“Potevi anche restare così, a penzoloni” borbottò Paola, raddrizzando l’anta che da due anni non chiudeva

Un gesto semplice, dolorosamente necessario e liberatorio.
Storie

Paola Pagano era inginocchiata davanti al mobile basso della cucina. Con una spalla teneva ferma l’anta che si era quasi staccata, mentre con l’altra mano, tastando nel buio del pensile, cercava di far combaciare la cerniera con due minuscoli fori per le viti. Quell’anta pendeva da un solo perno dall’autunno di due anni prima. Allora Claudio Barbieri aveva promesso che nel fine settimana avrebbe comprato le cerniere nuove. Poi lo aveva ripetuto per una trentina di sabati e domeniche di seguito. Alla fine, semplicemente, aveva smesso di vedere che lo sportello restava storto e non chiudeva più.

— Potevi anche restare così, a penzoloni — borbottò Paola nella cucina vuota. — In fondo, a chi davi fastidio?

Eppure, proprio quel giorno, quell’anta storta le era diventata insopportabile. Dal balcone recuperò una vecchia cassetta di plastica dove, per trent’anni, si erano accumulati viti, tasselli, pezzetti di filo elettrico, chiavi senza serratura e ferramenta di provenienza ormai misteriosa. Ne rovesciò una parte su un giornale e rimase quasi venti minuti a cercare la vite giusta. Alla fine la trovò. La infilò con il cacciavite, prima in una cerniera, poi nell’altra; raddrizzò, strinse, controllò. L’anta tornò al suo posto. Paola la spinse appena con un dito: si chiuse piano e fece clic. Per la prima volta dopo due anni, fece davvero clic.

Rimase ancora un poco seduta sul pavimento, gli occhi fissi su quello sportello finalmente dritto. E, per qualche motivo, fu proprio quella piccola riparazione, non tutto il resto, a farle pizzicare gli occhi.

Il telefono squillò mentre stava rimettendo le viti nella cassetta. Sullo schermo comparve “Claudio”. Non più “Claudietto”, come era stato per venticinque anni, ma soltanto “Claudio”: lo aveva rinominato una settimana dopo che se n’era andato. Paola si asciugò le mani sul grembiule e rispose solo al quarto squillo.

— Sì.

— Paola, ciao — la voce aveva un tono estraneo, quasi formale, con quella leggerezza forzata di chi si sente tremendamente a disagio. — Come stai?

— Bene. Che cosa vuoi?

— Io… ecco, per le mie cose. Ti ricordi, ne avevamo parlato. È rimasta un po’ di roba mia lì da te. I completi invernali, gli attrezzi, e poi la valigia grande, quella da viaggio, grigia. Dovrebbe essere nel ripostiglio, sul soppalco. Vorrei passare a prenderla.

— Passa.

— Posso venire sabato. Verso mezzogiorno. Per te va bene?

— Per me è uguale — rispose Paola. — Vieni a mezzogiorno.

— Grazie — lui esitò. — Senti, tu… le chiavi non le hai cambiate, vero?

— Sì, le ho cambiate.

— Ah. Certo. Hai fatto bene — si affrettò ad approvare, come se lei gli avesse chiesto il permesso. — Allora ti chiamo dal portone e mi apri.

— Ti apro — disse Paola, e fu lei a chiudere la telefonata per prima.

Appoggiò il cellulare sul tavolo, con lo schermo rivolto verso il basso, e restò immobile per qualche minuto. Sei settimane. Erano passate sei settimane da quando Claudio aveva riempito una borsa — non la valigia grande, ma quella sportiva che usava per andare in palestra — si era fermato sulla soglia e aveva pronunciato, quasi parola per parola: “Paola, non riesco più a mentire né a te né a me stesso. Lo sappiamo entrambi, da tempo viviamo come due coinquilini”. Poi aveva aggiunto, guardando da qualche parte accanto alla sua spalla, che aveva incontrato una persona con cui “finalmente riusciva a respirare”.

Quella persona si chiamava Sofia Longo. Aveva ventidue anni ed era al quarto anno proprio nella facoltà dove Claudio Barbieri, da vent’anni, teneva lezioni di economia territoriale. Paola non aveva saputo il nome da lui. Glielo aveva detto Sara Caruso, quella del terzo piano, che attraverso una nipote era informata su tutto e su tutti. L’aveva chiamata con cautela, quasi chiedendo scusa, e le aveva raccontato ogni cosa.

