Uscii dallo studio dell’avvocato con una sensazione stranissima addosso. L’aria, fuori, mi parve più pulita del solito, quasi tagliente. Restava un solo nodo da sciogliere: il mutuo dell’appartamento comprato durante il matrimonio. Per estinguerlo mancava esattamente la somma che avevo messo da parte negli ultimi tre anni, facendo lavori extra di notte e accantonando ogni premio, ogni entrata imprevista, ogni euro che riuscivo a non spendere.
Due ore più tardi ero seduta davanti a un’impiegata della banca. Firmai la richiesta di estinzione anticipata e ordinai il bonifico dal conto che Federico Rinaldi non aveva mai conosciuto. Quando il timbro cadde sul certificato di assenza di debiti, quel suono secco mi sembrò una musica meravigliosa. L’appartamento, ormai, era libero da ogni vincolo. Ed era mio.
A Federico non dissi nulla. Scelsi di muovermi come loro avevano deciso di muoversi con me: in silenzio, con pazienza, aspettando il momento giusto. Per tutta la settimana successiva interpretai alla perfezione la parte della moglie accomodante. Preparavo cene elaborate, non facevo domande sui soldi, non reagivo alle sue frecciate. Lui, vedendomi così remissiva, si rilassò. Anzi, cominciò a trattarmi con una maleducazione sempre più scoperta, attaccandosi a qualunque dettaglio. Evidentemente stava costruendo la scena per farmi passare, al momento opportuno, come la responsabile della separazione.
La resa dei conti arrivò di giovedì. Rientrò a casa nervoso, gettò la giacca sul pouf senza nemmeno appenderla e si infilò in soggiorno, dove io stavo controllando alcune mail di lavoro.
— Dobbiamo parlare seriamente — esordì, evitando il mio sguardo e fissando un punto imprecisato vicino alla finestra. — Siamo arrivati al capolinea, Alice. Tra noi è finita.
Chiusi con calma il portatile.
— Davvero? E che cosa sarebbe successo?
— Tu vivi sempre dentro i tuoi progetti. Non ci sei mai. Sei diventata fredda, distante — recitava frasi preparate, come se qualcuno gliele stesse suggerendo da dietro le quinte. — Credo che sia meglio separarci. Prendi le tue cose e torna nel tuo bilocale. Questo appartamento resta a me. In fondo ci ho messo anch’io dei soldi. E poi c’è ancora il mutuo da pagare… sono disposto ad accollarmelo.
Annuii lentamente.
— Ci hai messo dei soldi, dici? Allora facciamo due conti, Federico. Quanto hai investito, di preciso? Il tuo piccolo anticipo iniziale e nemmeno una rata mensile negli ultimi due anni?
Il suo viso si irrigidì. Era chiaro che non si aspettava quel tono.
— Ma che importanza ha? Siamo sposati! Per legge si divide tutto! — alzò la voce.
Mi sollevai dalla sedia, raggiunsi la libreria, presi una cartellina grigia di cartone e la posai sul tavolino.
— Leggi pure. È il nostro accordo matrimoniale. Secondo questo documento, la casa resta a me.
Lui afferrò i fogli e li percorse in fretta con gli occhi. I muscoli della mascella gli si contrassero.
— Questa carta straccia la farò annullare! — sbottò, buttando i documenti sul tavolo.
— Provaci — risposi, inclinando appena la testa. — E già che ci sei, prova anche a spiegare a un giudice per quale motivo hai vissuto per anni sulle mie spalle. Ah, quasi dimenticavo: il mutuo è stato estinto tre giorni fa. Ho il certificato qui con me. L’appartamento non ha più debiti e appartiene a me.
Federico fece un passo indietro, come se lo avessi colpito.
— Tu… tu hai organizzato tutto alle mie spalle!
— Federico — dissi con una calma dura, pesante. — Telefona a Paola Piras. Adesso. Dille di venire qui.
— Non le telefono proprio a nessuno! — ringhiò.
— Allora lo farò io.
Presi il cellulare e composi il numero di mia suocera. Rispose con il suo solito tono seccato.
— Paola Piras, venga subito. Si sta decidendo una questione di proprietà immobiliare.
Chiusi la chiamata senza aspettare la sua replica. Federico cominciò a camminare avanti e indietro per la stanza, borbottando parole confuse sull’ingiustizia e sui miei presunti tradimenti. Quaranta minuti dopo, il campanello suonò. Paola Piras entrò nell’ingresso con il fiato grosso.
