“E perché il pavimento in cucina è gelato?” tuona la donna, seduta nella vestaglia di Giada mentre Andrea sbianca e balbetta

Scioccante invadenza, offensiva e profondamente ingiusta.
Storie

Guadagnava uno stipendio nella media, niente di eccezionale, però parlava sempre come uno destinato a fare il salto da un momento all’altro. Aveva progetti, prospettive, promozioni imminenti, almeno a sentire lui.

A Giada Sala, in fondo, andava bene così. Era abituata da anni a contare sulle proprie forze e non aveva mai costruito la sua stabilità sulle promesse di qualcun altro. Con Andrea Leone avevano stabilito un accordo semplice: bollette e spesa divise a metà, mentre il mutuo sarebbe rimasto interamente a carico di lei. Nella pratica, però, una quota sempre più consistente delle spese di casa era finita, quasi senza che nessuno lo dichiarasse apertamente, sulle sue spalle. Andrea aveva sempre qualche urgenza: una volta doveva cambiare le gomme dell’auto, un’altra aiutare un cugino in difficoltà, un’altra ancora mettere da parte soldi per un non meglio precisato progetto imprenditoriale che, a sentirlo, avrebbe dovuto decollare “presto”.

Giada aveva lasciato correre. Le sembrava meschino fare i conti al centesimo dentro una coppia.

Ma accettare che un’estranea occupasse il suo spazio, imponendo anche le proprie regole, non rientrava affatto nei suoi piani.

La cena si svolse in un clima pesante. Vittoria Santoro non smise un attimo di trovare difetti nell’appartamento.

— Queste tende sono proprio cupe. Qui ci vorrebbe un bel tulle con dei fiorellini, qualcosa di più allegro. E questo divano? È enorme, si mangia mezzo soggiorno. Se poi arriva un bambino, dove corre? — commentava la suocera, punzecchiando il pesce con la forchetta. — Andrea, prima o poi bisognerà pensare a una sistemazione diversa. Magari tirare su una paretina qui, così si ricava la cameretta.

— Vittoria, — la interruppe Giada con voce calma, ma ferma — questo appartamento non ha bisogno di essere ripensato. A me va bene così.

La donna sollevò le sopracciglia, sinceramente stupita.

— A te? Giada, siete una famiglia ormai. Non puoi ragionare da egoista. Oggi va bene a te, domani magari Andrea si sentirà stretto. Nel matrimonio le cose sono di tutti, bisogna guardare avanti.

Giada voltò lo sguardo verso il marito, aspettandosi che intervenisse, che spiegasse almeno con due parole di chi fosse quella casa. Andrea, invece, continuò a masticare con ostinazione, gli occhi fissi nel piatto.

Passarono alcuni giorni. La visita di Vittoria Santoro, che Giada aveva ingenuamente immaginato limitata al fine settimana, si trasformò senza scosse apparenti in una permanenza prolungata. La suocera annunciò di dover fare una serie di controlli in un centro specialistico di Torino e che la cosa avrebbe richiesto circa un mese.

Ogni sera, tornando dal lavoro, Giada trovava una novità. Le spezie a cui teneva erano state travasate in vecchi barattoli di vetro del caffè. La padella antiaderente per le crêpes, costata una follia, era stata grattata con una paglietta metallica fino a perdere il rivestimento e a brillare di un triste grigio alluminio.

— Ho fatto una fatica a pulirti quella padella, — dichiarò Vittoria quella sera, soddisfatta di sé. — Era tutta nera, unta, scivolosa. Ma come facevate a mangiare roba cucinata lì sopra? Una cosa da non credere, proprio poco igienica!

Giada non rispose. Si chiuse in camera e pianse per una ventina di minuti, più per l’umiliazione che per l’oggetto rovinato. Quella padella valeva quasi mezzo stipendio di una persona qualunque, certo, ma non era quello il punto. Il punto era l’invasione brutale, disinvolta, del suo territorio.

La sera, Vittoria amava piazzarsi proprio su quel divano che aveva proposto di eliminare. Una volta, saltando da un canale all’altro, incappò in un vecchio film e, senza staccare gli occhi dallo schermo, pronunciò con aria sapiente:

— Io ti guardo, Giada, e mi fai pensare a Lucrezia Mancini in quei drammi d’altri tempi. Sempre a comandare, sempre a portarti tutto sulle spalle, con quel piglio da dirigente. Però la felicità di una donna non si costruisce così. A un uomo, in casa, servono calore, dolcezza, disponibilità. Non scope alzate come scettri e ordini dalla mattina alla sera. Un uomo deve sentirsi padrone del proprio nido.

— Per sentirsi padrone, bisognerebbe prima esserlo davvero, — le sfuggì a Giada, mentre raccoglieva dal tavolino le tazze sporche che la suocera aveva l’abitudine di abbandonare ovunque.

Vittoria strinse gli occhi.

— E questo cosa vorrebbe dire?

— Niente. Pensavo ad alta voce, — rispose Giada, aprendo il rubinetto per sciacquare i fondi del tè.

Il giorno successivo Giada era libera dal lavoro. Andrea uscì presto per andare in ufficio, mentre Vittoria si recò in ambulatorio per le visite. Rimasta finalmente sola, Giada decise di sistemare un po’ di documenti. Si avvicinava la scadenza delle utenze e Andrea, di solito, lasciava le bollette nel cassetto superiore della scrivania in soggiorno.

Lo aprì e cominciò a sfogliare le carte. Ricevute della luce, dell’acqua, qualche comunicazione condominiale. Sotto quel mucchio, però, vide una cartellina rigida di plastica che non ricordava di aver mai visto lì. Da un lato spuntava l’angolo di un contratto bancario.

Giada non aveva l’abitudine di frugare tra le cose altrui. Eppure il logo dell’istituto attirò subito la sua attenzione: era la stessa banca su cui Andrea riceveva lo stipendio. Afferrò il foglio per il bordo e lo sfilò con cautela.

Era un contratto di finanziamento. Intestato ad Andrea Leone. Firmato tre settimane prima. Importo richiesto: settemila euro. Un prestito personale con un tasso d’interesse tutt’altro che leggero.

Amore o Soldi