— Paola, non pensare che lo faccia per pettegolare — le aveva detto Sara al telefono. — È solo che preferivo lo sapessi da me, non da estranei. È una studentessa. Proprio giovane. Dicono che lui le abbia preso un appartamento in via Nizza e che adesso stiano lì.

— Grazie, Sara — aveva risposto allora Paola, con voce perfettamente ferma. — Meglio che sia stata tu a dirmelo.

Quella sera non pianse. Non pianse nemmeno il giorno dopo. Le lacrime arrivarono più tardi, dopo circa due settimane, la sera: brevi, rabbiose, come accessi di febbre. Poi anche quelle passarono, e nell’appartamento rimase solo quel silenzio strano, profondo, che sembrava rimbombare nelle stanze. Un silenzio in cui Paola, adesso, riparava mobili.

Un’ora dopo la chiamò sua figlia Marta, come sempre in video. Sullo schermo apparve il suo viso; alle sue spalle si vedeva la cucina dell’appartamento in affitto a Torino.

— Mamma, hai mangiato?

— Sì — mentì Paola.

— Lo vedo dagli occhi che non è vero. Mamma.

— Marta, sono adulta. Lasciami in pace. — Paola sorrise appena, per addolcire il tono. — Ha chiamato tuo padre.

Marta si irrigidì subito, come una gatta che ha sentito un rumore.

— Che voleva?

— Passa sabato a prendere le sue cose. Vestiti, attrezzi, una valigia.

— Ah, la valigia — sbuffò Marta. — Molto simbolico. Sembra una scena da film. Mamma, non devi farlo entrare da sola. Vuoi che venga io?

— Non dire sciocchezze. Hai il lavoro.

— Mamma, parlo sul serio. Lui comincerà a rigirarti la testa. Fa sempre così: arriva con l’aria colpevole e se ne va lasciandoti addosso la sensazione che sia tutta colpa tua. Lo conosco.

— Io lo conosco da venticinque anni — disse Paola. — In qualche modo riuscirò a gestire una valigia.

Marta tacque per un istante, poi chiese con voce più bassa:

— Tu, però, come stai davvero?

— Sto bene, Marta. Davvero. Sai qual è la cosa strana? Pensavo sarebbe stato peggio. Credevo che sarei andata in pezzi. Invece… ho aggiustato il mobile. L’anta. Quella che pendeva da due anni.

— Quale anta?

— Quella in cucina, sotto il lavello, di lato. Non te la ricordi? Stava sempre storta.

— Ah, sì — Marta accennò un sorriso. — Lui prometteva sempre di sistemarla, vero?

— Sempre. E io l’ho presa e in venti minuti l’ho rimessa a posto. E sai una cosa? Non c’era quasi niente da fare. Una vite e un cacciavite.

— Mamma — disse Marta, improvvisamente seria. — Lui ha promesso tante cose.

— Lo so.

Parlarono ancora un po’. Del lavoro di Marta, del fatto che forse stesse frequentando un certo Paolo Valentini dell’ufficio accanto, ma che per il momento non avesse voglia di raccontare altro. Paola non insistette. Quando chiuse la chiamata, rimase di nuovo sola nell’appartamento. E adesso tutto, lì dentro, era suo: il silenzio, il mobile riparato, e anche la cosa più grande, quella fondamentale, alla quale Claudio pareva non aver ancora pensato davvero.

La casa era sua. Non “loro”. Sua.

Paola Pagano aveva lavorato per ventitré anni all’ufficio che si occupava delle registrazioni immobiliari; negli ultimi otto era stata funzionaria responsabile. Sotto i suoi occhi erano passati migliaia di appartamenti, villette, garage, quote, donazioni, successioni e divisioni patrimoniali. Sugli immobili sapeva cose che spesso ignoravano persino avvocati e agenti: non soltanto le norme scritte, ma la logica nascosta dietro di esse, quella che nel suo ufficio faceva piangere le persone di sollievo oppure le faceva impallidire quando capivano di aver trascurato un dettaglio decisivo.

Quell’appartamento di due stanze glielo aveva lasciato sua madre. Con testamento. Tre anni prima che Paola sposasse Claudio. Paola aveva accettato l’eredità, ottenuto la documentazione, registrato il diritto di proprietà: tutto limpido, tutto precedente al matrimonio. Quando si erano sposati, era stato Claudio a trasferirsi da lei. In venticinque anni si era abituato a considerare quelle pareti anche sue e, forse, aveva finito per dimenticare sinceramente quale cognome fosse scritto nei registri. Non c’era stata alcuna grande ristrutturazione fatta insieme che potesse cambiare la natura di quella proprietà.

Amore o Soldi