“Te lo ricordi o la tua memoria funziona come il menù di una trattoria scadente, dove scegli solo quello che ti conviene?” disse Giulia con sarcasmo, fissando Alessandro

Un atto intollerabile, egoista e profondamente ingiusto.
Storie

— Quei sacchi con le sue cose davanti alla mia porta, mi creda, valgono più di qualsiasi fotografia.

— Quando mi ha aperto, aveva ai piedi le vostre pantofole.

— Quelle verdi, con i dinosauri?

— No. Grigie, a quadretti.

— Ah, quelle buone. Incredibile. Non gli basta tradire, deve pure indossare le pantofole degli altri.

Per qualche secondo nessuno dei due disse più nulla. Poi Francesco lasciò uscire una risata bassa, stanca.

— Sa, Giulia, in questo momento sono sul balcone. Guardo quei due sacchi di roba buttati giù all’ingresso e, invece di sentirmi distrutto, mi sento leggero. Come se mi avessero amputato un dente che mi faceva male da tre anni.

— I denti non si amputano. Si estraggono.

— Il mio era un dente speciale. Serviva proprio un’amputazione.

— Le auguro buona fortuna, Francesco.

— Anche a lei. A quanto pare siamo finiti sulla stessa barca. Solo che lei rema molto più veloce: io avrei continuato a dubitare ancora per un mese.

Giulia chiuse la chiamata.

Nell’appartamento regnava un silenzio nuovo, quasi fisico. Sul pavimento era rimasto il segno del tavolo di Alessandro. Sulla mensola, un rettangolo più chiaro nella polvere indicava il posto dove prima c’erano i suoi libri. In bagno, il gancio del suo accappatoio pendeva vuoto.

Poco dopo la chiamò Sara.

— Giù, come stai? Ti ho vista online, ma non rispondevi.

— Sara, avevi ragione tu.

— Sul regalo a sorpresa?

— Esatto. Non è stato gradito.

— Dimmi tutto.

— Si è presentato con i bambini e le valigie. Poi lui andava dalla ex. Sono andata all’indirizzo che avevo trovato e mi ha aperto la porta lui. In pantofole da casa. Ecco la sorpresa.

— E tu che hai fatto?

— Ho cambiato la serratura, ho mandato le sue cose da lei con dei traslocatori, ho scritto al marito di Silvia e sto preparando la richiesta di divorzio.

— In quante ore hai fatto tutto questo?

— Quattro. Forse tre e mezza.

— Giulia Amato, tu non sei umana. Io sarei rimasta una settimana a piangere sul cuscino.

— Piangerò dopo. Adesso non ho tempo. Devo chiamare Margherita De Santis e assicurarmi che i bambini abbiano cenato.

Intanto Alessandro era fermo in mezzo al marciapiede, con il telefono che continuava a vibrare nella mano. Silvia lo stava chiamando per la sesta volta. Francesco gli aveva mandato un messaggio di tre parole: “Riprenditi la tua roba. Schifoso.” Sua madre, invece, aveva scritto: “Vieni subito. Dobbiamo parlare.”

Lui non rispondeva a nessuno.

Restava lì, immobile, fissando lo schermo, come se ogni squillo fosse una sentenza già pronunciata.

Un anno prima gli era sembrato di avere tutto sotto controllo. Una moglie che lo amava. I figli sistemati quando gli faceva comodo. Una ex sempre disponibile. Il marito di lei tenuto all’oscuro. Una costruzione perfetta, precisa, comoda. Un castello di carte.

E quel castello era crollato in quattro ore.

Era bastato che Giulia facesse un solo viaggio fino a quell’indirizzo perché ogni cosa andasse in pezzi. La serratura di casa cambiata. Francesco informato. Sua madre in attesa di spiegazioni. Silvia nel panico.

Il telefono riprese a suonare.

Silvia.

Alessandro rifiutò la chiamata, infilò il cellulare in tasca e cominciò a camminare senza una direzione. Senza sapere dove andare. Senza sapere perché. Senza sapere che cosa gli restasse, adesso.

Giulia, nello stesso momento, chiamò la suocera.

— Margherita, i bambini hanno mangiato?

— Sì, Giulia cara. Quattro crespelle ciascuno, pensa. Ora dormono già.

— Grazie. Davvero.

Dall’altra parte ci fu una pausa breve.

— Giulia… hai deciso per il divorzio?

— Lunedì presenterò tutto.

— Non proverò a farti cambiare idea. Se l’è cercata. Però i ragazzi… tu ti sei affezionata a loro, vero?

Giulia abbassò gli occhi.

— Sì. Tommaso mi prepara un biglietto ogni domenica. Matteo ha imparato a leggere e la prima parola che ha voluto leggermi è stata “sole”.

— Tu per loro hai fatto più di quanto abbia fatto il padre nell’ultimo anno.

— I bambini non hanno nessuna colpa. Se avrete bisogno di me, io ci sarò. Ma con Alessandro è finita.

— Lo so, Giulia. Lo so.

Quando chiuse la chiamata, Giulia appoggiò il telefono sul comodino.

La casa era silenziosa. Vuota. E, per la prima volta dopo tanto tempo, sua.

Non c’erano borse estranee nel corridoio. Non c’erano bugie sospese nell’aria. Non c’erano pantofole di qualcun altro vicino alla porta.

Si avvicinò allo specchio e osservò il proprio riflesso. Gli occhi erano asciutti. Il mento alto. Ventotto anni, eppure in un solo giorno le sembrava di essere invecchiata e ringiovanita insieme.

Poco dopo arrivò un messaggio di Sara:

“Fiera di te.”

Giulia sorrise appena e rispose:

“Grazie. Adesso ricomincio a vivere.”

Amore o Soldi