a che fare con il suo passato.
In palestra incontrò Greta Zanetti, una donna più o meno della sua età, anche lei divorziata da poco. Cominciarono a parlare nello spogliatoio, quasi per caso, mentre sistemavano gli asciugamani nelle borse.
— All’inizio avevo paura, — raccontò Greta, stringendosi nelle spalle. — Pensavo che da sola non ce l’avrei fatta. Poi ho scoperto che me la cavo perfino meglio di quando ero sposata.
— Ti capisco benissimo, — disse Giulia. — Nessuno che dà ordini, nessuno che critica ogni cosa, nessuno che ti scarica addosso problemi creati da lui.
Greta rise piano.
— Anche il mio ex ha provato a tornare. Non perché volesse ricostruire qualcosa, figurati. Voleva solo che io continuassi a risolvergli la vita. Ti rendi conto della faccia tosta?
— Me ne rendo conto eccome. È successa una cosa simile anche a me.
— E tu che hai fatto?
— Gli ho detto di no. Una volta per tutte.
— Brava. Che imparino a gestire quello che hanno combinato.
Giulia annuì. In quel momento capì quanto fosse prezioso incontrare qualcuno capace di comprendere senza giudicare. Greta aveva attraversato una ferita simile e non si sentiva in colpa per aver tracciato un confine netto. Era una conferma semplice, ma necessaria: non stava diventando cattiva, stava solo smettendo di farsi usare.
Rientrata a casa, Giulia preparò la cena e accese la musica. Jazz. Prima lo ascoltava quasi sempre con le cuffie, per non disturbare Riccardo, per non sentirsi dire che era musica “strana” o “noiosa”. Ora poteva alzare il volume quanto voleva. Nessuno avrebbe storto il naso.
Fuori scendeva lentamente il buio. I lampioni si accesero uno dopo l’altro, e nelle finestre del palazzo di fronte comparvero rettangoli di luce calda. Giulia rimase a osservare quella calma domestica, pensando a quanto fosse cambiato tutto in poche settimane: il divorzio, il nuovo lavoro, le abitudini diverse, i progetti ancora fragili ma finalmente suoi.
E soprattutto una certezza: nessuno avrebbe più spostato sulle sue spalle il peso delle proprie scelte.
Riccardo aveva scelto Martina. Ora toccava a Martina capire come convivere con la suocera, oppure ammettere di non riuscirci. Giulia non faceva più parte di quel gioco, non era più la soluzione di riserva, né la persona da chiamare quando tutto si complicava.
Il telefono rimase muto. E quel silenzio le sembrò la prova migliore che Riccardo avesse finalmente capito: su di lei non poteva più fare pressione.
Giulia, quella sera, lo sapeva con assoluta chiarezza. Non avrebbe più salvato chi si era costruito da solo il proprio disastro.
