— Dunque, con la moglie nuova tua madre non riesce a stare sotto lo stesso tetto, mentre con quella vecchia sì. Comodo, non c’è che dire.
— Non metterla così. Mamma è davvero una brava persona. È solo che tra loro due non è scattato il giusto equilibrio, hanno caratteri incompatibili.
Giulia Parisi si avvicinò alla finestra e scostò appena la tenda. Nel cortile, un ragazzino di una decina d’anni rincorreva un pallone, mentre poco più in là sua madre sedeva su una panchina con un libro aperto sulle ginocchia. Una scena estiva qualunque, quieta, ordinaria. Una di quelle vite tranquille in cui non dovrebbero entrare i guai degli altri.
— Giulia? Ci sei ancora? — chiese Riccardo Leone dall’altra parte.
— Ci sono.
— Ti prego, pensaci. Non ti darà fastidio. Caterina D’Angelo è una donna discreta, lo sai anche tu.
— Discreta, certo, — ripeté Giulia, con un sorriso amaro. — La stessa persona che ogni giorno mi spiegava che lavavo i piatti nel modo sbagliato?
— Voleva soltanto darti una mano…
— Riccardo, — lo interruppe lei, senza lasciargli spazio. — La risposta è no. Definitiva. Non sono un rifugio per i tuoi parenti.
— Giulia, cerca di essere umana! — La voce di lui si fece più alta. — Dove dovrebbe andare? In mezzo alla strada?
— Non lo so. Magari potresti chiedere a Martina Fontana perché non riesce a convivere con tua madre.
— Che c’entra Martina adesso? — sbottò Riccardo, irritato.
— C’entra eccome. È un problema suo. È lei tua moglie, quindi che si occupi lei delle questioni di famiglia.
— Giulia, te lo sto chiedendo seriamente…
— E io seriamente ti sto rispondendo: no, — disse lei, poi chiuse la chiamata.
Il telefono ricominciò a squillare quasi subito. Stesso numero. Giulia rifiutò la chiamata e, senza concedersi ripensamenti, bloccò il contatto. Poi andò alla porta e controllò ancora una volta che entrambe le serrature fossero chiuse.
Nell’appartamento calò un silenzio denso. Giulia si lasciò cadere sulla poltrona e rimase immobile, con lo sguardo perso davanti a sé. Caterina D’Angelo… Per sette anni quella donna era stata, in un certo senso, una seconda madre. O almeno ci aveva provato. Sempre pronta a dare consigli, sempre pronta a correggere, ma in fondo capace di gesti buoni. Quando Giulia stava male, le portava medicine. Alle feste non arrivava mai a mani vuote. E quando la madre di Giulia era morta, era stata proprio la suocera ad aiutarla con il funerale.
Ma quello apparteneva a un’altra vita. A un periodo in cui Giulia era ancora la moglie di Riccardo. Ora tutto era cambiato. E non spettava a lei pagare il prezzo dei conflitti tra Caterina e la nuova nuora.
Si alzò e raggiunse l’armadio, dove gli abiti erano allineati con cura. Il giorno seguente avrebbe iniziato un nuovo lavoro: consulente vendite in un salone di arredamento. Stipendio fisso di circa cinquecentocinquanta euro, più provvigioni. Non era esattamente il lavoro dei sogni, ma dopo il divorzio Giulia aveva capito una cosa: la sua vita doveva cambiare, e in modo deciso. Prima lavorava in una piccola azienda di logistica, guadagnava poco, però tutto era prevedibile, sicuro, familiare. Adesso invece servivano entrate vere. Vivere da sola costava: affitto, bollette, spesa, manutenzione della casa. Ogni voce finiva sulle sue spalle.
Scelse un completo sobrio, blu scuro, e una camicetta bianca. Classico, pulito, professionale. Una consulente alle vendite doveva ispirare fiducia, sembrare competente anche prima di aprire bocca. L’indomani l’aspettavano i colleghi, i cataloghi da studiare, i primi clienti. Un nuovo ambiente, volti sconosciuti, responsabilità diverse. Una vita che non aveva ancora preso forma, ma che almeno era sua.
In bagno rimase a lungo davanti allo specchio. Il divorzio le aveva scavato il viso; sotto gli occhi si erano formate ombre scure che nessun correttore riusciva davvero a nascondere. Aveva trentaquattro anni, e in certi momenti se ne sentiva addosso quaranta. Lo stress, le notti senza sonno, le discussioni infinite con Riccardo: tutto aveva lasciato un segno.
Eppure mancava qualcosa, ed era la cosa più importante: non c’era più quell’espressione impaurita e consumata che le si era appiccicata al volto negli ultimi mesi di matrimonio. Quando aveva scoperto il tradimento, dentro di lei si era spezzato qualcosa. Ogni giornata era diventata una prova di resistenza. Riccardo rientrava a casa comportandosi come se nulla fosse successo, mentre Giulia oscillava tra il desiderio di urlargli contro e il terrore di distruggere definitivamente la famiglia.
Adesso quella famiglia non esisteva più. In compenso, c’era il silenzio. C’era la pace. E soprattutto c’era il diritto di decidere da sola in che direzione andare.
Fece una doccia calda e poi si infilò nel grande letto che ormai apparteneva soltanto a lei. Le lenzuola profumavano di detersivo fresco: le aveva lavate subito dopo la partenza dell’ex marito. Un gesto semplice, ma simbolico. Come se avesse voluto cancellare, fibra dopo fibra, ogni traccia della loro vita insieme.
La mattina seguente si svegliò con la suoneria della sveglia, non con il russare pesante di Riccardo. Un’altra piccola conquista. Bevve il caffè con calma, scelse un paio di scarpe comode e uscì di casa con un umore sorprendentemente leggero.
Il salone di arredamento si trovava in un centro commerciale nella zona periferica della città. Era un ambiente ampio e luminoso, pieno di cucine componibili, divani, poltrone, camere da letto e tavoli disposti in modo da ricreare piccoli angoli domestici. Il direttore, Roberto Vitali, la accolse con cordialità.
— Ha già esperienza nelle vendite? — domandò, sfogliando il suo curriculum.
— Un po’, — rispose Giulia con sincerità. — Non moltissima, ma ho voglia di imparare.
— L’essenziale è capire chi si ha davanti. Il resto arriva con la pratica.
Roberto Vitali la accompagnò tra le esposizioni, illustrandole le caratteristiche dei vari arredi: cucine italiane, camere da letto tedesche, tavoli e sedie di produzione nazionale. I prezzi variavano parecchio: da centocinquanta euro per una sedia semplice fino a tremila euro per una cucina di fascia alta.
— I clienti non sono tutti uguali, — spiegava il direttore mentre camminavano tra gli stand. — C’è chi cerca la soluzione più economica e chi, invece, è disposto a pagare per la qualità.
