Giada corrugò la fronte. Per quale motivo Andrea avrebbe avuto bisogno di una somma simile? Non aveva comprato un’auto nuova, non aveva fatto spese importanti, non aveva nemmeno accennato a qualche progetto particolare. E, all’improvviso, nella sua memoria cominciarono ad affiorare episodi che fino a quel momento aveva liquidato come dettagli senza peso: Andrea aveva smesso di contribuire alla spesa, parlando di premi aziendali in ritardo; poi aveva lasciato a lei anche la quota di internet, il parcheggio, le piccole uscite comuni.
Voltò il foglio. Dentro la cartellina c’era un altro documento: una simulazione preliminare per un mutuo. Alla voce “richiedente” compariva il nome di Andrea Leone. Alla voce “anticipo iniziale”, invece, era indicata una cifra che coincideva in modo fin troppo sospetto con il valore di mercato dell’appartamento di Giada, detratto il residuo del suo mutuo.
Un freddo improvviso le attraversò il petto. Si lasciò cadere sulla sedia, gli occhi fissi su quei numeri, incapace per qualche secondo di formulare un pensiero coerente.
Quella stessa sera, Giada era sul balcone verandato, intenta a sistemare le sue piante. Stava rinvasando un grande ficus, aggiungendo terriccio con gesti lenti e precisi nel vaso nuovo. La porta che dava sul soggiorno era rimasta socchiusa. Andrea e Vittoria Santoro rientrarono poco dopo e, convinti che Giada fosse ancora fuori per lavoro, si accomodarono in cucina parlando a voce alta.
— Gliene hai parlato? — arrivò, secca e irritata, la voce della suocera.
— Mamma, dammi tempo — rispose Andrea, con tono insofferente. — Non posso presentarmi da lei e dirle: “Giada, vendiamo casa tua”. È attaccata a quell’appartamento come se fosse l’unica cosa al mondo.
— E tu smettila di comportarti da mollaccione! — lo rimproverò Vittoria Santoro senza abbassare la voce. — Secondo te perché sono venuta qui? Per aiutarti. Sei un uomo o no? Dille che vuoi dei figli. Dille che per un bambino serve un trilocale più grande, magari in una zona verde. Vendiamo il suo appartamento, estinguiamo quello che resta del suo mutuo e con la differenza facciamo da anticipo per una casa nuova. E siccome sarete già sposati, risulterà bene comune. Anzi, ancora meglio: una quota la intestiamo anche a me, visto che ci metterò i miei risparmi e quello che ho da parte per la casa al mare. Io poi resto con voi, vi aiuto con il nipotino. Là in provincia ormai mi sto spegnendo.
— Mamma, io ho già preso settemila euro per sistemarti quella casa! — sbottò Andrea, nervoso. — Ogni mese devo pagare la rata. Giada ha già cominciato a guardarmi male perché non porto più soldi in casa. Se scopre del prestito, viene giù il mondo.
— Non lo scoprirà, se ti muovi con un po’ di cervello! — ribatté lei. — Le dirai che li hai messi in un progetto. Quella i soldi li fa, con tutti quei fiori e quelle sue composizioni. Può benissimo mantenerci per un po’, non le succede niente. L’importante è farle mollare l’appartamento. Comincia a ripeterle che qui siete stretti, che l’aria è pesante, che non è un posto adatto a crescere un figlio.
Sul balcone, Giada restò immobile con la paletta di plastica stretta in mano. Il terriccio le scivolava tra le dita e cadeva sul pavimento. L’indignazione le chiuse la gola, mescolandosi a una ferita profonda, quasi fisica. In pochi istanti ogni tassello andò al suo posto. La prepotenza, le invasioni, i modi da padrona, le pretese assurde: non erano stati incidenti isolati, ma pezzi di un piano grottesco eppure terribilmente concreto per mettere le mani sulla sua casa.
Posò lentamente la paletta e si pulì le mani. Il cuore le batteva con tanta forza da rimbombarle nelle tempie. Non pianse. Al posto delle lacrime sentì nascere dentro di sé una rabbia fredda, lucida, quasi chirurgica. La stessa che, negli anni, l’aveva aiutata a costruire la sua attività e a non farsi schiacciare in un ambiente dove nessuno regalava nulla.
Aprì la porta del balcone ed entrò in soggiorno.
In cucina il silenzio calò di colpo. Andrea si strozzò quasi con il tè. Vittoria Santoro rimase ferma con un biscotto a metà strada dalla bocca.
— Oh, Giada cara… pensavamo fossi ancora al lavoro — disse la suocera, esibendo un sorriso finto. — Stavamo solo prendendo qualcosa di dolce.
Giada non rispose. Andò alla scrivania, prese la cartellina che aveva trovato nel cassetto e tornò in cucina. La lasciò cadere sul tavolo davanti ad Andrea.
— Che cos’è questa? — chiese lui, impallidendo.
— È esattamente la domanda che vorrei fare io a te, Andrea — replicò Giada con una calma gelida. — Cos’è questo prestito da settemila euro? E cos’è questa simulazione di mutuo con un anticipo che, guarda caso, corrisponde quasi al valore del mio appartamento?
— Hai frugato tra le mie cose? — provò ad attaccare lui, alzando la voce. — Con quale diritto?
— Cercavo le bollette condominiali, quelle che tu non paghi da quattro mesi — lo interruppe lei. — Proprio come non paghi più la spesa. E come non paghi più nient’altro in questa casa.
— Non permetterti di urlare contro tuo marito! — intervenne Vittoria Santoro, sollevandosi pesantemente dalla sedia. — Ha preso un prestito, e allora? È mio figlio, voleva aiutarmi a sistemare casa. Dov’è il problema? In una famiglia ci si dà una mano!
— Famiglia? — Giada lasciò uscire una risata breve, senza allegria. — Vittoria Santoro, prima di usare quella parola, forse dovreste ricordarvi che cosa significa davvero.
