“Ne voglio due. Voglio stare tranquilla” disse Giulia, girando il mazzo di chiavi mentre la porta si chiudeva alle sue spalle

Una liberazione coraggiosa e necessaria, dolce e inquietante.
Storie

Il fabbro arrivò con la sua cassetta degli attrezzi dopo circa mezz’ora. Giulia Parisi lo aspettava nel corridoio, appoggiata alla parete, seguendo con lo sguardo ogni movimento delle sue mani mentre smontava la serratura della porta d’ingresso. Quando il vecchio meccanismo cedette e finì nel palmo dell’uomo, dentro di lei scattò qualcosa. Forse era proprio quella la sensazione di cui parlavano tutti dopo un divorzio: non gioia, non vendetta, ma un’improvvisa leggerezza.

— Sta scegliendo una buona serratura, — osservò il fabbro, provando il nuovo cilindro. — Robusta. Vuole aggiungere anche una serratura a doppia mappa?

— Sì, — rispose Giulia senza esitare nemmeno un istante. — Ne voglio due. Voglio stare tranquilla.

L’uomo annuì e tornò al lavoro. Giulia entrò nella stanza, dove sul tavolo erano rimasti i documenti del divorzio. La pratica non era ancora stata trascritta del tutto nei registri, ma gli atti del tribunale erano già nelle sue mani. Tutto regolare, tutto pulito. Nessun prestito in comune, nessun bene da spartire. L’appartamento le era arrivato in eredità dalla nonna due anni prima del matrimonio, quindi non c’era proprio nulla su cui discutere.

Riccardo Leone, a quei tempi, prendeva in giro quel bilocale minuscolo in un palazzo vecchio.

— Avresti fatto meglio a venderlo, così compravamo qualcosa di decente, — le ripeteva. — In una zona nuova, con una pianta normale.

E invece proprio quell’appartamento era diventato il rifugio di Giulia. Trentotto metri quadrati tutti suoi, uno spazio dove nessuno avrebbe più dato ordini, criticato il programma acceso in televisione o lasciato piatti unti nel lavandino come se sparissero da soli.

— Ho finito, — annunciò il fabbro. — Provi pure.

Giulia prese il mazzo di chiavi appena consegnato e lo girò più volte nelle due serrature. La porta rispose con uno scatto morbido e pieno, chiudendosi con decisione. Da quel momento, in quella casa non sarebbe entrato nessuno senza il consenso della proprietaria.

— Grazie, — disse, pagando il lavoro.

Quando il fabbro se ne andò e la porta si richiuse alle sue spalle, Giulia vi appoggiò la schiena e chiuse gli occhi. Silenzio. Per la prima volta dopo sei mesi, un silenzio vero. Non c’era Riccardo con le sue telefonate interminabili, non c’era il televisore acceso dall’alba alla sera solo per riempire l’aria.

Giulia raggiunse la finestra e la spalancò. L’aria di luglio invase la stanza, portando con sé il profumo dei tigli fioriti nel cortile vicino. Da qualche parte, giù in strada, alcuni bambini giocavano; le loro voci si mescolavano al ronzio lontano delle auto. Erano suoni estivi qualunque, eppure prima si perdevano sempre nel disordine della vita familiare.

In cucina, dentro il frigorifero, c’erano soltanto uno yogurt e una confezione di ricotta. Giulia aprì lo sportello, rimase qualche secondo a guardare quelle provviste modeste e sorrise tra sé. Riccardo si lamentava sempre perché, secondo lui, in casa non c’era mai “cibo vero”. Ora avrebbe comprato solo ciò che piaceva a lei. Niente salumi obbligatori a ogni colazione. Niente tortellini surgelati per cena tre volte alla settimana.

Prese lo yogurt, lo aprì e cominciò a mangiarlo direttamente dal vasetto, restando in piedi accanto alla finestra. Prima, quando Riccardo la vedeva fare una cosa simile, storceva subito la bocca.

— Sembri una studentessa in pensionato, — brontolava. — È così difficile sedersi a tavola come una persona normale?

Adesso, invece, poteva mangiare dove voleva e come voleva. La libertà aveva un sapore preciso: dolce, fresco, con una nota di fragola.

Il telefono squillò proprio mentre Giulia stava sciacquando il vasetto. Sullo schermo comparve un numero sconosciuto. Lei aggrottò la fronte: di solito, chiamate del genere non portavano nulla di buono.

— Pronto, — disse con cautela.

— Giulia? — Dall’altra parte arrivò una voce fin troppo nota. — Sono Riccardo.

Lei rimase immobile, il vasetto bagnato ancora tra le dita. Il suo ex marito. Da dove aveva preso quel numero? E soprattutto, perché la chiamava?

— Che cosa vuoi? — domandò, fredda.

— Dovremmo parlare. Possiamo vederci?

— No, — tagliò corto Giulia. — Abbiamo già detto tutto in tribunale.

— Giulia, ti prego, ascoltami… — Riccardo parlava in modo diverso dal solito, più morbido, quasi insinuante. — Lo so che sei arrabbiata. Però c’è una questione che va sistemata.

— Quale questione?

— Mia madre. Deve stare da qualche parte per un po’. Solo temporaneamente. Un paio di mesi, al massimo.

Giulia posò il vasetto sul tavolo e strinse il telefono con più forza. La suocera. Caterina D’Angelo. La stessa donna che, durante tutto il matrimonio, aveva spiegato a Giulia come si cucinava una minestra “come si deve”, come si piegavano le lenzuola e perfino con quale espressione bisognava accogliere il marito quando rientrava dal lavoro.

— E io che cosa c’entro? — chiese Giulia.

— Come sarebbe? Tu la conosci. Lei ti ha sempre trattata bene.

— Mi ha trattata, — corresse Giulia con calma. — Al passato. Riccardo, noi siamo divorziati. Io non faccio più parte della tua famiglia.

— Giulia, per favore… — Lui tacque per un momento, poi sospirò. — So che ti sto chiedendo tanto. Ma non so davvero a chi altro rivolgermi.

— E tua moglie nuova? — domandò lei senza girarci intorno.

Dall’altra parte calò un silenzio breve ma eloquente. Riccardo si schiarì la voce.

— Martina Fontana… non può. Tra lei e mia madre le cose non funzionano. Per niente.

— Capisco, — disse Giulia Parisi.

Amore o Soldi