Francesca girò la chiave nel quadro, innestò la marcia e si allontanò senza voltarsi indietro nemmeno una volta.
Andrea rimase immobile sul marciapiede per quasi dieci minuti. La gente gli passava accanto, evitandolo come si evita un ostacolo in mezzo alla strada. Alla fine si mosse verso la fermata dell’autobus. Per un taxi non aveva nemmeno i soldi. Il pullman impiegò due ore per riportarlo in città.
Seduto accanto al finestrino, guardava scorrere il paesaggio senza vederlo davvero. Pensava a com’era stata la sua vita appena sei mesi prima. La casa. Francesca che teneva i conti, pagava le bollette, ingoiava in silenzio i suoi scatti d’ira. Un’esistenza normale, piatta, ordinaria. Quella stessa normalità che lui aveva disprezzato.
Adesso, invece, stava tornando in una stanza in affitto, con un vicino che ogni sera si ubriacava di grappa scadente e urlava contro la moglie. Un posto dove dal rubinetto usciva acqua rossastra e il frigorifero faceva un rumore continuo, così forte da impedirgli di dormire.
Il telefono vibrò. Un altro sollecito per un debito non pagato. Andrea lo spense.
Giovanni Sala era seduto su una panchina vicino al mare quando Francesca lo raggiunse. Teneva lo sguardo fisso sull’acqua.
— Hai visto Andrea?
— Sì.
— Gli hai dato dei soldi?
— No.
Lui annuì piano, come se quella risposta fosse l’unica che si aspettasse.
— Hai fatto bene. Deve cavarsela da solo. Se riuscirà a venirne fuori, vorrà dire che dentro di lui è rimasto ancora qualcosa di umano. Se non ce la farà, significa che quel qualcosa non c’è mai stato.
Francesca abbassò gli occhi.
— È stato difficile dirgli di no.
— Lo so. Ma ci sei riuscita.
Si sedette accanto a lui. I gabbiani stridevano sopra la riva. Il vento era freddo, tagliava la pelle, eppure lei non sentiva gelo.
— Lei lo sapeva? — chiese dopo un po’. — Sapeva che Andrea era fatto così?
Giovanni inspirò lentamente.
— Lo sospettavo. Per questo ho voluto metterlo alla prova. Le persone si rivelano quando il denaro entra in gioco. Alcuni diventano migliori. Altri tirano fuori il peggio. Andrea è diventato semplicemente ciò che era sempre stato. Prima si limitava a nasconderlo meglio.
Francesca rimase in silenzio per qualche istante.
— E io?
Giovanni si voltò verso di lei. Nei suoi occhi non c’era pietà, ma una tenerezza severa.
— Tu sei diventata te stessa. Finalmente.
Passarono sei mesi.
Una mattina, al centro, arrivò una ragazza giovane, con il volto smarrito e le mani strette una nell’altra. Si sedette davanti a Francesca senza riuscire subito a parlare.
— Mio marito mi ha detto che sono un peso — mormorò alla fine. — Che ha trovato un’altra. Mi ha ordinato di lasciare casa entro domani.
Francesca le porse un bicchiere d’acqua.
— Ha qualcuno a cui appoggiarsi?
— Una sorella. È stata lei a dirmi di venire qui.
— Va bene. Adesso chiamiamo l’avvocata e vediamo insieme cosa si può fare. Avete beni in comune?
La ragazza annuì. Le lacrime le scivolarono sul viso.
— Io per vent’anni… no, cinque… per cinque anni l’ho tirato fuori dai debiti. E lui…
— Lo so — disse Francesca, prendendole una mano. — Lo so bene. Ma da questo momento smetterà di salvare lui. Comincerà a salvare se stessa. E ce la farà.
La giovane sollevò lo sguardo. Nei suoi occhi c’era una speranza fragile, appena accesa, ma viva.
— Davvero?
— Davvero. Io ci sono passata. E anche lei ne uscirà.
Quella sera Francesca chiuse il centro. Spense le luci, controllò le finestre, girò la chiave nella serratura. Quando prese il telefono, trovò un messaggio di Alessia Sanna.
“Domani processano Andrea. Prima udienza. Ci vai?”
Francesca fissò lo schermo per qualche secondo. Poi digitò soltanto: “No”.
Subito dopo cancellò la conversazione.
Raggiunse la macchina lungo una strada quasi deserta. I lampioni gettavano una luce opaca sull’asfalto. In lontananza si sentiva il respiro del mare. Non pensava ad Andrea. Non immaginava le sue giustificazioni davanti al giudice. Non si chiedeva dove dormisse, cosa mangiasse, come se la stesse cavando.
Pensava alla ragazza arrivata quel giorno. A quella che sarebbe entrata il giorno dopo. A tutte quelle donne che ancora non sapevano di poter smettere di essere zavorra nella vita di qualcun altro. Che non erano un peso. Che potevano essere, da sole, una vita intera.
Francesca salì in macchina e mise in moto.
Tornò a casa, nell’appartamento che si era comprata con le proprie forze. Piccolo, luminoso, affacciato sull’acqua. Nessuno la aspettava dietro quella porta.
E andava bene così.
Perché la solitudine senza umiliazione è meglio di vent’anni accanto a qualcuno che ti considera soltanto un’ancora.
