«Mi servono soldi, e tu mi vieni a parlare di corsi?» Due settimane dopo, quel progetto era già finito nel nulla.
La sera, Alessia le mise il cellulare davanti agli occhi senza dire una parola. Andrea aveva pubblicato una fotografia sui social: un ristorante elegante, un tavolo apparecchiato per venti persone, lui al centro con un calice di spumante sollevato. Sotto, la didascalia: «La vita finalmente sorride. Libero e ricco, come meritavo».
Francesca guardò l’immagine per qualche secondo, poi restituì il telefono ad Alessia. Non commentò. Non ne aveva più la forza, né il desiderio.
La comunicazione del notaio arrivò otto giorni più tardi. Poche righe, fredde e formali: convocazione urgente per la successione del defunto Giovanni Sala. Presentarsi l’indomani alle dieci del mattino.
Francesca si presentò puntuale, con un tailleur scuro e il viso composto di chi ha imparato a non aspettarsi più nulla. Il notaio aprì la porta dello studio e la invitò a entrare. Ma appena varcata la soglia, lei si bloccò.
Accanto alla finestra, seduto in poltrona, c’era Giovanni Sala.
Vivo.
— Siediti, Francesca.
Lei rimase immobile, incapace persino di respirare.
— Ma lei…
— Non sono morto — disse lui con calma. — Ho voluto mettere alla prova mio nipote. Ho lasciato circolare la voce della mia morte e dell’eredità. Volevo vedere che cosa avrebbe fatto.
Francesca si lasciò cadere sulla sedia. Le gambe non la reggevano.
— Si è rivelato subito — continuò Giovanni, con una voce piatta, quasi priva di amarezza. — Tre giorni prima mi aveva chiamato. Mi ha chiesto quando mi sarei finalmente tolto di mezzo. Ha detto che sua moglie era un peso, un ostacolo. Che aspettava solo i miei soldi per cominciare a vivere davvero.
Francesca non rispose. Le parole le arrivavano addosso una dopo l’altra, ma dentro di lei qualcosa era già diventato muto.
— Io ti avevo vista una sola volta — proseguì l’anziano. — Nove anni fa, a una festa dai vicini. Aiutasti una signora anziana che non conoscevi a portare le borse fino al portone. Andrea, invece, se ne stava seduto a raccontare a tutti che grande imprenditore fosse. Tu tacevi. Più tardi bevve troppo e cominciò a vantarsi in modo indecente. Lo portasti via senza scenate, senza umiliarlo davanti a nessuno. Me lo sono ricordato.
Giovanni aprì un cassetto della scrivania e ne tirò fuori una cartellina.
— Nel mio testamento esisteva una clausola. L’avevo inserita molti anni fa, forse venti. Se l’erede avesse dimostrato una bassezza morale incompatibile con la fiducia che gli concedevo, tutto sarebbe passato alla persona indicata in una lettera separata. Quella lettera l’ho aggiornata nove anni fa. Ci ho scritto il tuo nome.
Posò la cartella davanti a lei.
— Appartamenti, conti, terreni. Tutto passa a te. Andrea non riceverà nulla.
Francesca abbassò lo sguardo sui documenti, incredula.
— Perché proprio io?
— Perché tu non aspettavi la mia morte. A dire il vero, non pensavi affatto a me. Andrea, invece, la aspettava. E nel farlo ha mostrato esattamente chi è.
Alle due del pomeriggio, Andrea ricevette una telefonata dal concessionario. Una voce maschile, cortese fino all’irritazione, lo informò che l’acquisto non poteva essere completato: la carta risultava respinta.
— Come sarebbe respinta? Su quel conto ci sono cinque milioni di euro!
— Signor Sala, il conto è stato bloccato per disposizione del titolare della massa ereditaria.
— Il titolare sono io!
Ci fu una breve pausa.
— No, signore. Non più.
Andrea chiuse la chiamata con un gesto secco e provò subito a contattare il nonno. Numero non raggiungibile. Allora chiamò un taxi, pagando con gli ultimi soldi disponibili sulla carta, e si precipitò dal notaio.
Gli bastarono tre minuti per capire. Clausola testamentaria. Prova. Esito negativo. Francesca Sorrentino era stata nominata unica erede.
— State scherzando? Quella nullità?
Il notaio sollevò lentamente gli occhi dai documenti.
— La prego di uscire. In caso contrario, sarò costretto a chiamare la sicurezza.
Andrea uscì in strada quasi barcollando. Tutto intorno a lui sembrò perdere consistenza. Il cappotto nuovo, comprato con tanta arroganza, gli parve all’improvviso di qualcun altro. L’orologio al polso pesava come un oggetto ridicolo, inutile, fuori posto.
Gli tornò in mente la cena della sera prima. Quanto aveva speso? Tutto a credito, tutto promesso sulla base di un’eredità che dava già per incassata. Pensò all’auto ordinata, agli abiti firmati, al ristorante dove aveva aperto un conto a suo nome.
Il telefono squillò di nuovo. Era il ristorante: pretendevano il versamento dell’anticipo per il banchetto.
— In questo momento non ho…
— Allora procederemo per vie legali.
La linea cadde.
Andrea rientrò nell’appartamento. Lo trovò vuoto. Francesca aveva portato via soltanto le sue cose.
