né un mutuo acceso insieme, né contributi familiari, né alcun altro elemento che potesse offrirgli anche solo un appiglio legale. Un bene ricevuto in donazione o in eredità da uno dei coniugi resta personale e non entra nella divisione. Paola Pagano non lo sapeva per sentito dire: pratiche del genere le erano passate sotto gli occhi centinaia, forse migliaia di volte.
Perciò, quando Claudio Barbieri se ne andò portandosi dietro una borsa sportiva, dentro Paola, insieme al dolore, all’umiliazione e allo smarrimento, si fece strada una consapevolezza gelida, lucidissima: lui era uscito da quella casa senza avere nulla. Aveva lo stipendio da docente, una vecchia Fiat Panda comprata a rate e un appartamento in affitto in zona San Donato, pagato proprio con quello stipendio. Tutto ciò che per anni aveva scambiato per sicurezza — il bilocale caldo, vissuto, pieno di cose, la quotidianità costruita nel tempo, la sensazione di avere radici — in realtà non gli apparteneva.
Ma la cosa decisiva non era nemmeno quella. Quella arrivò il mercoledì, tre giorni prima del sabato, e Paola la scoprì per puro caso.
Stava rientrando dal lavoro. Si fermò nella farmacia al piano terra del suo palazzo per comprare delle gocce per gli occhi e, quando uscì, vide una ragazza ferma vicino al portone. Era molto giovane, indossava un giubbotto chiaro e teneva i capelli lunghi raccolti in uno chignon fatto in fretta. Stringeva il telefono tra le mani, immobile, come se non trovasse il coraggio di entrare.
Al rumore della porta, la ragazza si voltò. E Paola capì subito chi fosse. Non perché avesse visto fotografie: non ne aveva cercate. Lo capì dallo sguardo. Da quel sussulto improvviso. Dal modo in cui il viso le diventò più pallido del giubbotto.
— Buonasera, — disse la ragazza, quasi senza voce. — Lei è… Paola Pagano?
— Sì, — rispose Paola.
Tra loro scese un silenzio scomodo. Una vicina passò con il cane e lanciò un’occhiata di traverso.
— Mi chiamo Sofia Longo, — disse la ragazza. Poi tacque, come se quel nome bastasse a spiegare tutto.
— So chi sei, — disse Paola, con calma.
Non riusciva nemmeno lei a capire da dove le venisse quella calma. Forse si era formata lentamente in quelle sei settimane. Guardava Sofia e non provava odio. Nemmeno rabbia, in fondo. Solo una stanchezza enorme, pesante, e qualcosa di troppo simile alla pietà, una pietà che la infastidiva prima di tutto verso se stessa.
— Non so perché sono venuta, — mormorò Sofia, e la voce le si spezzò. — Forse sono impazzita. Io volevo solo… posso dirle una cosa? Le rubo pochissimo tempo.
Paola la osservò. Fuori tirava vento e cominciava a cadere una pioggia sottile.
— Sali, — disse all’improvviso, sorprendendo se stessa. — Almeno su non prende aria. Bevi un tè e poi vai.
Sofia si ritrovò seduta in cucina — proprio in quella cucina — con la tazza stretta tra entrambe le mani. Parlava guardando il tavolo. Paola, appoggiata al piano di lavoro, ascoltava e sentiva comporsi dentro di sé, pezzo dopo pezzo, un quadro talmente assurdo da farle venire ora voglia di ridere, ora nausea.
— Lui mi aveva detto che l’appartamento era suo, — raccontava Sofia. — Questo, intendo. Il suo. Diceva che aveva la residenza qui, che era casa sua, e che a lei la lasciava per nobiltà d’animo. Che non voleva mandarla via, perché lei ormai non era più giovane e dove sarebbe andata? Ha detto proprio così: “Io Paola non la butto in mezzo alla strada, non sono quel tipo di uomo”.
Paola posò lentamente la propria tazza.
— Quindi avrebbe lasciato a me il mio appartamento per nobiltà d’animo, — ripeté, piatta.
— Sì, — Sofia alzò gli occhi su di lei, e in quegli occhi c’era già il terrore di chi ha capito. — Ma non è suo, vero?
— Era di mia madre, — disse Paola. — L’ho ereditato tre anni prima di sposarlo. Lui ci ha vissuto per venticinque anni da ospite e, a quanto pare, a un certo punto si è convinto di esserne il padrone.
Sofia si coprì il volto con le mani.
— Dio mio, — disse soffocando le parole. — E la macchina? Diceva di averne due. Che la seconda, grande, era in garage e che la usava poco.
— Ne ha una sola, — rispose Paola. — Una Fiat Panda. A rate. E noi non abbiamo mai avuto un garage. Se ci fosse stato, me ne sarei accorta: al lavoro mi occupo proprio di queste pratiche.
— E… i soldi? — Sofia esitò. — Diceva di avere dei risparmi. Che entro l’estate avrebbe comprato un appartamento per noi, uno nostro. Che l’anticipo era quasi pronto…
Paola guardò quella ragazza — perché era davvero una ragazza, più giovane persino di Marta Grassi — e all’improvviso quella lucidità fredda, quasi trionfante, si dissolse. Restò soltanto un’amarezza stanca.
— Sofia, — disse. — Tu sai quanti anni ha?
— Quarantadue, — rispose lei. — Mi ha detto quarantadue.
— Quarantanove, — disse Paola. — A maggio ne compie cinquanta.
Sofia la fissò per qualche secondo. Poi, contro ogni previsione, scoppiò a piangere. Non in modo teatrale, non facendo rumore. Rimase seduta lì e pianse come piange chi si vergogna terribilmente e, nello stesso tempo, ha una paura enorme.
— Sono una stupida, vero? — disse tra le lacrime. — Me lo dica. Dica che sono una stupida.
— Sei giovane, — rispose Paola, e la sua voce suonò quasi gentile. — Da questo si guarisce. Stupida lo diventi se resti con lui.
Per la prima volta da quando avevano iniziato a parlare, Paola si sedette di fronte a lei e la guardò negli occhi.
— Dimmi la verità. Perché sei venuta?
Sofia si asciugò il viso con la manica.
— La settimana scorsa… ho cercato su internet. Cose sugli appartamenti, su come si fa a controllare a chi appartengono. Una mia amica mi ha detto che si può chiedere una visura, un documento… dal registro immobiliare.
— Dal Catasto e dai registri immobiliari, — precisò Paola, e un angolo della bocca le tremò appena. C’era perfino qualcosa di grottesco, in quella storia: la ragazza aveva ordinato una visura. — L’hai richiesta?
— Sì. Mi è arrivata via mail. E lì c’era il suo cognome. C’era scritto che l’immobile era stato acquisito prima del matrimonio, per successione. All’inizio non ho capito. Poi sì. E mi è crollato tutto dentro. Ho pensato: se ha mentito su questo, allora ha mentito su tutto. Sull’età, sulla macchina, sui soldi… e anche sul fatto che mi ama, — Sofia singhiozzò. — Non ce l’ho fatta. Sono venuta per vederla. Dovevo vedere la persona che lui aveva… la persona che aveva lasciato per costruire una bugia.
Paola rimase in silenzio. Fuori ormai era buio; nei vetri della finestra si rifletteva la cucina.
— E adesso che cosa pensi di fare? — chiese infine.
— Me ne vado, — disse Sofia. — Ho già preparato le mie cose. Una mia amica affitta una stanza, mi trasferisco da lei. A lui non l’ho ancora detto. Ho paura.
— Sabato viene qui a prendere una valigia, — disse Paola. — A mezzogiorno.
Sofia sollevò la testa.
— Qui?
— Dice che deve ritirare i completi invernali. Degli attrezzi. E una valigia grande, da viaggio. — Paola fece un sorriso breve, senza allegria. — A quanto pare aveva intenzione di partire da qualche parte con te. Tu lo sapevi?
— Diceva che d’estate saremmo andati a Pescara… — Sofia si interruppe di colpo. — Dio mio. Paga un affitto con lo stipendio da docente e mi prometteva Pescara.
Tacquero entrambe per un momento. Poi a Paola venne un’idea, e si stupì della chiarezza tranquilla con cui quella decisione le si formò nella mente.
— Sofia, — disse. — Sabato vieni anche tu. A mezzogiorno.
La ragazza la fissò, smarrita.
— Perché?
— Perché voi due avete parecchie cose da dirvi, — rispose Paola.
